di
Carla Piro Mander

Viaggio nell’epistolario del grande scrittore. Dal 1925 al suicidio, le lettere dello scrittore raccontano le donne amate e perdute. «Povero Pavese, morto per Tina, Fernanda, Costanza. Quale di queste donne poteva salvarlo?», scrisse nel ‘50 Bianca Leucotea

(Cesare Pavese è tra le tracce della Maturità 2026 con «Passerò per piazza di Spagna», poesia d’amore del 1950 dalla raccolta «Verrà la morte e avrà i tuoi occhi». Il tema è quello dell’amore non ricambiato per l’attrice statunitense Constance Dowling. Ripubblichiamo un articolo di Carla Piro Mander del 15 gennaio 2025 sugli amori sfortunati dello scrittore e poeta raccontati dal suo epistolario). 

«E Cesare, perduto nella pioggia, sta aspettando da sei ore il suo amore, ballerina. E rimane lì, a bagnarsi ancora un po’, e il tram di mezzanotte se ne va». Sarebbe stato lo stesso De Gregori a spiegare a noi canticchiatori fieramente inconsapevoli che il Cesare cantato nel ‘73 era Pavese, evocato nell’attesa del suo amore, il primo. 



















































Siamo a Torino, è il 1925. Cesare frequenta il D’Azeglio. È un diciassettenne timido, orfano di padre e — scrive Davide Lajolo — «non è uno di quei giovanotti ardenti che scordano tutto alla vista di una sottana. E gli amori di un timido sono sempre più seri di quelli di uno sfrontato». Il primo amore è Milly, al secolo Carolina Mignone, e lavora al caffè-concerto La Meridiana, nella galleria Natta (San Federico).

Lui vince la timidezza, si presenta, scambia qualche parola con lei. Le scrive. «Certo signorina non potrà non stupirla questa lettera di una persona che lei non conosce. […] Io la conosco, ma così, di sfuggita, l’ho seguita, l’ho osservata a lungo, ma senza mai osare avvicinarla. […] Ma è poco, al confronto dell’immensità di ciò che vorrei conoscere in lei». Ottiene un appuntamento, al quale lei non va. E Cesare, perduto nella pioggia, sta aspettando da sei ore il suo amore ballerina…

La pleurite presa per aspettare Milly lo terrà lontano da scuola, la delusione sarà forte. Ma la vita di più. Comincia qui l’impegno intellettuale. Con Bobbio, Mila, Ginzburg, Monferini, Sturani, dà vita a una «fraternità». Si incontrano, parlano di arte, di politica. Cesare scrive articoli, racconti e poesie. Traduce. Riesce, non senza compromessi, ad insegnare nella scuola pubblica. È di questi anni lo scambio con Elena Scagliola, ciò che ne resta è negli archivi dell’Università di Torino. Nel ‘32 le scrive: «Sono stato male tutto il giorno a non vederti sulla strada di Crevacuore. […] Io indovino in te un miracolo di tenerezza, che, come si è formato avanti agli occhi in tutta l’estate, così ora colla medesima lentezza andrà svanendomi nelle nostre lettere». In effetti la relazione è a distanza, difficile. È Elena, nel ’37 da Fano dove lavora, a chiedergli: «Perché non scrivi? Sono in pensiero. Fatti vivo anche con un semplice saluto». E nel ’38: «Carissimo Pavese, sei il ricordo più bello della mia vita».

Fu vero amore? Rispondeva, nel 2008, Igino Scagliola, fratello di Elena: «Qualcosa di più di un’amicizia. Quando mia sorella Gisella, morta Elena, riordinò le sue carte, si imbatté nelle lettere di Pavese. E volle bruciarle, per rispetto», cancellando così ogni traccia di quell’amore.

