di
Rosanna Scardi

Al “Fienile”, il podcast di Luca Zaia, l’attore racconta la sua vita: «Iniziai a suonare perché mi piaceva una ragazza, al liceo conobbi Umberto Smaila a cui piaceva come suonavo. Partimmo a Roma con i Gatti di Vicolo Miracolo, eravamo disperati: Cino Tortorella ci portò a Milano e tutto cambiò. Quando mi offrirono tre film da protagonista, li mollai e Umberto si sentì tradito».

«Ho vissuto dei momenti drammatici e mi hanno salvato gli amici veri, quelli di Verona e del Lago di Garda, che hanno messo insieme i risparmi per produrre il mio primo film da regista». A raccontarsi è Jerry Calà, dal forte legame con il territorio bresciano (a Desenzano è proprietario del locale Sestino Beach insieme a Puccio Gallo ed è qui che lo si ritrova quando non è in tour). Lo fa a «Il fienile», il podcast di Luca Zaia, le cui piattaforme social contano dai 90 ai 100 milioni di visualizzazioni al mese. «E’ un set fantastico – afferma Calà accolto in un vero fienile -, country, ho avuto un flash perché agli inizi di carriera con i Gatti, a Milano, abbiamo fatto un servizio per Vogue con Oliviero Toscani ambientato in una fattoria. E in “Vacanze di Natale” porto una signorina in un fienile, il papà voleva tagliarmi gli attributi…». La chiacchierata parte dalle origini: Calà è nato a Catania e il 21 giugno spegnerà 75 candeline. 

«Papà – ripercorre – parlava il tedesco, durante la guerra aveva salvato  parecchia gente, lavorava per la linea aerea inglese Boac: il primo trasferimento è stato a Ciampino, poi siamo tornati in Sicilia e poi accettò il posto fisso dopo aver vinto un concorso nelle ferrovie e fu trasferito a Milano nell’allora ufficio informazioni, dove sono rimasto fino alla prima media». Alle elementari, il suo vero nome, Calogero, gli creò non poco imbarazzo. «Il primo giorno di scuola – racconta – si riunivano nel cortile tutte le classi e chiamavano per nome gli alunni. Quando arrivavano al mio, c’era una risata e non avevo il coraggio di alzare la mano. Una volta in classe, mi chiedevano: “E tu chi sei?” “Sono Calogero, scusatemi”, era la mia risposta». Il passaggio dalla metropoli lombarda a Verona fu traumatico: «A Milano – dice – stavo in un quartiere tosto, in viale Monza, avevo frequentazioni non belle, in oratorio c’era il peggio del peggio, avevo imparato a fumare e bestemmiare. A Verona erano tutti puliti, io e mia sorella ci abbiamo messo un annetto ad ambientarci, ma è stata la mia fortuna». Era il periodo dei Beatles e, complice un morbillo tardivo, a 12 anni, che lo costrinse a casa, si appassionò alla musica. 



















































«Una vicina di cui ero pazzamente innamorato – racconta Calà – , ma molto più grande di me, aveva una chitarra che non usava; durante la quarantena, ho imparato a suonare». Il primo gruppo sono stati i Pick Up, la cui età media era 13 anni; poi fondò le Ombre, partecipando ai festival parrocchiali finché, un giorno, incontrò Umberto Smaila che suonava nei Killjoy. Anche lui era uno studente del liceo veronese “Scipione Maffei”. «Mi disse che gli piaceva come suonavo e cantavo – prosegue Calà – e mi prese nella Filodrammatica del liceo, con cui facevamo spettacoli bellissimi, musicali e recitati». Poi, il passaggio all’università con Jerry che si iscrisse a Lettere antiche a Bologna. «Non avevo soldi – afferma -, condividevo la stanza con
un altro ragazzo e mangiavo alla mensa che era terribile, sono durato sei mesi; dopodiché sono tonato a casa e ho detto ai miei che ero disperato».

