Firenze, 21 giugno 2026 – Di pennarelli e di confini. Di solchi. Oltre i quali non si va, secondo un’etica forte e genuina – figlia di quei piccoli mondi antichi che furono – in cui le cosce d’amianto di Ginettaccio si forgiarono. Tra la polvere, sui pedali, nei silenzi della gente di una volta. Solchi tracciati con quella la voce là. Rauca, solida, dolcissima.

Gioia Bartali, nipote dell’“Intramontabile”, marchia subito queste righe con una metafora che vale una vita.

Il primo ricordo di suo nonno?

“Avevo cinque anni. Lui entra in casa, io stavo disegnando. Male, come può fare una bambina. Allora lui prese la mia mano e la guidò a disegnare dentro i margini. Il margine nella sua vita ha un significato enorme”.

Credo di aver intuito…

“Stare attenti a non andare mai oltre, custodire i valori come l’amore per la famiglia, la fede, la perseveranza nello sport. Da quel giorno neanche io oltrepasso più i margini”.

Approfondisci:

5 maggio 2000, muore Gino Bartali. Leggenda oltre il ciclismo5 maggio 2000, muore Gino Bartali. Leggenda oltre il ciclismo

Bartali era un uomo semplice?

“Si è sempre fatto scudo della sua umiltà. Non ha mai pensato ai soldi, voleva e doveva stare dietro alla famiglia”.

Lei è nata a Firenze?

“In realtà a Milano, poi quando ero bambina con la mia famiglia ci siamo trasferiti a Fiesole, e infine nelle Marche dove vivo ancora oggi, a Montegranaro. Però a 13 anni ho vissuto per un anno con i nonni a Firenze”.

Approfondisci:

18 luglio 1914, nasce Gino Bartali: leggenda d’Italia in bicicletta18 luglio 1914, nasce Gino Bartali: leggenda d'Italia in bicicletta

Cosa ricorda?

“Il parco di piazza Dalla Costa. Ricordo Torello, il babbo di Gino, sua moglie Giulia, l’altra nonna del babbo, Norma”.

La Firenze di allora?

“Il babbo mi portava in centro. Una marea di carrozze con i cavalli, una volta salimmo anche sul campanile di Giotto”.

Gino Bartali in trionfo al Giro d'Italia del 1946

Gino Bartali in trionfo al Giro d’Italia del 1946

Suo padre Andrea era il maggiore dei figli di Bartali.

“Sì. E mi faccia dire che se io adesso sono qui a parlare di mio nonno è grazie a lui e alla passione con cui ha ricostruito la storia di suo padre. E’ mancato nel 2017, l’anno dopo il Giro d’Italia partì da Gerusalemme e mi trovai catapultata lì”.

Bartali ’Giusto tra le Nazioni’. A quante persone ha salvato la vita suo nonno?

“Almeno a ottocento, più una famiglia di ebrei che aveva nascosto nella cantina di casa sua a Firenze”.

E non ha mai detto niente?

“Mai”.

Gino Bartali alla festa per i suoi 85 anni

Gino Bartali alla festa per i suoi 85 anni

“Il bene si fa ma non si dice“ la sua filosofia. Ma neanche sua nonna sapeva?

“No, lui era fatto così. Ha agito sempre in silenzio. Non voleva essere considerato un eroe”.

E pensare che oggi, sui social, ci si sente in dovere di raccontare a tutti di aver fatto anche una donazione di qualche spicciolo…

“Oggi il bene si pubblica. Se fosse stato vivo oggi mio nonno e avesse avuto un profilo social – a parte che credo non lo avrebbe aperto mai… – non avrebbe raccontato niente a nessuno”.

Lei Gioia di cosa si occupa?

“Lavoro nell’amministrazione di un’azienda del calzaturiero a Montegranaro. E pensi anche qui c’è lo zampino del nonno”.

Non si scappa. Racconti.

“Qui abitava Michele Gismondi, il gregario storico di Fausto Coppi. Quando chiesi a mio nonno se era in grado di aiutarmi a trovare lavoro lui mi rispose: ‘Conosco tanta gente…’”.

Già, Coppi.

“Rivali ma amici. Quando Gino partecipava a cene con amici o a eventi sportivi e raccontava qualcosa della sua carriera sapeva bene che ogni applauso per lui era anche per Fausto…”.

L'indimenticabile passaggio della borraccia tra Coppi e Bartali

L’indimenticabile passaggio della borraccia tra Coppi e Bartali

Le ha mai parlato del famoso mistero della borraccia?

“Una domanda che mi perseguita fin da piccola. Al nonno lo chiedevano in continuazione”.

La verità?

“Quando lo fermavano lui chiedeva: “Lei è bartaliano o coppiano?“. Se la risposta era “coppiano“ lui candidamente diceva “Vai, allora me la passò Fausto”.

Geniale, stile fiorentino.

“Un modo garbato per mantenere il mistero su una foto che è bellissima”.

Ha fatto la storia.

“E sa perché? Perché lo sport, come diceva lui, è una scuola di vita. C’è il momento della battaglia ma nel bisogno c’è la solidarietà e l’aiuto reciproco”.

Diceva: lo sport è una scuola di vita. C’è il momento della battaglia ma nel bisogno c’è la solidarietà e l’aiuto reciproco

Nel suo Dna quanto c’è di lui?

“Una parte enorme. I cardini della vita sono l’amicizia, la fede, la famiglia. Portando avanti la sua memoria possiamo continuare a seminare per le generazioni future”.

Curiosità. È vero che era goloso?

“Una volta ricordo che entrammo dal macellaio a Ponte a Ema e lui cominciò a fissare la finocchiona. “Dammene tre fettine“, disse con un filo di voce. Come dire “So che non posso, ma non resisto“. Eh, la nonna ha passato una vita a tenerlo a dieta”.

Un grande amore il loro?

“Sì, è durato più di mezzo secolo. Quando Gino se ne andò lei mi raccontò che la notte sentiva ancora il suo respiro nel letto. Una volta trovai una piccola foto di Gino in un portafoglio della nonna. C’era scritto “Mi hai lasciata il 5 maggio 2000. A presto“. Era un arrivederci”.

Se ne andò sereno?

“Sì, nella sua casa, come voleva. L’ultima volta che andai a trovarlo con mia sorella quasi non riusciva a parlare. Ma quando gli dissi “Ciao nonno, torniamo“ dai suoi occhi celesti, che avevano fatto innamorare la nonna, scese una lacrima. Aveva capito che era l’ultima volta”.