Roma, 17 giugno – Se ne parla poco, se si considera che soltanto nel nostro Paese colpisce più di 11 milioni di persone, spesso del tutto ignare di esserne colpite, trattandosi di una patologia che viaggia sotto-traccia. Eppure, la sindrome cardio-nefro-metabolica (nota anche con l’acronimo Ckm), che come suggerisce il nome colpisce cuore, reni e metabolismo, è considerata una “epidemia silenziosa e nascosta” che intrecccia obesità, diabete di tipo 2, malattia renale cronica e patologie cardiovascolari in un circolo vizioso difficile da spezzare, colpendo legioni di ignari cittadni.
Per la Ckm non esisteva nemmeno, almeno fino al 9 giugno scorso, una “bussola” scientifica di riferimento – fino a quando, appunto otto giorni fa quattro grandi società scientifiche americane – American Heart Association (Aha), American College of Cardiology (Acc), American Diabetes Association (Ada) e American Society of Nephrology (Asn) – hanno firmato insieme le prime linee guida per la prevenzione, la diagnosi e la gestione della sindrome, pubblicate simultaneamente su Circulation e Journal of the American College of Cardiology.
Se ne è parlato anche in occasione dell’International Symposium on Cardiometabolic Risk and Vascular Disease – From Mechanisms to Treatment che si è aperto ieri e si concluderà oggi a Stoccolma: due giorni di lavori scientifici co-organizzati da Fondazione Menarini e Karolinska University Hospital nel corso dei quali le novità delle linee guida messe a punto negli USA e considerate storiche (in particolare, l’indicazione di un approccio multidisciplinare e la disponibilità di nuovi farmaci tre-in-uno) sono “sbarcate” in Europa. 
L’evento (inserito nel programma di iniziative per celebrare i 50 anni di Fondazione Menarini) ha accolto nella capitale svedese oltre 300 partecipanti da 29 Paesi ed è stato presieduto dall’italiano Francesco Cosentin (nella foto), direttore della Medicina cardiovascolare del Karolinska Institutet e dell’ospedale universitario di Stoccolma, nonché direttore del Laboratorio di Cardiologia molecolare.
Cfk sempre più causa predominante di rischio cardiovascolare nella popolazione
Alcuni numeri riferiti dai promotori del simposio. Degli 11,6 milioni di pazienti diagnosticati con la sindrome Ckm nel nostro Paese (fonte: Fondazione Charta, Osservatorio sulla sindrome cardio-renale-metabolica, 2024), 4,7 milioni presentano in media 2,5 fattori di rischio contemporaneamente: il 79,6% è iperteso, il 67% ha il diabete di tipo 2, il 44,4% l’ipercolesterolemia, il 40% l’insufficienza renale. E la situazione è aggravata dal fatto che la maggior parte di questi pazienti non è a target terapeutico: il 72% non ha la pressione sotto controllo, il 47% non raggiunge i valori glicemici raccomandati, il 45% non è a target per il colesterolo.
Negli Stati Uniti la fotografia è altrettanto preoccupante: quasi il 90% degli adulti presenta almeno un fattore di rischio per la sindrome Ckm. L’obesità da sola colpisce il 40% degli adulti americani e il 21% dei bambini e adolescenti. “Il peso globale della malattia è confermato anche dall’ultimo rapporto del Global Burden of Disease del Lancet (ottobre 2025): le malattie non trasmissibili costituiscono quasi i due terzi della mortalità e della disabilità globali, e le prime tre responsabili sono la cardiopatia ischemica, l’ictus e il diabete” ha ricordato . “La mortalità cardiovascolare è determinata per almeno un terzo da fattori di rischio metabolici (ipertensione, aumento dell’indice di massa corporea Bmi, iperglicemia, ipercolesterolemia e disfunzione renale) e il burden metabolico continua ad aumentare di pari passo con l’invecchiamento della popolazione”.
Se fino a oggi diabete, malattia renale e patologie cardiache venivano trattati come problemi separati, affidati a specialisti diversi che raramente dialogavano tra loro, le nuove linee guida Usa segnano per i medici “una svolta culturale prima ancora che clinica: impongono un approccio integrato e introducono un sistema di stadiazione in quattro livelli – dallo stadio 0, in assenza di fattori di rischio, allo stadio 4, con malattia cardiovascolare conclamata – per identificare il rischio prima che il danno d’organo sia irreversibile”.
