Werner Bischof ha solo 38 anni quando muore a Trujillo, in una zona remota del Perù. La sua vita si conclude con un tragico incidente stradale sulle Ande nella primavera del 1954. Il viaggio del grande fotografo svizzero nelle Americhe era cominciato l’anno prima negli Stati Uniti, per poi proseguire attraverso il Messico, Panama e il Cile – inizialmente con l’amata moglie Rosellina Mandel – verso nuovi paesaggi e territori inesplorati, scattando immagini caratterizzate da grande serenità, nella continua scoperta del rapporto strettissimo tra presenza umana e natura.

Rimane impressionato dall’antica civiltà Inca e dai territori selvaggi di quelle zone. Prosegue con le sperimentazioni tecniche e cerca nuovi modi per ritrarre le persone nei loro ambienti, iniziando a lavorare con il formato 35 millimetri. Il 16 maggio 1954 l’appuntamento con il destino: il geologo Ali de Szepessy lo invita a fotografare una miniera in alta quota sulle Ande e l’auto precipita in un burrone. Pochi giorni dopo sarebbe nato il suo secondo figlio, Daniel.

Profondo rispetto per la dignità

Il Museo Diocesano di Milano presenta oggi, a 110 anni dalla nascita, la mostra “Werner Bischof. Point of View”, che offre un’ampia panoramica sulla vita e sull’opera del fotografo svizzero, tra i più importanti fotoreporter del XX secolo. Membro dell’agenzia Magnum Photos dal 1949 (fu il primo fotografo a unirsi ai fondatori), Bischof ha saputo distinguersi per un approccio profondamente umanistico al fotogiornalismo, capace di coniugare rigore documentario e intensità poetica.

L’antologica milanese, a cura del figlio Marco Bischof, di Andréa Holzherr e Tania Kuhn, propone fino al 18 ottobre duecento fotografie vintage originali, affiancate da una serie di provini a contatto e da un documentario che, con uno sguardo ancora oggi straordinariamente attuale, «raccontano la storia con empatia, attenzione e profondo rispetto per la dignità umana».


Bischof, l’umanità del fotoreporter

Sulla via di Cuzco, Valle Sagrado, Perù 1954

(Foto di
Werner Bischof/Magnum)

Il percorso espositivo si sviluppa in quattro sezioni cronologiche che ripercorrono le tappe fondamentali della carriera di Bischof (Zurigo, 1916): Svizzera 1932-1944 racconta gli anni della formazione e le prime sperimentazioni; Europa 1945-1950 raccoglie foto che documentano l’Europa devastata dalla Seconda guerra mondiale, tema che segna profondamente il lavoro e la visione dell’autore; Asia 1949-1953 raccoglie i reportage realizzati in India, Giappone, Corea, Hong Kong e Indocina; Nord e Sud America 1953-1954 testimonia infine l’ultima fase di ricerca di Bischof, con le nuove esplorazioni visive nel continente americano, anche attraverso l’uso del colore.


Bischof, l’umanità del fotoreporter

Danzatrice a Bombay, India 1951

(Foto di
Werner Bischof/Magnum)

Immediatezza e forza espressiva


Bischof, l’umanità del fotoreporter

Orfanotrofio in Ungheria 1947

(Foto di
Werner Bischof/Magnum)

«Immediatezza e forza espressiva – scrivono i curatori – caratterizzano ogni fotografia di Bischof, la cui continua tensione verso una lettura profonda della realtà si esprimeva attraverso la rigorosa cura formale, le composizioni equilibrate e le misurate gradazioni del bianco e nero con cui curava i suoi scatti».

Tratti distintivi che gli valsero, già all’epoca, il riconoscimento della critica e la definizione, rara per un fotogiornalista, di vero e proprio “artista”.

«Del resto – spiegano ancora Marco Bischof, Andréa Holzherr e Tania Kuhn – era solito prendere appunti, fare schizzi veloci o veri e propri disegni, come si osserva nei suoi diari, in modo da entrare in totale sintonia con i luoghi, le vicende e le persone che intendeva raccontare, rispettando la loro dimensione e avvicinandosi a queste realtà con finezza intellettuale e con sensibilità da puro umanista». Che ancora oggi, a distanza di decenni, riesce a emozionare.