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Alessandro Borghi (Roma, 1986) in Il prigioniero di Alejandro Amenabar. Nel film nei cinema è il Bey, signore, di Algeri nel 1575.

È UN VIAGGIO NEL TEMPO E NELLO SPAZIO quello che ci offre Alejandro Amenábar in Il prigioniero, nei cinema distribuito da Lucky Red. Il nuovo film del regista spagnolo di The Others e Premio Oscar 2005 per Mare dentro, è il racconto romanzato della parte più avventurosa e meno nota della vita dell’autore del Don Chisciotte della Mancia. Accanto al protagonista Miguel de Cervantes (Julio Peña, La casa di carta: Berlino), c’è, nei costumi e nel trucco del crudele signore di Algeri, Alessandro Borghi, in una prova notevole della quale è lui stesso a parlarci.

La trama di Il prigioniero, la storia molto libera di Cervantes prima del Don Chisciotte

Ferito nella battaglia di Lepanto (1571), con un braccio menomato, Miguel de Cervantes viene portato prigioniero ad Algeri. Non sarà venduto come schiavo grazie a una lettera in suo possesso, firmata dal fratellastro del re. I corsari ottomani pensano di chiedere un ricco riscatto alla sua famiglia, in Spagna. Recluso nella fortezza del Bey di Algeri insieme ad altri gentiluomini europei, Miguel stringe amicizia con padre Antonio de Sosa (Miguel Rellán), studioso e letterato. È lui il primo a pronosticargli una carriera da scrittore per la sua capacità di creare storie per i suoi compagni di sventura. Un dono che sembra apprezzare anche il misterioso Hasan Pasha (Borghi), italiano convertito all’Islam che ora governa la città. E che inizia a ricompensare Cervantes con la possibilità di uscire dalla prigione: un giorno di libertà in cambio di un racconto. Il privilegio scatena i sospetti degli altri spagnoli, gelosi del rapporto tra i due.

Alessandro Borghi in Il prigioniero: «Ero fermo da un anno, poi è arrivata questa storia potentissima»- immagine 3

Il protagonista Julio Peña

La recensione di Il prigioniero: dove finisce la verità storica e inizia la fantasia? E a chi importa più…

«Spero che mi sorprenderai» dice Hasan Pasha a Miguel de Cervantes. Che, come Shahrazād, deve conquistare la libertà una storia alla volta. I due sono pedine del gioco di Amenábar, abile a sfruttarli per mettere in scena una celebrazione del potere della creazione, della parola e del racconto. L’inganno è merce di scambio accettata. La fantasia e realtà si confondono, senza che a nessuno interessi davvero determinare il confine tra le due. Un mix tra Le mille e una notte e Fahrenheit 451, lo definisce il regista. Che ammette di essersi sentito come quando da bambino raccontava ai suoi compagni le storie dei film che aveva visto. Come allora, qui dà una forma favolosa alla sua immaginazione creando una Algeri visivamente magnifica, simbolo di tolleranza, lontana da un’Europa cattolica, ipocrita e oscurantista. Esattamente come era (all’inizio) Alessandria d’Egitto in Agora.

Per fortuna che Borghi c’è

Chi “vince” tra i due? Certamente il molto più carismatico Pasha di Borghi: seducente e sfacciato, tanto libero da preferire i libri proibiti come il Lazarillo de Tormes ai romanzi cavallereschi dell’epoca. Una presenza che illumina la scena e che – ironicamente – appare lui stesso insofferente ad alcuni difetti del film: troppi intrighi, figli nascosti, tentativi di fuga e tradimenti. Per quanto riguarda il leggendario Don Chisiotte, qui siamo prima: ma il regista i diverte a disseminare indizi di quello che sarà quel folle cavaliere errante…

Alessandro Borghi in Il prigioniero: «Ero fermo da un anno, poi è arrivata questa storia potentissima»- immagine 4

Il Don Chisciotte che verrà

7 domande ad Alessandro Borghi per Il prigioniero

Cosa l’ha convinta a diventare Hasan Pasha?

Il motivo si chiama Alejandro Amenábar. Quando mi hanno detto che mi aveva scritto una lettera per chiedermi se volessi leggere il suo film, ho detto subito sì. Sono un suo grande fan. Non conoscevo la storia di Cervantes e non avevo mai parlato una parola di spagnolo… Era proprio qualcosa di nuovo, che è quello che mi mette in moto. Abbiamo lavorato insieme per un anno prima delle riprese. Con Julio Peña è stato magico, come con il resto della troupe. Mi hanno fatto sentire parte integrante del gruppo, anche se non conoscevo una parola della loro lingua.

Un’esperienza di condivisione simile a quella raccontata nel film?

Sul set è successa una cosa molto dolce, ho visto uno sforzo da parte di tutti nei miei confronti e l’ho davvero apprezzato. Con Julio poi c’è stato un rapporto bellissimo, lo trovo un attore talentuosissimo. È un ragazzo che ha interesse per cose che adesso i ragazzi non guardano, suona e non segue i social, farà una strada bellissima semplicemente per la persona che è. Siamo stati benissimo tutti insieme: abbiamo girato il film in luoghi molto interessanti, come il paesino di Anna. Qui c’era una specie di piscina naturale dove passavamo insieme il pomeriggio raccontandoci cose.

