di Cristiana Allievi
L’attrice è tornata a Cannes con un nuovo film e nuovi progetti: «Ho fatto errori enormi. Non ho ponderato i tempi, ho parlato senza riflettere, sono stata avventata. Ma quello è passato. Oggi mi preservo di più. Anche grazie al percorso dei 12 passi»
Chi scrive si è persa qualche battuta del film di cui Asia Argento è stata protagonista al Festival di Cannes, perché ipnotizzata dal volto dell’attrice, che sembra cambiato. Ma non c’è stata chirurgia estetica. Il motivo è un altro e Argento lo racconta in questa intervista. Era il 2017 quando, proprio a Cannes, denunciò il produttore cinematografico Harvey Weinstein per violenza sessuale, diventando una delle figure simbolo del movimento #MeToo. Dopo quella sera per lei iniziò un periodo difficile. Si ritrovò isolata e il telefono smise di squillare. Oggi appare una donna profondamente diversa, in tailleur grigio, ed è tornata sulla Croisette come protagonista di Death Has No Master. Il regista venezuelano-canadese Jorge Thielen Armand ha avuto un intuito felice scegliendola per il personaggio di Caro, una donna che torna in Venezuela per vendere una piantagione di cacao ereditata dal padre. Tutto, in quei luoghi, le è ostile, a partire dagli indios che si sono stabiliti illegalmente nella villa della sua infanzia.
È dovuta andare fino in Venezuela per ritrovare un ruolo da protagonista. «È vero, negli ultimi anni non ho avuto grandi opportunità. Ho continuato a lavorare perché è il mestiere che faccio da 41 anni e anche quello con cui pago il mutuo e mantengo i miei figli. Ma questo che mi è arrivato dal Venezuela e dal Canada è stato un vero regalo».
Un personaggio che sembra disegnato per lei.
«Capisco più questo film di alcune commedie che ho girato negli ultimi anni e per le quali mi sono dovuta sforzare moltissimo, perché non ho il dono di far ridere. Nonostante questo, è stato un ruolo faticosissimo, mi ha portata al limite delle mie forze psichiche».
Lo ha scelto per mettersi alla prova?
«Quando ho letto la sceneggiatura non ho capito subito a cosa stavo andando incontro. Mi è sembrato un film politico, poi è diventato un thriller, quasi un horror. Solo mentre interpretavo Caro ho capito anche che era una razzista, che il suo dna si era formato in una famiglia di negrieri, diciamo le cose come stanno».
Per diventare lei cosa ha fatto?
«Mi sono molto isolata, per contattare la follia nascosta in questa donna senza radici, che è convinta di averne di profondissime. Non sono mai uscita dalla mia camera d’hotel, non ho mai cenato con nessuno: tutto quello che facevo era leggere la sceneggiatura, fino quasi a ossessionarmi».
Il senso di solitudine che mostra sullo schermo le appartiene?
«Lo vivo regolarmente da quando sono nata. Però ci ho aggiunto anche del mio».
Nel film siamo in Venezuela, ma la violenza che vediamo si trova ovunque. «Sappiamo che quando ci sono di mezzo i soldi, una casa, una famiglia, escono i mostri, da tutti».
Crescendo la sua percezione delle dinamiche familiari è cambiata? «Assolutamente sì. Ho assimilato tante cose che non ricordo neanche più. Ho rimosso tantissimo, però il rimosso resta lì. C’è una scena in questo film in cui Caro è sola nella stanza e impazzisce. Il regista mi ha dato una frusta, un cappello, delle mappe, dei soldi e un fucile. E io ho improvvisato, tirando fuori frasi sul padre che mi aveva picchiata…».
E invece?
«Ho invertito i genitori, a me succedeva più con mia madre… Nel mio mestiere si attinge sempre a qualcosa di personale, mentre nella vita il trucco sta nel non tornare sempre nel passato, e nel cercare di stare nel presente».
Cosa significa stare nel presente?
«Ascoltare quello che lei mi sta dicendo e sentire che non sono in pericolo. Non occorre portare il mio passato nel presente».
Questo richiede un lavoro continuo…
«Esattamente. Ho meditato molto prima di affrontare tutto il caos di Cannes. Ho talmente tanto rumore in testa».
Fa meditazione. Quando ha cominciato?
