Il film documentario ‘La vita segreta dei giocattoli’, presentato in anteprima al 22esimo Biografilm Festival di Bologna, racconta la storia del ravennate Roberto Papetti, uno degli ultimi e più noti artisti del giocattolo in Italia, fondatore negli anni Ottanta del centro di educazione ambientale ’La Lucertola’ e punto di riferimento per la pedagogia del gioco. Partendo dal suo studio-bottega di Ravenna, inizia un lungo viaggio da sud a nord in Italia per costruire insieme ai bambini mondi di immaginazione e riflettere, attraverso il gioco, sui temi della pace, del riciclo e dell’ecologia.
Papetti, com’è nata l’idea di un film che ripercorre alcuni dei tratti salienti della sua vita?
“Tutto è cominciato qualche anno fa, quando si sono presentate nel mio laboratorio l’antropologa e regista Alexandra D’Onofrio e la documentarista e montatrice Sara Zavarise, della casa di produzione Zalab Film. Insieme abbiamo sviluppato un progetto incentrato soprattutto sul mio lavoro nelle scuole. C’era bisogno di fondi e così ci siamo rivolti inizialmente al ministero e poi alla Regione Emilia Romagna”.
Tra le condizioni per ottenere finanziamenti c’era quella di toccare diverse città italiane. Com’è andata?
“Abbiamo girato a Roma, a Palermo, al Lido di Venezia e poi a Ravenna e Faenza. In ogni tappa, ho realizzato laboratori con bambini in cui costruire i giocattoli più rappresentativi della mia poetica. Per esempio, a Palermo ho portato il bestiario da cassetta di frutta, al Lido di Venezia Marina la Sirena e a Roma i Pacifici. Il gesto creativo diventa occasione di incontro e riflessione condivisa”.
Il film ricorda anche la sua prima grande retrospettiva al Mar di Ravenna e termina con un omaggio all’alluvione…
“Sì. La mostra è stato un bel riconoscimento della mia ricerca artistica, dopo un lungo percorso ai margini del sistema dell’arte. Nel finale c’è spazio per richiamare il tragico evento del 2023, nel momento in cui appoggio un’opera, una scultura di land art sull’argine del fiume Lamone, L’equilibrista, simbolo del rapporto fragile tra uomo e natura”.
Com’è nata la sua passione per i giocattoli?
“Purtroppo ho lasciato la scuola a causa di una maestra crudele, solo successivamente mi sono riavvicinato grazie a un supplente ‘portatore di ludicità’. Rifiutando la scuola, andavo alla ricerca di maestri alternativi: un giorno rimasi colpito dal vedere quello che per tutti era un matto catatonico, realizzare degli animaletti con la stagnola delle sigarette. Lo considero il mio primo maestro di manualità”.
Qual è il prossimo obiettivo del film documentario?
“Alexandra e Sara vogliono farlo girare il più possibile, proponendolo alle scuole e non solo in Italia. Abbiamo già fatto alcune proiezioni e i riscontri sono stati positivi. Lo abbiamo presentato anche ai giovani detenuti dell’IPM Pietro Siciliani di Bologna, nell’ambito del progetto educativo ‘Tutta un’altra storia’”.
Com’è andata?
“In realtà non siamo riusciti a terminare la proiezione, i ragazzi erano troppo agitati e non riuscivano a stare fermi, anche se sul piano relazionale qualcosa ha funzionato. Alcuni ragazzi si sono dimostrati interessati e mi hanno fatto domande. A stupirli maggiormente è stato il fatto che non vendo i miei giocattoli ma li dono”.
In questi giorni sta ultimando un giocattolo per il concerto ‘OperaPaese’ di Giorgio Battistelli al Ravenna Festival il 3 luglio. Può parlarne?
“Sono stato scelto insieme ad altri artigiani e sto finendo un violino che porterò in scena insieme ad altri miei giocattoli musicali. Mi ha fatto molto piacere essere definito il ‘poeta’ dei giocattoli perché lavoro sul pezzo unico, non produco in serie, non faccio design, e mi piace mettere qualcosa in più”.
Roberta Bezzi