di
Valerio Cappelli

L’attore neozelandese premiato al Festival di Taormina sarà sugli schermi col thriller «La vendetta perfetta». Ripercorre la sua carriera e cita Ultimo: «Ero un bambino che contava le stelle»

TAORMINA «Allora, signori, al mio segnale scatenate l’inferno». Ed è venuto giù non un inferno, ma un uragano di applausi al festival, riascoltando una delle frasi che fanno la storia del cinema. Ora, a 62 anni, Russell Crowe altro che Il Gladiatore.

«All’improvviso mi sento un vecchio», dice in La vendetta perfetta (dal 26 agosto nelle sale per Minerva). Fisicamente, è un’altra persona. Imbolsito (ma non al suo massimo), complicato, piacione da morire, sfoggia il codino, gli occhi azzurri venati da una patina di follia. E si offre con una bonomia inattesa, reduce dalla sua movida tra balli e canti in Calabria.



















































A Taormina, così piena di spifferi e orecchie affatto omertose, ci spostiamo a parlare in un luogo a lui familiare, il ristorante «La Botte» che è il quartier generale «ufficioso» del festival, qui si sono «confessati» Woody Allen e Tarantino, Franco Battiato e Lucio Dalla, Bertolucci e Zeffirelli.

Crowe trascrive sul tovagliolo, in italiano, il discorso che ha tenuto in serata al Teatro Greco. Inforca gli occhiali e dopo il bla bla bla sull’onore del premio in carriera, cita Ultimo quando canta: «Ero il bambino che contava le stelle». Dice: «Anch’io continuo a contare le stelle e a inseguire i miei sogni, fino in Sicilia».

Inevitabile partire da Il Gladiatore di Ridley Scott, che gli valse l’Oscar: «A quell’età, era il 1999, ero fottutamente pazzo. Fu uno shock. Non avevo mai vissuto quella vastità. Il primo giorno di riprese mi ritrovai tra 700 soldati romani e 400 barbari, centinaia di cavalli e il mio cadde, un’ascia mi tagliò il volto, lo stuntman si tagliò il naso e al trucco dovettero farlo anche a me, ma nei duelli ci sono io».

Altro genere di combattimento, quello con gli Studios: «Mi facevano pressioni per una scena di sesso. Sono rimasto alle mie idee. È la storia di un riscatto, non di una vendetta, per questo è piaciuto alle donne più che agli uomini, il sesso avrebbe cancellato il nucleo morale, che è il motivo per cui dopo tutti questi anni circola nelle tv di tutto il mondo. Devo vendicare la morte di mio figlio e di mia moglie e tu, Hollywood, fermi tutto col sesso?».

Invece Il Gladiatore 2? «Non ha raggiunto i previsti incassi di botteghino, ha fallito perché non hanno capito il nucleo morale del primo film».

Ripercorre la sua vita professionale: «Vado sempre in mondi che non conosco. Ma ci sono due regole valide sempre, l’attenzione al dettaglio (al Gladiatore ho lavorato non so quanto su un battito di ciglia) e la collaborazione con chiunque sul set».

A Beautiful Mind di Ron Howard: «Film insidioso, tante cose da assorbire, 36 giorni di riprese sotto la pioggia battente». Norimberga sul nazista Göring: «Il male peggiore può essere attraente e carismatico, oggi nel mondo leader politici fanno cose brutte, ma sono autorizzati da chi li ha messi lì, e per il carisma».

Master and Commander: «Weir
girava con la musica sotto, la alzava e la abbassava secondo l’energia richiesta. Sull’Oceano sentivamo Mozart». Il musical Les Misérables: «Cantavo con Anne Hathaway che dopo due bicchieri di vino per gli amici si esibiva in Evita, Samantha Barks, Sacha Baron Cohen». L’uomo d’acciaio: «In tre mi facevano indossare il costume, non potevo più andare in bagno. Le sfide al cinema hanno forme diverse».

Crowe qui porta il thriller d’azione di Derrick Borte. Lui è un albanese che vive negli Stati Uniti, dice di essere a posto (forse anche per Trump), avendo Green Card, assicurazione sanitaria e carta di credito di platino. Gestisce un night club, assapora l’estremo riciclando denaro per un Cartello messicano, poliziotti corrotti, viene rapinato due volte in una settimana e prova a risollevarsi con la meditazione

Altro filmone in cui l’attore tutta rabbia e vulnerabilità torna a sfidare l’impero romano: The Last Druid, ambientato nell’odierna Scozia. «C’è cuore e azione. Vengo da due settimane di combattimenti con le spade».

Eppure è un pacifico, anziano uomo celtico che difende famiglia e popolo dall’assalto dei romani che si oppongono alla resistenza della roccaforte nascosta tra le montagne, un po’ alla maniera di Asterix e Obelix. Crowe tornò al Colosseo per beneficenza con l’ex re Totti. Un giorno confessò di essere laziale, il mondo giallorosso parve capovolgersi. «Really?», fa sornione lui.

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13 giugno 2026