Bologna, 13 giugno 2026 – Il cancello con la grata a rombi, trent’anni dopo, è lo stesso. Sono cambiati i nomi sui campanelli, le targhe affisse al muro, i negozi. Oggi, al piano terra del palazzo di via Lame dove nel ’96 Roberto Savi raccontava di incontrare gli agenti dei servizi, c’è un locale che prepara panini con mortadella e porchetta, un centro estetico specializzato in epilazione laser e lo sportello, sempre affollato, della Tper.
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Roberto Savi intervistato a ‘Belve Crime’
Nell’inesorabile scorrere del tempo che cancella i ricordi superflui, nessuno ha più memoria di quella società ombra del Sisde al terzo piano, la ‘Gattel’, i cui uffici già nel 1993, un anno prima dell’arresto dei Savi, erano stati smantellati. Un ufficio che i poliziotti di Bologna, all’epoca, conoscevano tutti. E lo conosceva anche Roberto Savi. Che lo descrive, in un’intervista rilasciata allo storico cronista del Carlino Roberto Canditi, dicendo di esservi andato per incontrare le persone “a cui dava le armi” per le azioni di sangue.
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Il secondo appartamento: quello del ‘reclutatore’ dei Servizi
Tuttavia, c’è un altro appartamento, a un chilometro di distanza circa, dove oggi si sta concentrando l’attenzione degli inquirenti. È quello dove un agente di polizia oggi in pensione, accompagnato da Savi, avrebbe incontrato quello descritto come un ‘reclutatore’ dei servizi. Il testimone ha raccontato prima agli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser, poi ai magistrati Lucia Russo e Andrea De Feis, di esserci andato perché aveva confidato a Savi il desiderio di arruolarsi nella Legione Straniera: Savi, come riferisce lo stesso testimone, aveva risposto che avrebbe potuto “fare la guerra anche a Bologna, ma in maniera diversa”.
Caccia all’uomo dell’identikit
Nell’appartamento avevano poi incontrato un uomo descritto come di mezz’età e corpulento, un soggetto che adesso gli inquirenti, partendo proprio da questa abitazione privata, stanno cercando. Un uomo che, dalla descrizione fornita dal teste, sembra molto simile all’identikit di uno dei complici non identificati della banda, visto in azione con i Savi nel ’91 a Santarcangelo di Romagna. Per questo, in vista dell’interrogatorio tenutosi giovedì, i legali dei famigliari delle vittime avevano chiesto che anche queste circostanze venissero contestate a Roberto Savi. Che però, a fronte della loquacità manifestata davanti alle telecamere della trasmissione Belve, si è avvalso con i magistrati della facoltà di non rispondere.
Mitilini: “Con le sue dichiarazioni in tv Roberto Savi ha voluto lanciare messaggi”
“Roberto Savi – spiega Ludovico Mitilini, fratello del carabiniere Mauro ucciso al Pilastro – con la sua scelta di non parlare ha confermato quanto sospettavamo: che con le sue dichiarazioni in televisione ha voluto lanciare dei messaggi a qualcuno. Adesso, però, non parla. Forse perché è in attesa di una risposta prima di decidere come muoversi?”.