Alessandro Borghi in Il prigioniero: «Ero fermo da un anno, poi è arrivata questa storia potentissima»- immagine 5

Borghi sul set con il regista Alejandro Amenabar

Lo spagnolo? Ho insistito io

Vedendo il film in originale però si nota il lavoro fatto sulla lingua, che ormai sa benissimo. Al punto che si coglie la differenza quando si lascia scappare un accento più italiano: era voluto? Resterà nella versione italiana?

In realtà Alejandro inizialmente voleva che recitassi in italiano. Io ho insistito per farlo in spagnolo perché avevo voglia di questa sfida. Poi abbiamo pensato insieme che nei momenti di grande intimità fosse interessante tirare fuori quell’accento, aggiungendo alcune parole proprio in italiano. L’origine italiana di Pasha era importante. Come mi succede spesso, dopo le prime due lezioni con Daniela Tosco, la mia coach di spagnolo, ho pensato che non ce l’avrei mai fatta, poi invece… Ma con le lingue ho un buon orecchio: stavo su un set dove tutti parlavano spagnolo e ogni volta che dicevo una parola pensavo “ci sarà qualcuno, da qualche parte, che scuote la testa”. Quando ho sentito la loro fiducia, mi sono sentito più libero anche di lavorare sulle sfumature. Per quel che riguarda la versione italiana, da tempo ho deciso di non doppiarmi e di lasciare l’incombenza ad Andrea Mete, uno dei più bravi in circolazione… Prendetevela con lui se non vi piace!

Cosa le piace di più del film finito?

Questa dimensione di fiaba per adulti, che non mi aspettavo assolutamente. Mi sono fatto raccontare una storia della quale non sapevo nulla, come mi capitava da giovane. Mi ha sorpreso, mi ha reso felice, mi ha rasserenato, non so come dire… È il potere del cinema. La prima volta mi successe con E.T.: quella sensazione di impazienza, che si spegnessero presto le luci. Quando qualcuno mi dice “io al cinema non vado, l’ultimo film che ho visto è La vita è bella”, penso che non abbiamo niente da raccontarci…

Alessandro Borghi: Per chi facciamo cinema oggi?

Che momento è questo, della sua carriera?

Difficile dirlo. Pretendo molto da questo mestiere, al punto che a volte mi sembra di non essere abbastanza contento. Ci sono cose sul set che non mi piacciono più, come la confusione. Mi viene anche da chiedermi per chi facciamo cinema: per noi? Per il pubblico? Mi faccio tante domande, e non trovo risposte. La felicità che provato girando Le otto montagne io non l’ho più provata. Era 2021, è passato tanto tempo. Mi chiedo, cos’è che non ha più funzionato? E mi fa incazzare che non riusciamo a capire di chi è la colpa, qual è l’ingranaggio da sistemare, e mi dispiace non essere uno di quelli che propongono una soluzione concreta. Non so come fare. Vedo che le persone non sono più felici di andare al cinema, e mi dispiace. Perché il mio lavoro esiste soltanto se rendo felici le persone che vengono a vedermi.

Alessandro Borghi in Il prigioniero: «Ero fermo da un anno, poi è arrivata questa storia potentissima»- immagine 6

Il mondo non sta andando benissimo

E per quanto la riguarda, cosa la rende felice oggi? L’immaginazione può aiutarci a fuggire dalla realtà?

Le cose lì fuori non stanno andando benissimo, e ognuno di noi deve per forza aggrapparsi a quello che può. Io in questo momento ho la fortuna di avere questo piccolo essere umano di tre anni che mi trasforma continuamente: posso avere tutti i problemi del mondo, ma lo guardo e tutto svanisce. È lui che oggi mi guida verso l’infinito, e oltre. Trovare il tempo di farmi una passeggiata con lui e Irene. La consapevolezza che due volte l’anno parto per una settimana con i miei amici e una console per ballare da soli fino alle cinque di mattina… Cose che sono le certezze della mia vita e che hanno effetto sul mio umore, sulla mia emotività, sanano tutti i problemi, mi fanno sentire di nuovo amato, e capace di amare. E danno senso al fatto che molto spesso sono costretto a stare molto lontano. Quando avevo vent’anni sognavo di fare questo mestiere tutti i giorni della mia vita. A un certo punto mi sono accorto che lo facevo tutti i giorni della mia vita, e non andava bene. È bello andare in vacanza, riposarsi, ricaricare le batterie per il prossimo film. Sono stato un anno fermo, perché quando arrivano belle storie le faccio, se no aspetto.

Non è il lavoro che nobilita l’uomo

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Vado in vacanza, per vent’anni! Non sono mai stato uno che faceva piani. Non era un piano nemmeno fare l’attore. Io non penso che il lavoro nobilita l’uomo. Sono gli affetti, il tempo che dedichi alle persone che ami che lo fanno. Non mi spaventa che tutto questo possa crollare. Ma spero non succeda e non perché non avrei più lavoro, ma perché non avrei più film da vedere.