«Ho accettato questo progetto perché appena ho letto la sceneggiatura me ne sono innamorata. Era uno di quei lavori che avrei fatto indipendentemente dal compenso. Mi sembrava importante, necessario, profondamente umano. Non avevo mai letto una storia che raccontasse l’esperienza femminile con una tale sincerità e senza compromessi.»

Giovedì 11 giugno esce nelle sale italiane il film La cronologia dell’acqua, tratto dall’omonimo libro di Lidia Yuknavitch. Il film tratta la storia vera di Yuknavitch, nuotatrice professionista e rinomata scrittrice la cui testimonianza personale di abusi e violenza diventa un esempio di resilienza, simbolo di speranza e di libertà. Si tratta di un racconto non facile, che invoglia a distogliere lo sguardo in più punti e a voler censurare prima di voler approfondire. Il film segna il debutto alla regia di Kristen Stewart e raccoglie immagini vivide ed evocative figlie della visione e della ricerca minuziosa di Jen Dunlap, scenografa e artista originaria del Texas:

person overlooking a vast arid landscape with mountains in the distanceJen Dunlap photo by Eric Ryan Anderson

Jen Dunlap è un’artista multimediale. Tra i suoi lavori spiccano video musicali, progetti commerciali e di narrativa quali Ma (2019) o The Seven Sisters of Scott County (2019). La sua prima collaborazione con Kristen Stewart risale al video The Film (2023) della band Boygenius diretto da Kristen Stewart

Jen Dunlap è molte cose. Parlare con lei significa immergersi nelle molteplici sfaccettature che caratterizzano la sua figura professionale. Sebbene l’arte di Dunlap appaia oggi estremamente coerente, non è mai facile capire quali siano i contesti o le situazioni alla base dell’ingorgo ordinato che oggi compare sui grandi schermi. Un filo comune che risponde a questa domanda è che gli scenografi popolari di oggi affondano la loro passione per le arti in giovane età: «Sono cresciuta in Texas e ho sempre avuto una grande passione per la pittura e le arti visive», racconta Dunlap. «Da bambina dicevo ai miei genitori che volevo fare l’architetta, l’artista, l’attrice, perfino l’archeologa. Col tempo mi sono resa conto che il mondo del production design, in un certo senso, racchiude tutte queste passioni.»

abstract art with vibrant colors and fluid shapesCourtesy of Jen Dunlap

Per Dunlap, l’arte è esperienza. Non le interessa tanto mostrare qualcosa che ha creato, quanto invitare le persone a reagire, a provare sentimenti: “In una mostra avevo costruito un camino dentro cui il pubblico poteva entrare e urlare a pieni polmoni. In un’altra c’erano braccia nascoste dentro una parete che abbracciavano i visitatori.” La foto mostra un dipinto della collezione Yeep!Yeep!

abstract artwork featuring bold colors and fluid shapesCourtesy of Jen Dunlap

A Dunlap interessa creare momenti che coinvolgano direttamente chi partecipa. Un suo cortometraggio che riassume bene l’intento che caratterizza il suo lavoro si intitola: Lonely Arms e ha come protagonista un cactus a cui sono annesse delle lunghissime braccia artigianali. Il cactus gira tra scenari diversi, si dimena e abbraccia oggetti inanimati. La foto mostra un dipinto di Dunlap, parte della collezione Yeep! Yeep!

Gli inizi di Jen Dunlap, la rockstar dell’arte che ha creato la scenografia di La cronologia dell’acqua

Jen Dunlap pronuncia un termine che rimane impresso: «Dicevo a tutti che da grande volevo diventare una sorta di ‘rockstar dell’arte’, anche se non sapevo bene cosa significasse. Fin da giovanissima ero ossessionata dai videoclip musicali. Adoravo il lavoro di Michel Gondry e Chris Cunningham. Non capivo come riuscissero a creare certe immagini, ma ne ero completamente affascinata. Avevo anche una formazione teatrale e sono sempre stata attratta dalle esperienze artistiche immersive, quelle che coinvolgono direttamente le persone. Ricordo ancora quando vidi il “Cremaster Cycle” di Matthew Barney al Guggenheim (Il Cremaster Cycle è una serie di lungometraggi surrealisti che uniscono storia, biografia e mitologia, ndr). Fu un’esperienza che mi colpì profondamente. Non sapevo se mi piacesse o meno, ma non riuscivo a smettere di pensarci. La texture, i colori, l’energia: tutto mi sembrava incredibilmente potente. Dopo il college mi sono trasferita a New York senza un vero piano: una valigia, un biglietto di sola andata e pochi soldi. Sono rimasta lì per dieci anni: all’inizio mi occupavo di produzione, casting, scenografie e oggetti di scena. È stato allora che ho capito quanto mi piacesse costruire mondi e lavorare con set e oggetti. In quel periodo conobbi anche Peter Sarafin, che lavorava a Broadway come responsabile degli oggetti di scena. Gli chiesi di poterlo aiutare e iniziai a cercare materiali e oggetti molto specifici per gli spettacoli. Quell’esperienza mi ha aperto un nuovo mondo. Lasciai il mio lavoro fisso e iniziai a lavorare come art director e designer freelance. Solo dopo alcuni anni mi sono resa conto che quello che stavo facendo aveva un nome preciso: production design. Ho imparato col tempo a negoziare il mio valore professionale. All’inizio non sapevo chiedere ciò di cui avevo bisogno e questo è stato uno degli apprendimenti più importanti della mia carriera. Quando inizi a lavorare su produzioni più grandi, impari a capire cosa serve davvero per realizzare un progetto: quante persone servono, quali competenze, quali mezzi. Ma queste cose le impari soltanto facendo esperienza.»