Una sera, arrivò a casa Smaila con una proposta. «Né lui – fa presente -, né Franco Oppini, né Nini Salerno volevano studiare e così siamo partiti all’avventura per Roma». Il nome scelto, i Gatti di Vicolo Miracoli, è quello di una strada esistente. «Aveva una particolarità – sorride Jerry -, da una parte c’era l’ufficio delle tasse, di fronte un bordello». A Roma, il quartetto fece la fame. «Il povero Umberto – svela – impegnò la collezione di dischi dei Beatles nella trattoria dove andavamo. Finché arrivò, come nelle favole, il Mago Zurlì alias Cino Tortorella che ci portò al Derby a Milano». L’inizio fu dei migliori: «Era il 1971, una fredda notte di febbraio, in cartellone c’erano Paolo Villaggio, Cochi e Renato e Enzo Jannacci, ci diedero dieci minuti, siamo rimasti un’ora, la gente impazziva». Poi, le strade hanno iniziato a dividersi. «Ognuno aveva preso casa e macchina – ripercorre -, era finito lo spirito goliardico. Mi offrirono un contratto da protagonista in tre film (“Vado a vivere da solo”, “Sapore di mare” e “Vacanze di Natale”), ho cercato di tenere i piedi in due scarpe, ma poi Bud Spencer mi disse che non potevo andare avanti così e ho mollato, Smaila si è sentito tradito…». 

Nel 1984, sulla cresta dell’onda, si sposò a Las Vegas con Mara Venier. «Avevamo un rapporto conflittuale – ammette – tanto che ogni volta
facevamo le pubblicazioni, litigavamo e scadevano, alla terza volta… abbiamo preso come testimoni una entraîneuse e un croupier e come torta avevamo una serie di pizze. E’ durata tre anni, ma è grazie a Mara che all’apice del successo (“Vacanze di Natale” fa notare Zaia, incassò 14 miliardi, ndr) ho mantenuto i piedi per terra». Sono 35 i film che Calà ha interpretato: per «Diario di un vizio» insieme a Sabrina Ferilli, diretto da Marco Ferreri, ha ricevuto il Premio della critica italiana a Berlino. «Si alzarono in piedi – ricorda – e mi chiesero scusa per come mi avevano trattato nelle commedie». 

Il film a cui è più affezionato è «”Vacanze di Natale” perché non è un cinepanettone, ma una commedia di satira sull’edonismo degli anni ‘80». Nel 2002 il matrimonio con Bettina e, l’anno dopo, la nascita di Johnny, che definisce «il più bel film che ho fatto, si è laureato in Sceneggiatura e regia alla Civica Luchino Visconti di Milano e ha girato due documentari: “L’arte di perdere” e “Romanzo di provincia” in cui racconta di una squadra a sette di un borgo veronese dove giocavano ragazzi che stavano per fare il grande salto». 

Zaia gli chiede se sia vero che il padre Salvatore non gli abbia rivolto la parola quando scoprì che non avrebbe chiamato come lui il nipote. «Io ci ho sofferto nell’essere chiamato Calogero, ma essendo esterofilo alla fine papà ha accettato Johnny». La chiacchierata affronta anche i momenti più brutti affrontati, come quello dell’incidente del 7 febbraio 1994. «Avevo finito di girare un film a Roma – sono le sue parole – e avevo voglia di vedere gli amici a Verona, presi un volo e arrivai a casa, portai a cena mia madre e feci una cazzata: le diedi il telefonino perché dovevo andare in un locale fuori Verona a sentire Umberto e temevo di perderlo: ero stanco, avevo bevuto due birrette, volevano accompagnarmi, ma me la svignai… Chiusi gli occhi e precipitai sul lungo Adige che non era in piena e, non avendo le cinture, volai fuori dall’auto». Nello schianto, si ruppe i due femori, ma «c’era l’arteria femorale, essendo la temperatura sotto lo zero, fu la mia fortuna: ho passato ore a urlare finché arrivò un pescatore e mi chiese: “Jerry Calà?” Risposi: “Mica mi chiederai l’autografo”». A Zaia che gli domanda se avesse pensato di morire, l’attore conferma svelando un particolare: «Ero in barella e, come in un film, sentivo che dicevano: “Lo stiamo perdendo”; si accorseno dell’arteria femorale: ho subìto cinque trasfusioni, operazioni, avrei dovuto farne altre, ma non faccio il calciatore… Sono stato sei mesi di carrozzina e ho iniziato da zero a camminare». Non sono mancate le difficoltà lavorative e, a salvarlo, sono stati «gli amici di Verona e del Lago di Garda che hanno messo insieme i risparmi e prodotto “I ragazzi della notte” il mio primo film alla regia; devo ringraziare gli amici veri, non quelli del cinema». 

Altro momento drammatico nel 2023. «Ero sul set di “Chi ha rapito Jerry Calà?” a Napoli e avevo cenato in camera, sentivo un dolore e domandai al portiere di contattare un medico, ma lui si rivolse al produttore del film
che chiamò l’ambulanza: avevo un infarto, mi misero tre stent. Da allora conduco una vita di stent…».


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19 giugno 2026 ( modifica il 19 giugno 2026 | 08:00)