«Perché vivere in ambienti addomesticati? Interni beige, marroni, gamme sedate, quasi anestetiche». Karim Rashid, tra le voci più sgargianti del design contemporaneo, provoca. Ma come dargli torto. «I neutri ricordano la terra, certo, il blu richiama il cielo. Ma la natura è ben altro. Pesci, insetti, fiori: ogni specie è una combinazione imprevista di tonalità, vibrante, estrema».

Per il designer, nato al Cairo nel 1960, il colore è forza emotiva. «In oltre trent’anni di lavoro ho capito una cosa: molte persone ne hanno paura. Invece, se usato con intelligenza, genera energia positiva».

Dalle vetrate della sua nuova casa, una sorta di navicella spaziale atterrata nella suburbia del New Jersey, a poco più di mezz’ora da Manhattan, la simbiosi con il paesaggio è immediata. Famiglie di cervi attraversano il giardino, la luce cambia di continuo, il verde entra, si riflette su tavoli e sedie traslucide, tra prototipi e arredi ultramoderni.

«Dopo aver vissuto al Cairo, a Londra, Milano e New York, pensavo di essere un tipo urbano. Eppure non mi sono mai sentito così. Mi chiedo perché non l’ho fatto prima». Sorride dietro gli occhiali fluo, Karim Rashid, tra i designer più prolifici della sua generazione, con oltre 4.000 progetti in produzione, più di 300 premi, clienti in oltre 40 paesi.

«Il posto che amo di più è dove sono seduto adesso», continua. La sua scrivania, un ‘blobject’ senza spigoli affacciata sul bosco. «Accanto ho il dipinto di Gerold Miller, di fronte l’opera di Peter Halley, un rosa tende verso un arancio incendiato, l’altro rosa è più sporco, contiene del blu. Sono proprio queste tonalità ibride, meno ovvie, a essere più potenti».

La casa di Karim Rashid è un manifesto contro gli interni beige: «il colore genera energia positivaAl centro del grande open space, divano bianco Orbs disegnato per Befame e sistema reclinabile in pelle fucsia di Incanto. Sul tappeto di Surface Ideas in nylon oceanico di recupero, Fulse Table per Tonelli. Tutto firmato Karim Rashid. La poltroncina rosa pallido Boomerang è di Rodo lfo Bonetto, B-Line. Sulla sinistra, la cucina Karan disegnata da Rashid per Rastelli è alta cinque metri. Foto Dean Kaufman per Living

Il suo amore per il design nasce presto. «Da piccolo disegnavo con gli evidenziatori lime, verde acido, arancio. Mi attraevano i colori fluorescenti, non quelli primari. Spostavo continuamente gli oggetti nella mia stanza, immaginavo città futuristiche, realtà alternative».

Formatosi in design industriale a Ottawa, Rashid prosegue gli studi a Milano, poi approda a New York, dove in trent’anni costruisce una carriera internazionale, coronata da due lauree honoris causa conferite dall’OCAD di Toronto e dal Corcoran College of Art & Design di Washington.

Con la pandemia l’esodo dalla città. «Vivere a Manhattan è un privilegio, ma anche un costo, richiede presenza, energia, costanza. Io, invece, ero sempre in viaggio». Da lì inizia la ricerca nei dintorni, tra New Jersey e upstate New York, finché trova un terreno su cui costruire. «L’idea iniziale era una casa circolare, completamente aperta, senza interruzioni. Ma in America, appena esci dagli schemi i costi triplicano».

La casa di Karim Rashid è un manifesto contro gli interni beige: «il colore genera energia positivaIn camera, letto Memoria disegnato da Rashid per Natuzzi e lampade Cobra di Martinelli Luce. Foto Dean Kaufman per Living

Così il progetto cambia direzione. Dalle forme organiche a un volume cartesiano, essenziale, quasi astratto. Uno spazio di circa 400 metri quadrati, completamente aperto, pensato come una galleria: «C’è qualcosa di Le Corbusier, ma anche di De Stijl, il neoplasticismo olandese che da Theo van Doesburg in poi riduce l’architettura a piani, colori primari e geometrie essenziali». L’altezza del soffitto è uno degli elementi chiave, quattro metri e mezzo che dilatano lo spazio, lo aprono. Qui living e zona pranzo scorrono in continuità. «In cucina i pensili sono appositamente alti, non comodi, ma enfatizzano la verticalità». Sullo stesso piano, il passaggio alle camere. Tutte si aprono sul giardino attraverso porte scorrevoli. «Interessante è il sistema di schermature: anche sotto la doccia puoi cogliere gli animali del bosco, senza perdere privacy».

Giù dalle scale al piano inferiore, il rosa shocking del pavimento è un’onda elettrica. «Chi scende nel mio studio all’inizio rimane scioccato poi, però, lo ama», scherza il designer. «Mi succede anche per strada, gli uomini mi fermano perché adorano il mio completo rosa. Ma non lo indosserebbero mai». Un pavimento rosa in resina epossidica autolivellante su cemento è impegnativo, richiede tempo, è costoso ma Rashid voleva il fucsia acceso senza compromessi. «A cosa fatta la reazione è stata: ok, e adesso come si lavora qui?», poi, poco alla volta, man mano che inserisci i vari elementi, il colore si placa e diventa lo sfondo perfetto per testare prototipi.

La casa di Karim Rashid è un manifesto contro gli interni beige: «il colore genera energia positivaIl designer Karim Rashid, nato al Cairo e naturalizzato canadese, ritratto all’entrata dello studio; sua la Ego Chair per il marchio indiano Scarlet Splendour. Il pavimento è in resina fucsia. Foto Dean Kaufman per Living

«Vivo con gli oggetti che progetto per settimane, se qualcosa non va intervengo subito, un processo che ho sempre amato». Le case in cui ha vissuto negli ultimi trentatré anni a New York non sono mai rimaste uguali per più di due mesi. Il cambiamento è una delle cose a cui è più legato. Molte persone lo vivono con ansia, per lui è l’opposto. «Mi piace muovermi, cambiare città. Lavoro in più di quaranta paesi, viaggio continuamente, non ho alcun problema ad adattarmi. Posso vivere in uno spazio minuscolo – recentemente ho passato un mese in un Airbnb a Milano di 28 metri quadrati – e stare benissimo. E allo stesso tempo posso abitare uno spazio ampio, speciale, come questo».

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