Al centro della narrazione del film Avemmaria vi è Fortunato, un ragazzo che cresce nei primi anni Ottanta nel quartiere di Pianura, periferia popolare di Napoli spesso dimenticata e segnata da condizioni di forte marginalità. La sua infanzia si svolge all’interno di un contesto familiare numeroso e complesso, dove convivono il padre Raffaele, appena rimasto senza lavoro, la madre Antonietta, giovane ma già gravata da responsabilità familiari e da un lutto non elaborato, la nonna Filomena, figura severa e vestita di nero, consumata dal risentimento, insieme a tre fratelli e all’arrivo imminente di un quinto figlio.

In questo ambiente difficile, la quotidianità è attraversata da episodi di tensione sociale, episodi di violenza e una condizione diffusa di instabilità economica. Il giovane protagonista cresce così in un mondo in cui la realtà urbana appare dura e spesso implacabile, dove l’infanzia stessa rischia di trasformarsi in un’etichetta penalizzante.

Eppure, nonostante tutto, Fortunato non si lascia schiacciare dal contesto. La sua risposta alla durezza del quotidiano è una forma di resistenza interiore alimentata dall’immaginazione e dalla capacità di sognare, che diventano strumenti di fuga simbolica e di sopravvivenza emotiva. Il percorso narrativo segue quindi la sua crescita tra piccoli gesti, paure, desideri e tentativi di costruirsi una via alternativa rispetto a un destino che sembra già scritto.

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