script excerpt depicting a hospital scene with intense imagery of water and bloodCourtesy of Jen Dunlap

Un estratto della sceneggiatura di La cronologia dell’acqua con aggiunta delle note di Dunlap illustra bene il processo iniziale di studio del materiale

Come si crea un set dal nulla?

«Quando ricevo una sceneggiatura, la prima cosa che faccio è leggerla e visualizzarla mentalmente. Sono una persona molto visiva: mentre leggo vedo già delle immagini. Poi raccolgo una quantità enorme di riferimenti: fotografie, dipinti, film, immagini di interni, vecchi annunci immobiliari. Una volta individuata insieme al regista una direzione visiva comune, inizio a capire cosa costruire, cosa cercare e come dare forma concreta a quel mondo. Con Kristen Stewart abbiamo lavorato molto bene insieme perché apprezzava il mio contributo creativo. Mi sembrava che non volesse semplicemente qualcuno che eseguisse le sue idee, ma che creasse un dialogo artistico.» Quando si guarda un film, non si pensa che ogni camera da letto, ogni vicolo, ogni bagno siano spesso stati realizzati a partire da zero. Si tratta di un trasloco continuo: uno spazio che nella vita reale prende forma a distanza di anni, nel mestiere di Dunlap viene realizzato in poche settimane: «La preparazione di questo film è stata particolarmente difficile. Ho avuto soltanto quattro settimane di pre-produzione, mentre normalmente per un progetto simile ne avrei avute almeno otto o nove. Abbiamo girato 55 location in 33 giorni di riprese.

interior of an apartment with water and people engaging with the floor installationCourtesy of Jen Dunlap

“Una delle scene più impegnative del film è quella in cui Lydia cade nell’acqua sul pavimento del suo appartamento. Abbiamo costruito una struttura speciale sotto il pavimento per permettere all’acqua di accumularsi e creare quell’effetto. È stato un lavoro estremamente tecnico e complesso. Era uno dei primi giorni di riprese e ricordo di essere terrorizzata perché volevo assolutamente che funzionasse. Alla fine siamo riusciti a ottenere il risultato che cercavamo.”

scene from a film depicting a woman in an apartment narrative with a script excerptCourtesy of Jen Dunlap

“Quello che amo di queste soluzioni pratiche è che restano impresse nella memoria dello spettatore. Quando qualcosa è reale, il cervello lo percepisce in modo diverso rispetto agli effetti digitali. Credo che l’artigianalità abbia ancora un valore enorme. L’intelligenza artificiale può essere uno strumento utile durante la progettazione, per fare test rapidi o visualizzare idee. Ma quando si tratta dell’immagine finale sullo schermo, c’è qualcosa che manca. Gli effetti pratici hanno un’anima. Lo spettatore percepisce inconsciamente che ciò che vede esiste davvero e questo crea un impatto emotivo più forte.”

Ricostruire l’America degli anni Sessanta nella campagna della Lettonia

La sfida più grande era trasformare i panorami del luogo di riprese, la Lettonia, in luoghi molto diversi tra loro: Texas, Florida, Oregon, New York. Per esempio, nel film ci sono molte scene ambientate in bagno, perché per Lidia quel luogo rappresenta uno spazio sicuro. Poiché stavamo girando in Lettonia, trovare bagni che sembrassero quelli dell’America degli anni Sessanta era praticamente impossibile. Così abbiamo costruito alcuni set da zero e modificato altri ambienti esistenti. Anche dettagli apparentemente insignificanti, come il tipo di scarico del WC, diventano fondamentali per creare autenticità.»

collection of various types and shapes of rocks and stonesCourtesy of Jen Dunlap

Tutto, nel film, è stato studiato nei minimi dettagli, dai colori alle pietre che Lidia, la protagonista, colleziona

collection of stones in various settings and arrangementsCourtesy of Jen Dunlap

Estratto di una presentazione, parte di una mappa concettuale che ha contribuito a portare in vita il film

