di
Cesare Giuzzi

Elisabetta Ligabò commenta la scarcerazione del figlio dopo l’affidamento in prova. Stasi ha passato in carcere 10 anni. Ora finirà di scontare la condanna con l’affidamento ai servizi sociali

«Ho vissuto ogni giorno con il fiato sospeso, cercando di restare forte anche quando la forza sembrava non esserci più. Questi mesi sono stati una prova durissima, qualcosa che segna profondamente una madre». Elisabetta Ligabò, la mamma di Alberto Stasi, in questi anni, nonostante la condanna a 16 anni per l’omicidio di Chiara Poggi, non ha mai smesso di cercare ogni strada per inseguire una nuova verità.

Lo ha fatto anche dopo la morte del marito Nicola Stasi la notte di Natale del 2013, con la compostezza di chi si è sempre affidata alle (poche) possibilità del codice di procedura penale, senza mai perdere la fiducia nella giustizia. Sa perfettamente che l’affidamento in prova non è una vittoria ma soltanto un passaggio formale. Per vedere, come spera, riconosciuta l’innocenza di suo figlio dovrà aspettare un eventuale processo di revisione: la nuova montagna che lei, Stasi e i suoi avvocati Giada Bocellari e Antonio De Rensis, hanno davanti per i prossimi mesi.



















































Una scalata che però adesso, con i risultati della nuova indagine su Andrea Sempio, sembra molto meno ripida rispetto al passato: «Oggi, vedere mio figlio uscire e poterlo finalmente riabbracciare è un sollievo che non riesco a descrivere a parole — racconta Elisabetta Ligabò —. È un momento che aspettavo con tutto il cuore». Quanto alla revisione le previsioni dicono che se ne parlerà probabilmente a settembre. Anche perché il lavoro dei legali è solo all’inizio: «Spero che da qui possa iniziare per lui un percorso nuovo, più sereno, più giusto, più umano. Ringrazio sinceramente tutte le persone che ci hanno sostenuto in silenzio, con rispetto e affetto». Nell’attesa «chiedo soltanto di poter proteggere questo momento fragile per la nostra famiglia e di permetterci di ritrovare un po’ di pace».

Al lavoro dei legali si affiancheranno anche le valutazioni della procuratrice generale Francesca Nanni e dell’avvocato generale di Corte d’Appello Lucilla Tontodonati che stanno studiando le carte inviate a Milano dal procuratore di Pavia Fabio Napoleone. La nuova inchiesta, nella convinzione dei magistrati pavesi e dei carabinieri di Milano, non solo escluderebbe Stasi dalla scena del crimine, ma anzi sembra smontare gli elementi che nel 2015 portarono la Cassazione a condannare Stasi a 16 anni. C’è il nodo principale, quello dell’alibi, che già gli era valso due assoluzioni in primo e secondo grado, ma ci sono soprattutto altre tracce non considerate prima che per i pm indicano invece in Andrea Sempio il presunto assassino. 

Dopo la prima chiusura indagini di inizio maggio, la procura ha disposto una consulenza psichiatrica sull’indagato. Ma gli inquirenti stanno svolgendo nuovi accertamenti a tutto campo in vista del termine delle indagini di fine settembre.


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14 giugno 2026