Muore David Hockney, a 88 anni, lasciando un vuoto nel mondo della pittura contemporanea. Un grande vuoto. Con settant’anni di carriera e opere d’arte da giro del mondo, ha saputo dipingere i paesaggi del (suo) cuore: lo Yorkshire, prima di tutto, e la California. Ma la sua casa-base è stata la città di Londra – la City, per dirla alla british – dove è purtroppo venuto a mancare (del resto, era in fragili condizioni da tempo). E pensare che avrebbe compiuto 89 anni fra meno di un mese. Sì, nato il 9 luglio 1937, da una famiglia semplice, ha avuto la possibilità di innamorarsi della bellezza fin da bambino, girando per musei, perdendosi nell’immensità dei quadri che sono stati la base della sua visione. A 7 anni – così come dichiarato in una passata intervista – aveva già stabilito cosa avrebbe voluto fare da grande: l’artista. Un decennio dopo studiava fra i banchi della Bradford School per poi arrivare a Londra, appunto, e diventare David Hockney. Il nostro David Hockey. Quello della luce, dell’acqua, della piscina e – soprattutto – la firma di uno fra i dipinti più famosi e più amati della pittura contemporanea: A Bigger Splash (1967). Le conseguenze di tuffo. Addio.
Nel 2018 è diventato l’artista più quotato al mondo, con la vendita di Portrait of an Artist. Pool with Two Figures (1971) – opera acquistata per 90,3 milioni di dollari durante un’asta di Christie’s a New York, superando il primato di Jeff Koons. Quel lavoro, del resto, raccontava la fine dell’amore con Peter Schlesinger, più di un modello: un’ispirazione vivente. Grande fortuna, durante la sua carriera, l’hanno fatta i ritratti: dagli occhi alla bocca, con quel tratto affascinante e infallibile, i protagonisti delle sue rappresentazioni hanno anche portato al centro del dibattito artistico il tema dell’omosessualità. Hockney non ne ha mai fatto una battaglia – questo bisogna dirlo -, perché ha voluto semplicemente dipingere il corpo maschile prendendo le distanze dalla politica, dalla società. Tutti quelli che entravano e uscivano dal suo studio hanno contribuito a raccontare l’uomo senza filosofeggiare. Così è se vi pare. Riconoscibili al primo colpo d’occhio, hanno posato per lui: Christopher Isherwood, Don Bachardy, Wystan Hugh Auden e Ossie Clark.
Non è trascorso molto tempo dalla sua maxi-mostra presso la Fondation Louis Vuitton a Parigi – la più grande di sempre. Il disegno e la pittura, le arti che lo hanno reso grande e che appartenevano alle sue mani e al suo estro con estrema spontaneità, lo hanno legato alla relazione spazio – tempo, trasformando le sue opere in nuovi mezzi per guardare la realtà, o meglio, sentirla. I fotocollage e i video sono arrivati dopo. E, comunque, si sono aggiunti a un archivio che farà battere il cuore di molti per sempre.

Alessia Musillo è Head of Content di Elledecor.it e Marie Claire Maison Italia digital. Laureata all’Università Statale di Milano con una tesi custodita presso la Fondazione Treccani di Milano, ha studiato anche Modern Languages presso la University of Strathclyde a Glasgow (UK) e Semiotics presso la University of Tartu (Estonia). Dopo aver collaborato con diverse testate giornalistiche, oggi trasforma l’attualità in racconti scrivendo di città, design e cultura pop per il sito web di Elle Decor Italia. Potete seguirla su Instagram (@alessia__musillo) o leggendo Elledecor.it. I suoi articoli sono viaggi sulle tracce dell’abitare contemporaneo. Il suo mezzo? La parola.