di
Sara D’Ascenzo
Il regista di «E.T.» torna al tema dell’incontro con gli extraterrestri, con estetica vintage e un occhio rivolto al passato ma ponendo interrogativi sulla complessità dell’oggi
«Disclosure Day» di Steven Spielberg
Se avete mai pensato che gli alieni potessero essere arrivati negli anni tra noi, questo film vi dà ragione. L’ossessione di Steven Spielberg per l’«altro» da noi, per l’extraterrestre, per la vita al di là del «piccolo» cielo che abbiamo sulla testa, trova qui la sua definitiva collocazione, come se il regista 79enne che ha regalato al mondo film di tutti i generi e per tutte le memorie visive, avesse avuto bisogno di tutti i frammenti raccontati negli anni per arrivare alla storia di Daniel Kellner (interpretato da Josh O’Connor) un ex pirata inseguito dalla Wardex Corporation per aver rubato le prove della discesa degli alieni tra noi in almeno cinquant’anni di storia. Nella sua fuga verso il «Disclosure Day», cioè il giorno della verità in cui intende rivelare al mondo tutti i dati che possiede, Daniel coinvolge e travolge la sua ragazza, l’ex suora Jane Blankenship (Eve Hewson) la cui mente diventa preda dell’inseguitore numero uno di Daniel, Noah Scanlon (Colin Firth), capo della Wardex, che grazie a un prisma nero può entrare in contatto telepatico con le persone e manipolarle. E sulla strada di Daniel arriva anche Margareth Fairchild (Emily Blunt), speaker del meteo per una televisione del Kansas che scopre di avere un dono: leggere le persone e parlare le lingue di tutti i popoli, extraterresti compresi. «Disclosure Day» è un film stratificato, una sorta di prisma a sua volta in grado di contenere diversi generi e diversi film: Hitchcock è il nume tutelare che guida le scene nel motel, con la luce che filtra dalle serrande e illumina a intermittenza i volti di Daniel e Jane, è quello che guida la mano di Spielberg nella scena del treno ed è lo spirito al quale il regista si vota per dare quel senso di minaccia che incombe sul protagonista e che sembra provenire da dentro di sé, più che da qualcosa di esterno. Il tema dei temi, decisamente spiegato, è quello dell’empatia, dell’incontro con l’altro, della perdita di rapporti tra persone rappresentato dagli alieni, metafora dell’altro da sé. Ma c’è dell’altro. Come in «The Fabelmans» (2022) Spielberg riflette sul cinema e soffre l’avanzata del nulla, dell’intelligenza artificiale che pure massicciamente utilizza (con la Cgi) creando quasi un effetto artigianale e posticcio (vedi gli animali smaccatamente finti, o i bambini così perfetti da sembrare automi), fino a esporre una versione invecchiata e ammalorata di E.T., metafora del tempo e del cinema che è passato e che probabilmente non può tornare. A differenza di tanto cinema anticipatore di Spielberg, «Disclosure Day» è dunque un film che racconta il passato, un film storico sugli alieni, una sorta di sonda «Voyager» da lanciare ai posteri con un compendio del cinema e dei suoi generi: fantascienza, ma anche thriller, spy story, giallo, politico. Privato della sua proverbiale e leggera ironia, Spielberg ammonisce e avverte: «Ascoltate». Sono tempi cupi ai quali non sfugge nemmeno il vecchio Steven.
Voto: 7. Da vedere per come manovra le immagini e per ciò che racconta, rischia di essere un po’ retorico e molto «citofonato». Ma resta un’arca del cinema e in sala ha il suo perché.