Osserva
Stefano Del Prato, presidente di Fondazione Menarini (nella foto): “La sindrome Ckm sta diventando la causa predominante di rischio cardiovascolare nella popolazione, ma molte delle sue componenti non vengono messe a fuoco tempestivamente e questo ne peggiora gli esiti clinici. Non possiamo più permetterci di guardare al cuore, ai reni e al metabolismo come capitoli di patologia separati, a compartimenti stagni. Questi pazienti non possono essere rimbalzati dal cardiologo all’endocrinologo al nefrologo: il futuro della medicina cardio-nefro-metabolica è superare i confini delle varie specialità. Bisogna affrontare il problema della sotto-diagnosi della sovrapposizione di queste patologie”.
Per Cosentino, “il razionale fisiopatologico di questo approccio integrato è molto solido: adiposità, insulino-resistenza, disfunzione endoteliale, infiammazione cronica e attivazione neuro-ormonale si intrecciano e si alimentano a vicenda, determinando il progressivo avanzamento del danno aterosclerotico, il rimodellamento del miocardio, lo sviluppo della malattia renale e, in ultima analisi, la disfunzione multiorgano”.
Ckm e farmaci, il ruolo di glifozine e agonisti del Glp-1
Al centro della discussione scientifica ci sono due categorie di farmaci che negli ultimi anni hanno ridisegnato il panorama terapeutico, evidenziano gli specialisti. Le gliflozine (inibitori Sglt2), nate come ipo-glicemizzanti, sono oggi somministrate anche a pazienti non diabetici per i loro documentati benefici cardiovascolari: riducono la mortalità globale e cardiovascolare, gli infarti, gli ictus e i ricoveri per scompenso cardiaco.
Gli agonisti del Glp-1 e i dual agonist Glp-1/Gip, introdotti come farmaci anti-diabete e anti-obesità, hanno dimostrato potenti azioni anti-aterosclerotiche, trovando oggi indicazione nella malattia aterosclerotica cardiovascolare e nella riduzione di mortalità e ricoveri nei pazienti con coronaropatie. Per Cosentino, si tratta di “una nuova generazione di farmaci che deve essere conosciuta e utilizzata non solo da endocrinologi e diabetologi, ma da internisti, cardiologi e nefrologi, perché estremamente efficace nei pazienti con comorbilità cardiometabolica”.
Accanto alla rivoluzione farmacologica, il simposio riporta al centro dell’attenzione lo strumento più antico e ancora insostituibile per combattere queste patologie: la prevenzione. “Non dobbiamo dimenticare lo stile di vita” ammonisce al riguardo Cosentino: “Due studi pubblicati quest’anno confermano il valore di questo approccio: il Diabetes Prevention Program statunitense e il Da Qing Diabetes Prevention Outcome Study cinese hanno dimostrato che un miglioramento della dieta e dell’attività fisica non si limita a prevenire l’insorgenza del diabete, ma ha un effetto protettivo cardiovascolare significativo attraverso la remissione del pre-diabete (oggi più correttamente chiamato ‘iperglicemia intermedia’). Passare da una condizione di disglicemia alla normo-glicemia si traduce in una protezione a lungo termine dalle complicanze cardiovascolari. Un dato tanto più urgente di fronte ad una generazione di bambini obesi fin dall’infanzia, con rischio cardiovascolare che si anticipa drammaticamente”.
Ckm e ambiente, anche le microplastiche giocano un ruolo negativo
Sul versante ambientale, uno studio di due anni fa pubblicato su The New England Journal of Medicine ha documentato la presenza di un’elevata concentrazione di microplastiche anche all’interno delle placche di aterosclerosi carotidea. “I pazienti con microplastiche nelle placche presentavano un rischio combinato di mortalità cardiovascolare per ictus e infarto significativamente superiore rispetto a chi, a parità di grado di stenosi, ne era privo” riferisce al riguardo Cosentino. “Studi in corso presso il nostro Laboratorio di Cardiologia molecolare confermano il potere ossidante e infiammatorio delle micro e nanoplastiche nelle cellule endoteliali, con effetti diretti sull’innesco della malattia aterosclerotica”.
Una mano d’aiuto per fare fronte all’epidemia silenziosa di Ckm può arrivare dall’intelligenza artificiale, che – applicata ai grandi registri sanitari come quelli svedesi, descritti come “tra i più completi al mondo” – apre prospettive inedite per la ricerca data-driven. “L’Ai ‘nutrita’ con questa grande mole di dati, raccolta in maniera completa ed esaustiva, darà una svolta all’avanzamento della gestione dei pazienti. In futuro” – prospetta il cardiologo del Karolinska Insitutet – potrebbe non essere più necessario ricorrere ai trial clinici tradizionali. Fondamentale è registrare il dato, non solo produrlo, per addestrare l’intelligenza artificiale”.