di
Francesco Verderami
L’appello dell’ex premier in «Competere o sparire»: sono in gioco i nostri valori
È diventato Picconatore per necessità. Anzi, «per urgenza» come scrive Mario Draghi nel suo libro. Insomma, è una scelta dettata dal principio di realtà. E secondo l’ex premier l’Europa deve decidere al più presto se accettare la sfida del nuovo mondo o condannarsi all’irrilevanza, alla perdita del ruolo e soprattutto dei valori che hanno caratterizzato la sua storia.
In gioco è l’idea dell’Unione con la quale il Vecchio Continente «ha messo da parte secoli di conflitti» e ha saputo superare «enormi ostacoli politici, economici, sociali». Draghi si chiede se quell’idea sia ancora «condivisa», se sia rimasta intatta «l’ambizione del recente passato». La risposta è dirimente: la «dobbiamo ai padri fondatori dell’Europa, a noi stessi, a chi verrà dopo di noi».
«Competere o sparire», edito da Rizzoli, non è una semplice raccolta dei suoi interventi pubblici svolti negli ultimi tre anni. La cronologia dei discorsi consente infatti di capire come l’ex presidente della Bce, a ogni appuntamento, abbia illustrato i problemi e avanzato soluzioni per risolverli. I conflitti geopolitici, la rupture con gli Stati Uniti, la competizione con la Cina, il neo protezionismo globale, la dipendenza energetica e delle materie prime, il ritardo tecnologico. Tutte minacce da fronteggiare con un cambio «radicale» dell’Unione, con nuovi Trattati, con una struttura federalista «pragmatica», con investimenti «comuni» nei settori strategici, difesa compresa.
Il fatto è che con il trascorrere degli anni, a ogni suo intervento, gli appelli hanno assunto toni sempre più accorati. A testimoniare la preoccupazione per i ritardi accumulati. A denunciare la mancanza di percezione del rischio che l’Europa corre: il pericolo di trasformarsi in un piccolo continente antico. Così l’uomo che ha salvato l’euro diventa Picconatore per contribuire a salvare l’Europa, esortando a rompere le incrostazioni di un sistema ormai vecchio.
Martin Wolf, firma illustre del Financial Times a cui è stata affidata la prefazione, preferisce definirlo «il profeta dell’Europa», che «non è più uomo d’azione» ma è diventato «uno dei suoi pensatori più rilevanti». Tuttavia gli interventi di Draghi riflettono l’«urgenza». Basta rileggere l’incipit del discorso pronunciato a Bruxelles un anno dopo la pubblicazione del suo Rapporto sulla competitività europea: «Ogni sfida che avevamo identificato un anno fa è diventata più acuta». Un monito per la lentezza nell’applicazione delle riforme. Un messaggio spiegato nel discorso di Aquisgrana di un mese fa: «Il problema non è la mancanza di ambizione tra i leader. È quanto accade dopo che l’ambizione entra in moto. Gli accordi vengono elaborati attraverso comitati che diluiscono e ritardano, finché il risultato non somiglia più a ciò che era previsto».
Intanto il nuovo mondo va veloce. E passino Stati Uniti e Cina. Ma, per citare Wolf, anche l’economia dell’India «tra una generazione eguaglierà quella europea e fra trent’anni sarà quattro volte superiore». I fenomeni politici in atto nel Vecchio Continente fanno capire quanto poco tempo ancora si possa abusare della pazienza dei cittadini europei. E dinnanzi al bivio «go big or go home», andrebbe spiegato che «se l’Ue scegliesse la seconda opzione, si potrebbe scoprire che la casa accogliente in cui credeva di tornare è ormai svanita nel nulla». Un atto d’accusa verso il sovranismo europeo con cui gli Stati regolano i loro rapporti e che si manifesta in ogni vertice a Bruxelles. Come non fosse cambiato nulla.
Se Draghi diventa Picconatore non è quindi per distruggere, ma per liberare dalle macerie e ricostruire, dato che niente è rimasto in piedi. «La globalizzazione come l’abbiamo conosciuta è finita» (Washington, 15 febbraio 2024). «L’Ue è stata progettata per un mondo che non esiste più» (La Hulpe, 16 aprile 2024). «Il nostro modello di crescita sta svanendo e l’inazione minaccia la nostra competitività e la nostra stessa sovranità» (Bruxelles, 16 settembre 2025). «L’Europa rischia di diventare subordinata, divisa e deindustrializzata» (Lovanio, 2 febbraio 2026).
«L’agire insieme — scrive Draghi — è divenuta condizione necessaria per affrontare la competizione con le altre grandi potenze, ma anche per sopravvivere con quei valori che nel corso degli anni sono venuti a definire questa identità comune». Il problema non è la mancanza di risorse o di competenze ma la frammentazione nelle decisioni. «Bisogna agire come fossimo un unico Stato». La scelta è politica ovviamente «e non voglio fingere che sia facile». Va superata una stratificazione millenaria di identità nazionali, che pure provengono da una radice comune. Il passo si impone: «Per la prima volta a memoria d’uomo siamo davvero soli insieme». Soli ma «insieme».
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15 giugno 2026
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