Colori e tecniche stilistiche non sono mai lasciati al caso

«Il colore è una componente essenziale del mio lavoro. Ogni ambiente ha una propria palette cromatica legata alle emozioni che deve trasmettere. Per esempio, nel film, i ricordi dell’infanzia sono associati a toni seppia e sbiaditi, mentre alcune scene più intime utilizzano rosa e colori caldi per evocare protezione e sicurezza. Quando raccolgo riferimenti visivi preferisco partire da una grande quantità di immagini e poi eliminare gradualmente quelle che non funzionano. Mi piace avere tutte le possibilità davanti a me e restringere il campo poco alla volta.» Per chi lavora con le immagini, i riferimenti si accumulano rapidamente, e non ricadere nella sopraffazione richiede uno sforzo importante. Dunlap trova una valvola di sfogo nelle cose semplici: «Negli ultimi anni ho scoperto che dedicarmi alle piante e al giardinaggio mi aiuta molto a trovare equilibrio. Sono attività semplici e ripetitive che permettono alla mente di vagare. Spesso le idee migliori arrivano proprio quando non stai cercando attivamente di trovarle. Poi entra in gioco la collaborazione con il resto della troupe. Il cinema è un lavoro collettivo: ognuno contribuisce a costruire una visione comune.» Nel team di Dunlap hanno fatto parte figure chiave quali gli art directors Aksels Miller e Luke Ferris, il coordinatore Mareks Berents, l’attrezzista Brenden Salmon e la decoratrice di scena Aija Skoromko.

a collage depicting various aspects of a bedroom labeled bellingham lidia bedroom 196378Courtesy of Jen Dunlap

“Non penso che la camera da letto [di Lidia] debba risultare così raggiante, ma possiamo includere il colore ciano per giustificare il suo richiamo verso l’acqua e verso il desiderio di andare avanti”

two people playfully interacting on a bed in a bedroom

Courtesy of Jen Dunlap

Riconoscere una scenografia ben fatta è questione di coerenza

«Quando guardo un film, il miglior complimento che posso fare al production design è non accorgermi della sua presenza. Se sono completamente immersa nella storia, significa che tutto funziona perfettamente. Naturalmente amo anche i film molto stilizzati. “In the Mood for Love” è uno dei miei riferimenti assoluti per l’uso del colore e dell’atmosfera. Recentemente ho rivisto “Il quinto elemento” e continuo ad ammirarlo per la quantità di effetti pratici e soluzioni artigianali che contiene. Credo che proprio questa concretezza sia il motivo per cui certi film invecchiano così bene.»

collage depicting scenes from texas tech university life in 1980

Courtesy of Jen Dunlap

reference materials related to the ken kesey farmhouse from 1988

Courtesy of Jen Dunlap

Alle nuove generazioni si consiglia di avere iniziativa e una mente aperta

«A chi inizia oggi, direi di accettare più opportunità possibili. Molto spesso mi sono trovata davanti a richieste per cui non mi sentivo preparata. Dicevo comunque di sì e poi correvo a chiedere consigli a chi ne sapeva più di me. Bisogna avere fiducia in sé stessi, ma anche l’umiltà di fare domande. Le domande non sono un segno di debolezza: dimostrano curiosità, voglia di imparare e capacità di risolvere i problemi. All’inizio della mia carriera ho lavorato anche a progetti che non mi facevano guadagnare praticamente nulla, ma erano divertentissimi. Se riesci a mantenerti economicamente e allo stesso tempo dedicarti a progetti che ami davvero, quello può fare la differenza. Quando sei giovane hai energia, entusiasmo e tempo: sfruttali. Accetta occasioni, sperimenta, fai esperienza.»

collage of various images depicting an apartment setting from 1983

Courtesy of Jen Dunlap

bedrooms from the gainesville house capturing nostalgic scenesCourtesy of Jen Dunlap

“Serve qualcosa che renda l’idea di foschia e di fumo di sigaretta costante, così da rendere distorte e disorientanti tutte le scene che sono ambientate nella casa d’infanzia. Si possono anche utilizzare tessuti trasparenti per conferire lo stesso effetto.”

Ciò che alimenta la passione di Jen Dunlap per il production design giorno dopo giorno è che esso è la combinazione perfetta tra problem solving e collaborazione. «Mi affascina vedere cosa può nascere quando persone molto diverse lavorano insieme verso un obiettivo comune. Posso dipingere da sola nel mio studio e mi piace farlo, ma il cinema permette di creare qualcosa di molto più grande di una singola persona. Se hai la fortuna di partecipare a un film che riesce a toccare il pubblico, stai contribuendo a qualcosa che si protrarrà ben oltre la tua vita sulla terra.»