Quelli intorno al 1935 sono tempi difficili. Dino Segre lo denuncia e Pavese viene arrestato come antifascista. Nella sua casa la polizia trova una lettera di Altiero Spinelli. È indirizzata a Tina Pizzardo, la «donna dalla voce rauca» della quale Cesare è invaghito e a cui ha permesso di utilizzare il suo indirizzo, ma poco importa. Da Brancaleone Calabro, al confino, le scrive: «Cara, nonostante la cattiva esperienza non so resistere alla tentazione di una lettera. […] La mia pena non è quella scritta, sei tu. […] Ti ringrazio di tutti i pensieri che hai per me. Io per te ne ho uno solo e non cessa mai». Ritorna, rivive. Ritrova, adulta, colei che era stata allieva. Nel ‘38 – scrive Alice Figini — Fernanda Pivano è una brillante studentessa di Lettere. Lui la vede davvero, se ne innamora. Ha inizio una corrispondenza che gradualmente si fa ardente.

Per due volte, nel ‘40 e nel ‘45, propone a «Gognin» («faccino» in dialetto), di sposarlo. Lei rifiuta, lui non desiste. I sentimenti che prova oscillano fra l’audace — «Faccia sì che il primo incontro avvenga tra noi due soli, perché vorrò abbracciarLa e baciarLa» (gennaio ‘43) — e il paternalistico: «Cara Fern, la solitudine che Lei sente, si cura in un solo modo, andando verso la gente e “donando” invece di “ricevere”» (maggio 43). Ma Gognin ama un altro e pur riconoscendo il valore di quel rapporto se ne allontana lasciando un dolore che avvelena. «Che cosa pretendi? Che ci coccoliamo come due conigli?». 

È il ’46, e l’amore nuovo è quello per Bianca Garufi, collega in Einaudi. «Io trovo molto bello questo maltrattarci insaziabile; è sincero e producente. Ciascuno ha i suoi sistemi, noi siamo una bellissima coppia discorde, e il sesso — che dopotutto esiste – si sfoga come può». Dell’amore con Leucotea (Leucò – da cui il titolo dei Dialoghi — è la traduzione greca del nome Bianca) resta un epistolario, curato da Mariarosa Masoero. Ha cominciato Bianca. «Vorrei sapere qualcosa di te, se sei ancora così crudele». Lui conferma: «Lo sono ancora certamente, se crudeltà si può chiamare il contegno di chi rispetta le donne al punto di non volerne sapere di loro». 

L’idillio non avrà futuro. Lui la chiama con i nomi delle altre, la confonde, la tradisce mescolandola con Tina, Fernanda e tutte. «È stato triste per me che tu ieri sera ti sia sbagliato», scrive Garufi prostrata. Si scrivono, cercando «il vero tra noi». Ma lui: «Vedi io non sono mai stato abituato a un contatto come il nostro. [..]Potrei dire che sono tutto cicatrici e stanco».

Le ultime lettere sono all’inizio del ‘50. Ma Bianca, la sua «pietra che rotola», è una delle donne che Pavese finirà per bruciare, perdendola per tornare alle rassicuranti cicatrici che l’hanno condannato (Miryam Scandola). Nel ’49 poi ha incontrato Constance Dowling dalla cui bellezza è affascinato. Basterà? Tutto sembra ancora possibile. «Cara Connie — le scrive a marzo del ‘50 — volevo fare l’uomo forte e non scriverti subito, ma a che servirebbe? Sarebbe una posa. “Ti amo”. Di questa parola so tutto il peso — l’orrore e la meraviglia — eppure te la dico, quasi con tranquillità. L’ho usata così poco nella mia vita, e così male, che è come nuova per me».

Nel giugno il Premio Strega, poi i giorni estivi a Bocca di Magra con l’allora diciottenne Romilda Bollati, la Pierina delle lettere che le indirizza. «Posso dirti, amore, [..] che chi ho amato non mi ha mai preso sul serio? […] Quanto a me, Pierina, ti voglio un falò di bene. Chiamiamolo l’ultimo guizzo della candela. Non so se ci vedremo ancora». Non si vedranno più. 

Cesare si arrende il 27 agosto del 1950. Sulla prima pagina dei Dialoghi con Leucò, sul tavolino accanto al letto, ha scritto: «Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi». E sarà proprio Bianca Leucotea a scrivere il 13 aprile ‘51: «Povero Pavese, morto per Tina, per Fernanda, per Bianca, per Costanza. Quale di queste donne poteva salvarlo?».


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18 giugno 2026 ( modifica il 18 giugno 2026 | 13:01)