Dopo aver collaborato a tre film in meno di cinque anni, quella formata da Derek Kolstad e Bob Odenkirk è da considerarsi ufficialmente una coppia di fatto cinematografica, la cui missione è consolidare nei panni dell’eroe action un sessantenne con l’alopecia e due stent coronarici. Un po’ lo fanno per passione, e si percepisce che tendenzialmente si divertono come dei vigliacchi a ripetere una formula agile e succosa che porta sempre a casa il risultato. E un po’ lo fanno per noi, vecchi e gloriosi arnesi reduci di un cinema casereccio, di genere e a medio budget che non si fa più con i ritmi da catena di montaggio di trenta-quarant’anni fa.

Nostalgia di quando al cinema si ammazzavano le vecchine

Io sono nessuno era John Wick ma anzianotto, e Io sono nessuno 2 era John Wick ma Jessica Fletcher. Il protagonista di Normal, invece, è sempre un signore con la piazza in testa più vicino alla pensione che al mezzo di cammin di nostra vita, ma a vederlo da lontano non sembrerebbe un altro John Wick. Non è una sorprendente macchina da guerra versata in ogni tipo di combattimento e in grado di falciare duemila professionisti dell’omicidio creativo e delle torture che normalmente sarebbero capaci di ammazzare chiunque a mani nude. A guardarlo da vicino, però, il protagonista di Normal si chiama Ulysses – ovvero, a conti fatti, un altro signor Nessuno – ed è uno sceriffo di esperienza che si ritrova braccato da un’intera cittadina a mano armata. Fatte le dovute proporzioni, in confronto al postino, al medico di base e alla nonnina della merceria di un paesello del Minnesota, qualsiasi sbirro addestrato con un minimo di sangue freddo potrebbe fare la figura del John Wick di turno. Dovremmo concludere che Normal è John Wick ma normale? Forse mi sento un po’ male, ma il filo logico porta a quello. Rimarrà per sempre oscuro, invece, il filo logico da cui è scaturita la: sigla!

Cosa c’entra la yakuza con Normal, milleottocentonovanta abitanti e un alce in mezzo al nulla innevato del Minnesota? Cercava Fargo e si è confusa? No spoiler perché giustamente possono infastidire, ma fin dal cold open appare evidente che qui neko ci cova. Stacco sulla provincia statunitense uccisa dall’inflazione e della gentrificazione. Ulysses è uno sceriffo ad interim appena arrivato in città per una supplenza di otto settimane, in attesa che la popolazione elegga ufficialmente il suo nuovo tizio con la stella sul petto dopo la morte improvvisa del vecchio titolare. Dal punto di vista del foresto, a Normal, Minnesota la vita è talmente frizzante che la notizia del giorno sulla radio locale sono i matti festeggiamenti per il 152° anniversario dell’arrivo della ferrovia. Eppure, long live ‘meriga, la stanza del motel più scrauso della zona costa comunque 55 dollari a notte.

Tipo regalo per la prima comunione nel Minnesota

Il piano di Ulysses è ben chiaro, è sempre lo stesso sin da quando gli è capitato quella brutta faccenda che l’ha reso uno sbirro traumatizzato da manuale, e verrà puntualmente rovinato dal fatto che i personaggi interpretati da Bob Odenkirk nei film scritti da Derek Kolstad portano più sfiga della signora in giallo. Lui desidera solo fare l’educato segnaposto senza prendere alcuna decisione, vuole passare carte, timbrare documenti, lasciare tutto come l’ha trovato al suo arrivo e trasferirsi nel prossimo paesello in culo al mondo che ha bisogno di un sostituto temporaneo facente funzioni. Che a pensarci bene, sembra anche un po’ la china che sta prendendo la carriera da regista con budget di Ben Wheatley, entrato nel giro di Hollywood dall’ingresso sul retro dell’ingresso sul retro, quello dedicato ai mestieranti costretti a fare ciò che gli dicono i produttori senza avere troppa voce in capitolo (Shark 2 – L’abisso, porca puttana impestata).

Normal non è un danno cinematografico come Shark 2 – L’abisso, tutt’altro. È un film d’intrattenimento molto più che onesto, scritto da gente professionale e scaltra (Kolstad e Odenkirk stessi), strutturato per essere asciutto e dritto – mezz’ora di chiacchiere per imbastire situazioni e personaggi, un’ora di cose che esplodono e gente che muore – e diretto con il pilota semi-automatico da uno che sa dove mettere la macchina da presa. Il problema di Normal è che tutto, TUTTO, è spiattellato ad alta voce più e più volte. Ulysses ha il feticcio di lasciare messaggi in segreteria all’ex moglie per raccontarle come si sente e per spiegarle il film. La versione sfigata ma tenera di Bonnie e Clyde, quelli che rompono il perfetto ingranaggio corrotto di Normal decidendo di rapinare la banca sbagliata, hanno anche l’ingrato compito di sottolineare con il pennarello grosso l’ovvio, ovvero che il paesino si chiama Normal ma non è mica normale, e io ad ascoltare una roba del genere sento distintamente un ganglio di neuroni che mi si suicida. Per festeggiare la metà quasi esatta del film, un personaggio secondario fa il riassunto di tutto quello che è successo fino a quel momento. E anche quando Normal ha la grazia di non trattarci come analfabeti cinematografici semi-funzionali con un deficit cognitivo, in diversi casi tende comunque a scegliere soluzioni abbastanza telefonate.

Chissà cosa succederà a questo babbeo a cui piace andare in giro con un chiodo da 20cm in bocca

Detta così, so che suono molto più incazzato con Normal di quanto non sia effettivamente. In realtà la qualità c’è, così come sono presenti alcune idee fomentanti, tutte matte e grondanti ironia asciutta che sono convinto arrivino dalla felice unione fra la scrittura johnwick-centrica di Kolstad e l’esperienza come sceneggiatore brillante di Odenkirk. Inoltre mi provoca un sollazzo incontrollato sapere che alcuni di voi si inalbereranno come se avessero pippato wasabi dal culo per la gentilezza quasi impalpabilema significativa con cui è stato inserito un personaggio non binario che, per di più, si scoprirà essere l’innesco fondamentale dell’intera faccenda. Insomma, non sono arrabbiato con Kolstad & Odenkirk, né con Wheatley o con le sontuose tre pose accettate da Henry Winkler nei panni del sindaco maneggione. Sono triste e deluso perché un film assolutamente ok, con il giusto gusto per la violenza coreografata e ben contestualizzata, e privo di ogni pretesa di fingersi ciò che non è, per esistere e trovare distribuzione – al cinema, nemmeno su piattaforma – sia costretto a scendere a patti con un pubblico generico ammorbato dall’algoritmo e sempre più brocco, andando in onda in forma leggermente più idiota per venire incontro alle nostre capacità mentali (semicit.).

Poster quote:

“Sembra streaming ma non è, serve a darti la piorrea”
Tohiro Gifuni, i400calci.com

>> IMDb | Trailer

 

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