Le lacrime di domenica per il commiato casalingo contro Venezia, prima del trasferimento del club a Roma, chiudono una storia di 16 anni in Serie A con un presidente unico, l’apoteosi del 2019 con Sacchetti e tanti campioni passati con questa maglia: da Diener, Milic e Langford a Ricci, Vitali e Poeta. Ma la palla in città continuerà a rimbalzare

Giacomo Iacomino

6 maggio – 12:48 – CREMONA

Piedi piantati sui gradoni. Gli applausi si allungano. Più del solito. Come se smettere volesse dire accettare che sia finita per davvero. È una strana sensazione quella che avvolge i 2300 presenti al PalaRadi. Come un fruscio, un’esitazione collettiva: gente che resta in piedi e non sa bene quand’è il momento di andare via. Domenica 3 maggio 2026, penultima giornata di campionato. La partita è finita, ha vinto Venezia 111-88 ma il punteggio passa in secondo piano. E non perché gli ospiti corrono verso i playoff mentre i padroni di casa sono già salvi. La verità è che molto probabilmente a Cremona si è appena giocata l’ultima partita casalinga di sempre della Vanoli, dopo vent’anni consecutivi di Serie A, sedici dei quali in A1. 

Che fosse una domenica diversa lo si era capito da com’era iniziata, tra l’arrivo in Vespa di coach Gigi Brotto e lo striscione: “Racconterò di te, di quel falco che volava tra le stelle, 23 volte grazie presidente” che appare in curva e sa di tempo sospeso. In realtà poi tutto si conclude, almeno all’apparenza, all’opposto di quello che ci si aspetta da un dramma sportivo. Nessun annuncio o invasione di campo. Nei modi ha tutto l’aspetto dell’ultima gara in casa di una stagione ancora una volta sopra ai pronostici, una salvezza blindata in anticipo e i playoff neanche così lontani. Anche Aldo Vanoli resta fedele a se stesso: abbraccia tutti, come al solito, la sua è una commozione asciutta, che solo chi lo conosce da vent’anni giura di aver visto tradirsi, in un lampo negli occhi. 

COME FINISCE—  

L’incertezza che al PalaRadi pesa nell’aria come un macigno per molti è già un dato di fatto. Non solo. Ha un nome e una direzione: la cessione del club a un fondo americano, con l’obiettivo della partecipazione alla futura Nba Europe. Roma è la piazza prescelta per il grande salto internazionale dove effettuare il trasferimento di sede. L’esito dell’operazione si saprà al prossimo Consiglio Federale e, in caso di fumata bianca, la trasferta di domenica a Trieste non sarà solo l’ultima di campionato. Sarà il sipario che cala su un modello che a Cremona per vent’anni (anzi, 23, come suggeriscono i tifosi) ha avuto un nome solo. 

Dal 2009 a oggi, Aldo Vanoli ha rappresentato un’anomalia costante. Una conduzione familiare sostenuta da un pool di imprenditori locali senza colossi finanziari alle spalle, capace di garantire una longevità che oggi – tolta Milano – non ha eguali nella massima serie. In un sistema dove le proprietà cambiano, falliscono, spariscono o si auto-retrocedono, il patron del basket cremonese è rimasto un punto fermo. Forse l’ultimo esempio di basket di provincia rimasto in piedi così a lungo. Merito di una regola non scritta ma ferrea: non si fa mai il passo più lungo della gamba. Emblematico, in questo senso, il “no” di Aldo alle coppe europee dopo l’incredibile secondo posto del 2019, per non compromettere la stabilità del club. 

CHE STORIA—  

In questa filosofia si è incastrato perfettamente il percorso di Andrea Conti, il braccio operativo di Vanoli, passato dal campo – capitano anche a 40 anni – alla scrivania di general manager e capace di maneggiare la realtà con precisione chirurgica, costruendo ogni stagione sulla solidità del presente anziché sulle promesse di ciò che non si poteva avere. Insieme hanno dato vita a un’epopea di salvezze memorabili e qualificazioni ai playoff insperate, fino all’irripetibile Coppa Italia vinta nel 2019 con il ct della Nazionale Meo Sacchetti in panchina, trofeo che Conti ha applaudito da lontano, prima di tornare a casa per continuare l’opera. 

Il tutto è stato condito con storie di intuizioni, da un giovane Keith Langford ancora sconosciuto al grande pubblico a Pippo Ricci, preso nel 2017 per giocare la A2 e oggi capitano dell’EA7 Milano nonché perno dell’Italbasket. Storie di leadership, quella di Travis Diener, Luca Vitali e Peppe Poeta, e di talenti, vedi Marko Milic, Simone Fontecchio e Drew Crawford, unico Mvp del campionato in maglia Vanoli della storia. E quando la retrocessione arrivò per davvero, nel 2022, il presidente fu l’unico a non tremare: “Scrivetelo a caratteri cubitali: io alla Serie A2 mi iscrivo”. Fu di parola. Gli bastò un anno per risalire nella massima serie. 

IL FUTURO—  

Oggi Aldo Vanoli ha 78 anni. Dietro l’imminente cessione, le clausole dei contratti e i progetti internazionali, c’è il peso del tempo e delle battaglie. Dal Covid che lo ha colpito duramente nel 2020 alle preoccupazioni familiari più intime, il patron del basket cremonese ha capito che le energie non sono infinite. Per anni ha cercato un imprenditore o un consorzio a cui lasciare il testimone. Nessuno si è mai presentato sul serio. Vanoli è così rimasto solo al comando di una struttura che, per restare a galla in questa Serie A, richiede oggi uno sforzo non più alla sua portata. 

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Cosa resta, dunque, ora che le luci del PalaRadi si spengono? In una città dove il campanilismo non dorme mai e c’è chi è già pronto a voltare pagina con la Juvi Cremona, da qualche anno saldamente in Serie A2, il rischio è quello di perdere la misura di ciò che è stato costruito: la dignità di un club che non si misura solo nei trofei, ma nella serietà con cui mantiene i propri impegni. E allora adesso che il futuro corre verso i fondi d’investimento, e sugli spalti rimane quell’esitazione collettiva con i piedi ancora piantati sui gradoni, c’è ancora un’ultima verità che merita di essere scritta chiara e tonda: con Vanoli, Cremona ha visto passare molto più grande basket di quanto spesso si sia raccontato. Forse è arrivato il momento – e il coraggio – di iniziare a farlo.