«Tre anni fa, e la pratica mi aiuta tanto, su tutti i fronti».
Della violenza cosa ha capito?
«È un aspetto terribilmente umano. La società ci costringe a essere ordinati, gentili, ma come dice Freud è completamente innaturale».
Voltandosi, cosa non rifarebbe?
«Ho imparato tanto da quello che è successo, ho fatto errori enormi. Non ho ponderato i tempi, ho parlato senza riflettere, ho fatto gesti avventati. Ma quello che ho fatto ha avuto il suo tempo».
Si riferisce anche a Weinstein?
«Al 2017, e in quel momento si parlava di una cosa sola, o due. Oggi mi comporto diversamente, mi preservo di più. E per fortuna tanti dei miei sogni sono morti, oggi preferisco la realtà».
Si spieghi meglio.
«Quando dormi è importante sognare, ma adesso voglio stare sveglia. Tutti parlano di seguire i propri sogni. Io dico: sogna quello che sei, sogna quello che sai e che puoi fare».
Lei cosa può fare?
«Occuparmi di quello che mi riguarda davvero: la mia famiglia, i miei figli, il mio cane e i miei gatti».
In passato ha detto che i padri dei suoi figli non servivano a molto…
«Non era vero, però ho visto tutti i miei errori. Ho fatto un’autoanalisi, cercando di non focalizzarmi su quello che mi hanno fatto gli altri, ma sulla mia parte».
Prima non si assumeva le sue responsabilità?
«Pensavo sempre “mi hanno fatto questo, mi hanno detto quello…”, invece ora vedo che ho sempre avuto il 50 per cento di responsabilità».
Da dove è partita la nuova visione?
«Dalla sobrietà, e se scegli di fare un certo percorso per salvarti la vita, sei costretta a vedere tutte queste cose».
Da cosa si è salvata?
«Dall’alcolismo. In questi anni l’analisi, il buddismo, l’ayahuasca e altro ancora non hanno funzionato. Ma ho finalmente trovato quello che mi sta salvando, un giorno alla volta».
Vuole menzionarlo?
«È il percorso dei 12 passi, per affrontarlo devi essere disposta a guardare tutto quello che sei veramente».
Cosa l’ha portata a fare il primo passo?
«Stavo morendo. Ma invece di uccidermi, la mia malattia mi ha salvata perché mi ha portata alla via d’uscita. O meglio, non guarirò mai, ma adesso posso dire di essere una ex alcolista».
Perché non guarirà mai?
«Perché so che c’è chi ci ricade dopo venti anni… Ho atteggiamenti, paure, risentimenti che accomunano tutti gli alcolisti. È come quando hai il diabete, non guarisci mai. La soluzione è lavorare con i 12 passi e stare in contatto con persone che fanno il mio stesso percorso spirituale».
Questo percorso l’ha portata a incontrare di nuovo le persone del suo passato, in un modo diverso?
«Sì, ho anche chiesto scusa a tutti, o quasi: mi manca ancora qualcuno».
Come si è sentita, a chiedere scusa?
«Libera, più leggera».
Hanno accettato tutti le sue scuse?
«Non c’è stato nessuno che non le abbia accettate. È stata una delle cose più emozionanti e allo stesso tempo strazianti, sentire l’iceberg che si scioglie».
Che effetto fa alle persone questa nuova Asia?
«Sono cinque anni che faccio questo percorso, osservo l’effetto innanzitutto sui miei figli, gli fa bene vedere la madre che si cura».
La sua creatività ne risente?
«Ha detto di avermi vista trasfigurata, no? (ride, ndr )».
Ha nuovi progetti?
«Il destino ha voluto che non lavorassi tanto questi anni, perché mi stavo rimettendo in sesto. Con Death has no master mi sono accorta di essere ancora capace di fare questo lavoro, e di farlo nella maniera che merita. Mi sono riaperta, e mi stanno arrivando progetti molto belli, di cui due in Italia, uno con un regista con cui ho già lavorato vent’anni fa».
Non ha più un profilo su Instagram….
«Mi sono tolta, ormai non potevo più esprimere opinioni che scoppiava il finimondo. Un’attrice deve essere un mistero, come era una volta. Non mi faccio più foto, mentre prima passavo la giornata a mettere filtri. Sparire dai social mi sta aiutando a invecchiare con più dignità».
13 giugno 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA