di
Christian Benna
Montanari, ex city manager di Torino è stato tra i primi tirocinanti d’Italia. Erano i giorni in cui veniva licenziato il «pacchetto Treu» sulla flessibilità del lavoro
«Grazie allo stage ho capito che non volevo fare l’ingegnere. Il che non è poco visto che ho studiato tanto per diventarlo. E infatti poi mi sono occupato d’altre cose nella vita». Cinque lauree dopo e tante esperienze lavorative nello zaino, l’ex city manager di Torino (giunta Piero Fassino) Gianmarco Montanari, oggi direttore del Centro per la mobilità sostenibilità, ricorda gli anni del tirocinio con quell’affetto speciale che si riserva alle esperienze di svolta. Lui è stato uno dei primi tirocinanti a Torino nei giorni in cui veniva licenziato il «pacchetto Treu» sulla flessibilità del lavoro, quella normativa che introdusse — tra le altre cose — a fine anni Novanta anche la disciplina dello stage in Italia. «Stavo frequentando un master promosso dall’Amma l’associazione delle imprese metalmeccaniche torinesi. Da ingegnere gestionale non mi mancavano le offerte di assunzione, ma sentivo il bisogno di completare la mia formazione. E il master includeva un periodo di tirocinio. Perciò mi sono detto: perché no e sono partito».
Ingegner Montanari, dove ha fatto lo stage?
«In uno studio di progettazione ingegneristica di Torino che gestiva commesse fino a 60 miliardi di lire. È stato un periodo davvero formativo. Altro che fotocopie, fui subito messo a operare sul campo. Ho imparato tantissime cose, ma soprattutto una e fondamentale: volevo fare qualcosa di diverso dall’ingegneria tecnica».
Era retribuito o no?
«No era gratuito. E si lavorava davvero come gli altri ingegneri dello studio, di cui ero parte integrante».
Un tirocinio che si è rivelato traumatico.
«Al contrario. È stato rivelatore ma in positivo. Quelle competenze maturate al Politecnico e fatte crescere con lo stage nello studio in cui lavorare le ho ritrovate più tardi nella mia carriera ma in altri ambiti diversi dall’ingegneria. E infatti pur lavorando mi sono rimesso a studiare. Volevo fare tutto ma non l’ingegnere».
Formazione continua ante litteram?
«Durante lo stage continuavo a far colloqui. Dopo il periodo di tirocinio fui assunto da una multinazionale svizzera, la Ritter, che aveva acquisito in Piemonte la Fimit, società che produceva parti in gomma per l’insonorizzazione delle auto. Mi occupavo di controllo di gestione e perciò sentii il bisogno di studiare ancora e specializzarmi sul serio».
Che cosa?
«Economia, prima la triennale, e più avanti ho preso la laurea anche con la specializzazione. Il mio è stato un percorso di umanizzazione. Dopo ingegneria ed economia ho studiato giurisprudenza e scienze politiche con specializzazioni ad Harvard e poi all’Insead a Parigi. Un bel pacchetto di skill che mi sono trovato a poter usare negli anni da city manager di Torino, e anche in A&G Consulting, Unicredit, Equitalia e Equitalia Nomos e oggi alla Fondazione per la mobilità sostenibile».
In tutte queste aziende ha gestito tirocinanti?
«Non moltissimi. Per me il tirocinio ha senso solo se ha un alto valore formativo. Non può essere scambiato per lavoro a basso costo per le aziende, come purtroppo succede in tanti casi in cui si sono verificati abusi».
Il suo futuro dov’è?
«Per ora a Milano al Centro per la mobilità sostenibile. Sono uno dei tanti pendolari torinesi che per lavorare si spostano ogni giorno. Ma sono felice di poter tornare a Torino che resta la mia città».
Vai a tutte le notizie di Torino
Iscriviti alla newsletter di Corriere Torino
22 giugno 2026
© RIPRODUZIONE RISERVATA