di
Roberto De Ponti

L’ex Take That ora è maturo, risolto. E ha tanta energia sul palco

«My name is Robbie Fucking Williams, this is my band, this is my ass, and you better be done because I’m fucking phenomenal». Se necessitate di traduzione, allora passate direttamente al capoverso successivo.

Non ci girerà troppo intorno, il buon Robbie, quando comparirà sul palco di Firenze circondato da uno stuolo di musicisti e di ballerine sventolanti bandiere RW, preceduto dalle note di Rocket e pronto ad arringare la folla al grido di Let Me Entertain You, lasciate che vi intrattenga. La t-shirt bianca, a meno di sorprese dell’ultimo secondo, con la scritta «robbie» nera in bella vista, con evidente rimando al logo degli Oasis (sì, quelli di Liam Gallagher che Robbie Williams aveva invitato sul ring per decidere a cazzotti chi fosse il migliore, 100 mila sterline in palio).



















































Egocentrico, esagerato, gigione, sfacciato, accattivante, magnetico. Sorprendentemente rilassato. E, soprattutto, grande intrattenitore. Robert Peter Williams, classe 1974, oggi può permettersi di autodefinirsi «re degli entertainer». E lo è. Con una modestia che non gli si confà, lascia lo scettro di re del pop a Michael Jackson, e lì non c’è gara, mentre al contest di re del rock non partecipa neppure, le sue origini da boybander non glielo permetterebbero. 

Ma intrattenere, quello gli riesce da dio, quando balla in pelliccia rossa su Rock Dj, quando dà spazio alla band su insospettate frequenze rock’n’roll, quando si trasforma in crooner facendo sua una versione di My Way che anche Frank Sinatra apprezzerebbe.

Quando mette a nudo, senza vergogna, le proprie debolezze e i propri errori. Come ha fatto, un paio d’anni fa, in un documentario su Netflix prodotto nientemeno che da Ridley Scott.

Quello che vedrete sul palco è un ragazzino di 52 anni che ha fatto pace con il suo passato. Appena sedicenne stellina dei Take That, risposta britannica ai New Kids on the Block, travolto da un successo che ricordava la Beatlemania e incapace di reggere alla pressione, caduto nel proverbiale vortice di alcol e droga, dentro e fuori da rehab, capace di risollevarsi da solista grazie a Angels che l’ha fatto tornare una popstar planetaria. 

E poi concerti da record (i tre di agosto 2003 a Knebworth hanno totalizzato il primato, tuttora imbattuto, di 375 mila spettatori), i tracolli sul palco e soprattutto dietro le quinte. La depressione e le tendenze suicide. La ricaduta, il ritorno sulle scene e un’altra, l’ennesima, ascesa. Può bastare per farne una vita rock’n’roll? Certo che può.

Oggi Robbie è un marito innamorato di Ayda, «la donna che mi ha salvato la vita», padre felice di quattro figli, Theodora «Teddy» Rose ormai quattordicenne, Charlton «Charlie» Valentine, Colette «Coco» Josephine e Beau Benedict Enthoven, ultimo arrivato nel 2020. E tutto questo sul palco si respira.

Robbie Williams, quello che una volta voleva che sulla sua sedia in camerino ci fosse scritto «The Ego», oggi durante lo spettacolo intervista se stesso giovane (potenza dell’intelligenza artificiale), dice di sé «sono vecchio» e dialoga col pubblico in maniera affabile, lontano anni luce dagli ammiccamenti e dagli urletti che gli riservavano le ragazzine urlanti che lo preferivano all’«odiato» Gary Barlow, mister faccio-tutto-io dei Take That.

Però attenzione, non pensate di assistere a uno show malinconico o, peggio ancora, nostalgico: le dosi di autoironia e di humor tipicamente inglese (del Nord) di RW rimangono immutate, anzi sono soltanto più consapevoli.

Se vi aspettate di vederlo calarsi sul palco dal soffitto a testa in giù, come sua malsana abitudine, ecco scordatevelo (ma non per scelta, per motivi di dimensioni forzatamente ridotte dello stage), però tutto il resto della mega struttura di Britpop, nome del tour che Robbie porta in giro per il mondo da due anni, è immutato.

Lo sentirete invitare la band a scatenarsi al ritmo dei Blur, di Seven Nation Army («po popopopopoo po»…), dei Bon Jovi. Dei Queen. Degli Eurythmics. Lo vedrete cantare e ballare in un improbabile completo fucsia, nella sezione acustica intonerà persino qualche nota di Relight My Fire (ciao ciao Gaz). Chiudere con She’s the One, My Way, Feel e naturalmente Angels. E a quel punto saranno passate due ore senza che nemmeno ve ne siate accorti. Fottuto Robbie Williams.


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11 giugno 2026 ( modifica il 11 giugno 2026 | 15:29)