di
Fernando Pellerano

Noran, Carmel, Hadeel e Natal provengono dalla Visual Arts Forum di Ramallah, in Cisgiordania. A fine mese la mostra conclusiva della residenza con i lavori sviluppati nelle aule di via Belle Arti

«Questa cosa finirà, deve finire, ne siamo certe». C’è un oceano di speranza nelle parole, e ancor di più nello sguardo, di Noran, Carmel, Hadeel e Natal.
Quattro giovanissime studentesse palestinesi della Visual Arts Forum di Ramallah, in Cisgiordania, arrivate a Bologna pochi giorni fa, ora in residenza artistica per un mese all’Accademia delle Belle Arti grazie a un progetto di collaborazione promosso fra i due istituti.

L’artefice di questo ponte fra Bologna e Ramallah è stato il duo artistico bolognese Antonello Ghezzi (Nadia Antonello e Paolo Ghezzi) che nella West Bank ha trascorso un lungo periodo in seguito al premio assegnato dall’Anna Lindh Foundation, istituzione intergovernativa euro-mediterranea dedicata al dialogo interculturale. Lì hanno conosciuto una realtà, «solo andandoci si può comprendere lo stato delle cose», che meritava un’opportunità. Da quella terra senza pace sono arrivate loro, ora seguite dai docenti di Ababo e in particolare dal professor Carlo Branzaglia.



















































La cerimonia

Venerdì 12 giugno in Aula Magna, una informale cerimonia di assegnazione delle residenze, con l’intervento in remoto di Deema Ershaid, direttrice del VAF nell’ambito di Open Tour, tradizionale evento di fine anno che invade e gallerie cittadine delle opere degli studenti. A fine mese la mostra conclusiva della residenza con i lavori sviluppati nelle aule di via Belle Arti, ora aperte per l’Openshow di fine anno. Ospitalità possibile grazie al contributo di alcuni partner: Legacoop, Camst e Coop Alleanza 3.0, Camplus, Scuderie Future Food Living Lab, Fondazione Gramsci Emilia-Romagna e Parsec.

I racconti

Dunque sì, «questa cosa finirà». «Quando la Palestina sarà libera potremo finalmente andare al mare, uscire dalla città senza dover passare dai vari controlli», dice Carmel Khalil, in inglese. E lo dice sorridendo. Il mare e la spiaggia sono lì, a pochi chilometri, ma c’è chi c’è stato solo una volta o anche mai. Da Ramallah (e non solo) se le autorità israeliane non vogliono, non si esce. «Anche all’interno non sempre ci si può spostare. Ogni giorno controlliamo sullo smartphone se i check point sono aperti per poter andare all’Università. Ogni giorno c’è quella difficoltà». I racconti sono sereni. C’è una grazia mediorientale nelle loro risposte, distantissima dai toni occidentali (spesso stressati per nulla).

Il viaggio

Aver avuto il visto per espatriare è stato qualcosa di speciale. Il viaggio è stato però molto faticoso. «È durato praticamente due giorni, non abbiamo dormito», dice Natal Khaseep che con la sua pittura presenterà un lavoro ‘emozionale’ sulla perdita delle persone e sulle costrizioni. È lei a spiegare l’itinerario del viaggio: Ramallah, Gerico (con strada bloccata), attraversamento del confine israelo-palestinese-giordano (con pedaggio) per arrivare in autobus ad Amman, quindi sosta in attesa del volo per Atene, altro scalo di 6 ore e poi a Bologna. Da un’alba all’altra. Per loro non ci sono voli diretti Tel Aviv-Roma. «Noi palestinesi abbiamo la carta verde, gli israeliani la blu: loro possono andare in aeroporto, noi con la verde non possiamo. Per questo abbiamo dovuto fare un altro tragitto», dice Hadeel Quran. Anche in questo caso, il racconto di una privazione avviene in modo solare. Lei disegna a carboncino, concentrandosi sullo stato psicologico dell’individuo: il progetto sarà sul senso del viaggio, «che per un palestinese è un elemento per rinnovare il proprio dolore o in qualche modo risolverlo».

Le opere

«È la prima volta che esco dalla Palestina», racconta Noran Abu Muhsen che si muove fra performance e scultura. Il suo progetto: un corpo che cerca di volare (era il suo sogno da bambina) ma cade, però si rialza, vola di nuovo e cade ancora per ripartire, sempre dal basso: «la circolarità della vita». Non si affrontano argomenti di politica internazionale o interna. Non ce n’è bisogno. Basta ascoltarle mentre parlano della loro terra. «È molto piacevole e amabile con la quale abbiamo una forte connessione: è la nostra terra». «Da noi la cosa importante è lo spirito di comunità. È molto forte, questo aiuta le persone a rapportarsi con la guerra. Le nostre famiglie sono là e sentiamo tutta la loro forza», precisa Carmel, istruttrice presso il VAF. Il suo lavoro esplora temi di vita quotidiana e lotte collettive legate alla realtà palestinese, utilizzando la narrazione visiva per documentare esperienze vissute: «la comprensione collettiva degli elementi visuali è uno strumento base su cui comunicare e ha a che fare con la comunità».

Il rientro

È nella comunità che si produce la resilienza per andare avanti in quei territori martoriati, che da ‘occupati’, ignorando nei decenni le risoluzioni dell’Onu, non sono stati mai liberati, anzi. In Cisgiordania non c’è la stessa situazione ‘disperatissima’ di Gaza, ma la violenza è quotidiana. Eppure si procede. «È una condizione condivisa con i nonni, con i genitori, con i fratelli. Per noi è importante continuare a fare le cose, a lavorare, a studiare, a vivere». È una modalità di vita ‘stabile’, radicata. Difficile definirla normale, ma è quella. «Ci informiamo in rete, abbiamo i social e poi c’è Al Jazeera».
E ora Bologna. «Ci piace, siamo qui per imparare nuove tecniche e nuove modalità di fare arte, incontrare delle persone e conoscere un ambiente completamente nuovo», «quando diciamo che siamo palestinesi sentiamo molta empatia, spontanea e gentile, non è compassione, voglio sapere cosa succede da noi, si entra in contatto». Nessun problema di ambientamento, sono abituate ad altre ‘difficoltà’. A fine mese il rientro a Ramallah. I loro occhi si illuminano. «Torneremo nel nostro paese, nella terra e dalle persone che amiamo». 


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12 giugno 2026 ( modifica il 12 giugno 2026 | 18:28)