di
Sara D’Ascenzo

Al nuovo capitolo della saga Disney-Pixar si vuol bene per l’atmosfera fané. Tra Woody stempiato e con la pancetta e Jessie finalmente protagonista

«Toy Story 5» di Andrew Stanton

Il franchise creato dalla Disney-Pixar ormai 31 anni fa conserva sempre in sé un gusto vintage. Fin dal primo titolo, quando Woody e Buzz già denunciavano la fine dell’era dei giocattoli imponendo una controestetica colorata e fantasiosa a una desertificazione del mondo dei bambini che già era partita negli anni ’80. Sempre un passo indietro eppure, magicamente, almeno per il momento della visione, sempre a fianco dei bambini, questa animazione divenuta ormai un «franchise» longevo e tenace non smette di raccontare continuamente lo stesso apologo – il bambino o la bambina che smettono di giocare con i propri amati giocattoli, che però si ribellano – ma con qualche trovata e qualche dettaglio visivo che di anno in anno, di capitolo in capitolo – alcuni più altri meno, ovviamente – lasciano una piccola tacca nel cuore degli spettatori. Intelligente, ironico, con una caratterizzazione dei personaggi sempre più raffinata e al passo con una sensibilità più squisitamente femminile, il quinto capitolo vede Jessie prendere il comando della storia: è lei a cercare di contrastare Lilypad, il tablet che i genitori della piccola Bonnie acquistano per lei arrendendosi all’idea che non ci sia altro modo per farsi degli amici. È lei a cavarsela quando – come al solito – si ritrova lontana da casa impegnata in una personale Odissea che la mette di fronte anche ai ricordi più dolorosi. C’è qualcosa di fané in questa denuncia dello strapotere degli schermi, strapotere che non è certo di oggi, ma di almeno dieci o quindici anni fa, anche se agisce in maniera esponenziale, strappando sempre più tenacemente i bambini ai passatempi di una volta. Non c’è nemmeno una grande originalità: la dinamica con cui il giocattolo o il passatempo nuovo scalza i vecchi è sempre la stessa, ma è il segreto delle cose che piacciono ai bambini. Basate sulla ripetizione, la rassicurazione, i personaggi sempre uguali a sé stessi. Le sfumature – Woody che invecchia, Buzz innamorato, Jessie più sicura – sono per i genitori che li accompagnano al cinema.
Voto: 7. Sincero, divertente, con qualche trovata. Un buon capitolo di raccordo dal quale ci si aspetta che introduca, tra i canonici quattro o cinque anni, a uno snodo narrativo ancora più spinto nel confronto con la macchina. E pazienza per il solito indulgere a cercare voci vip tra cui questa volta anche Sal Da Vinci che, opportunamente, interpreta un pezzo di pizza. 

«Allora balliamo» di Amélie Bonnin

La quarantenne Cécile (la cantautrice Juliette Armanet) è un astro nascente della cucina stellata francese, si è fatta un nome in un talent e sta per aprire il suo ristorante insieme al compagno Sofiane (Tewfik Jallab). Nel momento in cui scopre di essere incinta (e non vuole tenere il bambino) è costretta a tornare al paesello natio nel cuore della Francia perché il padre – che gestisce con la madre una trattoria per camionisti – ha avuto un infarto. Lo schema del ritorno al paesello è perfettamente rispettato: Cécile ormai è estranea alla piccola comunità di amici che nel frattempo è rimasta «a casa». La sua vita è andata avanti e viene presa per una snob, come il padre non manca di farle notare citandole alcune frasi carpite durante il programma tv che le ha regalato la popolarità. Ma puntualmente il ritorno a casa porta con sé anche la scoperta di tensioni sopite e di affetti tenuti opportunamente nel cassetto dei ricordi insieme alle cianfrusaglie adolescenziali e Cécile si immerge nella vita di paese con la consapevolezza che sarà un ritorno a tempo, seppure doloroso e intenso. Il meccanismo narrativo classico è arricchito dall’uso di canzoni famose adattate nel testo alla situazione che i personaggi vivono, un’operazione che cita ben più nobile  «Parole, parole, parole… (On connaît la chanson)», film del 1997 di Alain Resnais. Qui la storia è esilina, e il tema del ritorno a casa, che ha precedenti illustri – pensiamo a «A casa per le vacanze» di Jodie Foster – è trattato in modo un po’ superficiale, senza grandi complessità o originalità. Si lascia guardare ma nulla di più.
Voto: 6,5. Un «back home» in salsa francese senza troppe pretese.




















































«Fuze» di David Mackenzie

Will Tranter (Aaron Taylor-Johnson) è un aitante comandante dell’esercito specializzato nel disinnescare bombe e sminare territori. Nel suo passato non tutto probabilmente è filato liscio, qualche ombra si intuisce, ma quando viene chiamato a Londra per un ordigno della II Guerra mondiale scoperto in un cantiere, sembra l’uomo giusto nel posto giusto. L’area viene completamente evacuata, le famiglie sgomberate, diversi personaggi entrano in scena: viene montata una control room e tutti gli occhi elettronici sul quartiere sono lì a capire che nell’area non sia rimasto nessuno. Così il comandante può mettere in scena il suo copione per tentare di non far saltare in aria la bomba ma qualcosa va storto ed è inutile anticipare cosa, come e perché, visto che questo «Fuze» funziona (diciamo fino a tre quarti del film) proprio per i continui e ben sostenuti colpi di scena. È un film d’azione con un ottimo ritmo, buoni attori (soprattutto nella versione originale, dove si può godere dell’accento britannico di molti) e non indulge troppo nel dogma dell’invincibilità di certi film d’azione. Dunque «Fuze» si beve tutto d’un fiato, ha una durata perfetta (sotto le due ore, evviva) e si sbrindella un po’ solo verso la fine, ma a quel punto vi ha portato dove voleva e va bene così. Mentre guarda, lo spettatore sa più cose dei personaggi che vengono raccontati e messi in scena, ma non sa tutto, anche se tutto è facilmente intuibile. Ma per una serata estiva adrenalinica al cinema è già molto.
Voto: 7. Godibile, con ritmo, è un ottimo prodotto nel genere action movie , genere di cui non è neanche troppo schiavo. 


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19 giugno 2026