«Il prigioniero» di Alejandro Amenábar
Com’era Miguen de Cervantes, l’autore del «Don Quijote de la Mancha», prima di scrivere quel romanzo? Amenábar, regista di «The Others» e «Mare dentro» lo immagina dai lineamenti gentili, fascinoso, con un carisma naturale esercitato anche nel luogo meno libero: una prigione dei Mori ad Algeri dove finisce, ferito a un braccio, dopo la battaglia di Lepanto. Il suo destino sembra segnato: senza l’abiura non sarà possibile uscire vivo da quel carcere dove si chiede ai prigionieri di rinunciare alla propria Fede e abbracciare quella in Allah. Ma Miguel sogna. O meglio, inventa. Inventa storie per intrattenere gli altri prigionieri che colpiscono anche il misterioso Hasan Pasha (Alessandro Borghi), fascinoso e ambiguo, che instaura col prigioniero (Julio Peña) un rapporto intimo, invidiato e chiacchierato. Con un meccanismo alla Sherazade delle «Mille e una Notte», che per il regista contempla anche lo spirito che permea «Fahrenheit 451» (per i libri proibiti), Amenábar costruisce un romanzo di formazione, il ritratto di uno scrittore da giovane, che sfugge a un destino già scritto – la morte – grazie alla potenza della parola e delle storie. Ma il film è troppo lungo e perde progressivamente di forza, le immagini sono fascinose ma decisamente fini a sé stesse e Borghi, bravo a rendere l’ambiguità del personaggio, da solo non regge in un film di cui si capisce poco il fine, la ratio. E resta una ricostruzione molto dettagliata ma patinata di un mondo non poi così lontano.
Voto: 6. Belle ambientazioni, bella prova di Borghi, per un film con poco mordente.
«Orphan» di László Nemes
Le rivolte ungheresi a Budapest nel Secondo Dopoguerra rendono la città attanagliata tra rivoltosi, spie, gendarmi, famiglie disgregate e tentativi di ripartenza. La macchina da presa segue costantemente Andor un ragazzino cresciuto dalla madre con il racconto del padre morto, idealizzato, e che si trova, di fronte a un gigante uomo che sostiene di essere il suo vero padre. Le inquadrature e la fotografia richiamano in maniera esplicita la bellissima stagione cinematografica del Neorealismo. La città con i segni della guerra e delle recenti rivolte, le persone che si muovono impaurite in un clima di terrore, rese dei conti e fantasmi del passato, tutto è filtrato dallo sguardo del bambino fin dalla prima inquadratura: il bambino che osserva da un buco nei cespugli gli adulti decidere del proprio futuro. Lo spettatore assiste all’orgoglio di chi non vuol cedere all’idea di un ritorno del padre e rifiuta categoricamente i gesti dello sconosciuto e le sue attenzioni rivolte alla madre. Il film è tutto sospeso, con un senso di catastrofe che può arrivare da un momento all’altro e in questa tensione emotiva (a tratti un po’ stirata e compiaciuta) si rimane per tutto il tempo del film. Bello il dialogo con il padre immaginario, una grande cisterna nei rifugi sotterranei di una città sotto assedio: ricorda un po’ le confessioni che Marcellino pane vino rivolgeva al crocifisso….
Voto 6 1/2 Il regista non si allontana dai racconti le le ambientazioni legati alle due grandi guerre (come nei precedenti «Il figlio di Saul» e «Tramonto») ma qui manca forse la forza del racconto, un po’ di coraggio narrativo e perché no, anche qualche minuto in meno.
«Romería» di Carla Simón
Marina a 18 anni non ha mai conosciuto i suoi genitori, morti quando lei era molto piccola, e i nonni paterni si sono sempre rifiutati di ammettere la sua esistenza. Dietro c’è un segreto rimosso: la morte dei genitori per Aids alla fine degli anni ’80 vissuta come una vergogna da nascondere, sotterrare tanto da non permettere nemmeno a Marina di avere una firma sui documenti per una borsa di studio. Il titolo fa riferimento a un pellegrinaggio a un santuario e il pellegrinaggio di Marina a Vigo in Galizia, con la forza generatrice del mare e i muri dell’omertà familiare da abbattere, hanno un grande potenziale, annacquato però da uno stile poco incisivo, da un incedere volutamente ondivago in cui la Marina di oggi si sovrappone alla mamma (la stessa attrice, la talentuosa Llúcia Garcia) trovandosi così a interpretare due personaggi opposti: Marina morigerata e timorata, la mamma disinibita e libera. Dietro c’è un approccio psicanalitico alla storia, con la sovrapposizione e l’inversione di ruoli, con un senso di morte che la segue costantemente, misto a una vergogna resa da scene familiari tese nonostante il contesto alto borghese, i soldi, l’allegria dei bambini riuniti sotto lo stesso tetto. Eppure tanto sfoggio di idee, sentimenti, mezzi, con una fotografia retro e un’estetica che ben restituisce il clima di altri anni, non porta a empatizzare con i personaggi, che restano in superficie, come figurine di un album che nessuno vuole finire.
Voto: 6. Poca sostanza, molta forma, per un racconto che resta volutamente ma drammaticamente sospeso.
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13 giugno 2026
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