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Presentato in concorso allo scorso Festival di Locarno, esce giovedì 11 giugno nei cinema italiani “Le Bambine”, il film d’esordio di Valentina e Nicole Bertani. Le due sorelle firmano a quattro mani una favola dark ambientata nella provincia padana a metà anni ’90, il racconto di un’infanzia ignorata che rivendica il diritto a esistere anche nei contesti più disgregati (ma apparentemente “normali”) tra precisione estetica, invenzioni sceniche e un risultato finale che sorprende. Nel cast adulti ci sono, tra gli altri: Matteo Martari e Cristina Donadio, Clara Tramontano e Jessica Piccolo Valerani, ma le grandi protagoniste sono le bravissime esordienti: Mia Ferricelli, Agnese Scazza e Petra Scheggia.
“Le Bambine”, la trama del film delle sorelle Bertani
Linda è una bambina di 8 anni trascinata via dalla casa della ricca nonna in Svizzera dalla madre Eva: giovane, inaffidabile e devastata dalla dipendenza. Le due arrivano in una notte a Ferrara dove si stabiliscono in un quartiere residenziale, in una strada pulita, silenziosa, borghese, uguale a tante altre strade anonime ma decorose di una qualsiasi provincia ricca.
Da quel momento per Linda inizia un’estate, quella del 1997, lenta ma decisiva grazie all’amicizia con le sorelle Azzurra e Marta, di 9 e 10 anni, bambine vivaci e curiose ma trascurate da genitori molto concentrati su sé stessi, presi da lavori impegnativi e dalle proprie nevrosi, tra depressione ed egocentrismo. A occuparsi delle piccole c’è il baby sitter queer Carlino, praticamente l’unico adulto con un senso di responsabilità e in grado di entrare in empatia con loro. Completano il quadro asfissiante della realtà di Linda, Marta e Azzurra, vicini impiccioni e incattiviti, un barista senza scrupoli che si approfitta di Carlino e i loschi “amici” della disgraziata Eva.
L’infanzia ignorata che urla il diritto di essere sè stessa in un film davvero originale
È una sorpresa “Le Bambine” delle sorelle Bertani, un film pieno di belle invenzioni visive capaci di regalare allo spettatore una narrazione di forte impatto in una storia che scorre lenta ma densa come i pomeriggi di un’estate piena di noia ma anche di scoperte minime e gigantesche. La vicenda delle tre piccole protagoniste parte infatti piano per poi crescere ed esplodere in un finale spettacolare, tra liberazione e retrogusto amaro che segna tutto il film, nato da un’esperienza personale delle registe.
Linda, Azzurra e Marta rappresentano l’infanzia trascurata che può nascondersi anche nelle ordinate strade di un bel quartiere residenziale, non solo nelle periferie più degradate. Sono bambine vitali e resistenti, decise a non perdere la loro capacità di immaginare, giocare, fare squadra contro un mondo già troppo crudo con loro. Se la devono vedere con adulti egocentrici, irresponsabili e deboli, che pretendono l’inversione dei ruoli: genitori che si appoggiano alle figlie quando sono in crisi per poi ignorarle per il resto del tempo.
Non lo fa solo Eva, persa nel buio della sua dipendenza, a cui la piccola Linda fa da badante, madre e infermiera a seconda delle necessità, ma lo fanno, in altri modi, anche la madre e il padre delle due sorelle, chiusi nel loro egocentrismo che si ricordano delle figlie solo per imporgli di “stare buone” perché loro tornano a casa stanchi dal lavoro e sono ancora presi da dubbi esistenziali e da crisi da adolescenti, e le energie per fare i genitori non ce l’hanno.
Poi c’è la società esterna al nucleo familiare, anche quella fatta di adulti inadeguati a proporsi come modello, rappresentati dai vicini: impiccioni, pettegoli, sempre pronti al giudizio impietoso e alla battuta cattiva. Per non parlare di altri loschi o squallidi personaggi di contorno.
In mezzo a tutto quel mondo di pessimi esempi un unico raggio di luce è rappresentato da Carlino, baby sitter queer timido, bullizzato, deriso, sfruttato. Lo “strano” del villaggio che invece è l’unico adulto in grado di un po’ di umanità. “Non puoi essere bello se non sei strano” risponde, a un certo punto, Linda, quando le due amiche le dicono che la madre è bella e strana. E il senso di estraneità a un mondo apparentemente pulito, ordinato, “giusto”, ma in realtà feroce ed egoista, percorre tutto il film, con le bambine che sono un nucleo compatto e totalmente diverso rispetto a tutto quello che le circonda.
In un’estate padana in cui il cielo ancora ingrigisce spesso le giornate, le tre ragazzine sono la macchia di colore che combatte silenziosamente per rivendicare il proprio diritto a vivere la leggerezza dell’infanzia, anche in un piccolo mondo spietato che le vorrebbe precocemente spente, private della loro fastidiosa vitalità, dello stupore, dell’innocenza. Un’ eroica resistenza dei piccoli, anzi delle piccole – visto che la sorellanza è un tema centrale del film- che viene raccontata anche con una notevole originalità estetica, non soltanto attraverso la ricostruzione dettagliata d’epoca degli anni ’90, ma grazie a invenzioni sceniche di forte impatto, tra glitter, metafore visive e riprese da angolazioni spiazzanti. “Le bambine” è un film da vedere, anche perché sa di nuovo.
Voto: 7,5
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