L’Irlanda del nord ha Belfast, noi abbiamo Vannacci. Quando una democrazia si ritrova improvvisamente di fronte alla presenza di una scintilla, una scintilla che danza in modo minaccioso sulla pagliuzza delle fragilità di un paese, le classi dirigenti hanno di solito tre strade davanti a sé. La prima strada è quella della miopia: si sceglie di osservare in modo distratto la scintilla, si spera che la scintilla non trovi un refolo di vento e ci si augura con tutto il cuore che l’incendio resti una possibilità remota. La seconda strada è quella dello sciacallaggio: si osserva la scintilla con gioia, con trasporto, si avvicina alla scintilla un po’ di combustibile, si getta diavolina sulla fiamma che lentamente si produce, si contribuisce a far divampare l’incendio ovunque, con tutti i mezzi a disposizione, per dimostrare che di fronte a quell’incendio servono interventi straordinari, speciali, drastici, con il fine unico di creare tra i cittadini una domanda politica finalizzata non a risolvere un problema ma a combattere, con le cattive, un sistema che non funziona più e che inevitabilmente crea incendi. La terza strada è quella della responsabilità: si osservano le scintille con la lente di ingrandimento, si cerca di intervenire sulle cause del cortocircuito, si sceglie di individuare le radici dei problemi e si cerca di collaborare con chiunque possa offrire un supporto per evitare che il tessuto democratico possa trasformarsi in un parco giochi dei piromani. In giro per l’Europa, le principali scintille che minacciano le democrazie si trovano spesso sul terreno incandescente dell’immigrazione, in cui gli incendiari si travestono da pompieri e in cui i pompieri offrono ai piromani occasioni per divertirsi. A Belfast, lo avete visto, qualche giorno fa la scintilla è diventata incendio. Un grave accoltellamento, attribuito a un rifugiato sudanese poi accusato di tentato omicidio, ha innescato proteste anti immigrazione che sono degenerate in violenze di ogni tipo, in guerriglia urbana.