Un forte dolore al polpaccio sinistro, una visita al Cau di Cattolica e una semplice pomata antinfiammatoria prescritta al momento delle dimissioni. Ma dietro quei sintomi si nascondeva qualcosa di ben più grave, una trombosi venosa profonda, patologia potenzialmente letale se non riconosciuta e trattata in tempo.
È la vicenda raccontata da Marco Parisi, 59 anni, che dopo essere stato dimesso dal Cau cattolichino con una diagnosi generica di dolore al polpaccio e la prescrizione di Voltaren, ha deciso di non fermarsi a quel primo parere medico e di andare a fondo. Una scelta che “mi ha salvato la vita”.
Sentivo la vena durissima e ho subito pensato a una trombosi o a una flebite
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Il dolore che peggiora, la pelle arrossata, la sensazione di calore
Tutto inizia nella mattinata di lunedì scorso. Da due giorni Parisi avverte un dolore sempre più intenso al polpaccio sinistro e la situazione peggiora progressivamente: la vena appare dura al tatto, il gonfiore aumenta, la pelle si arrossa e la zona resta costantemente calda. La notte precedente, racconta, non è riuscito nemmeno a dormire. Per questo intorno alle 7 del mattino di lunedì si presenta così al Cau di Cattolica con un sospetto preciso.
“Sentivo la vena durissima e ho subito pensato a una trombosi o a una flebite”, spiega. Un’ipotesi che riferisce immediatamente al personale sanitario, chiedendo che venisse valutata.
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Dal Cau al pronto soccorso ascoltando i segnali del corpo
Secondo il suo racconto però, il sospetto non viene approfondito e al termine della visita, Parisi viene dimesso con una diagnosi generica di dolore al polpaccio sinistro e con la prescrizione di una crema antinfiammatoria. “Mi è stato detto che, se il dolore era localizzato al polpaccio, probabilmente non si trattava di nulla di grave”.
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Ma Parisi, che lavora in palestra e segue persone nei percorsi di recupero post-operatorio e post-trombosi, decide di non ignorare quei segnali. “La mia esperienza e le mie conoscenze di base mi hanno spinto a insistere per fortuna”, spiega. Chiede quindi di essere indirizzato verso una struttura in grado di eseguire un eco doppler, l’esame diagnostico fondamentale per accertare la presenza di una trombosi venosa profonda, ma dal Cau, riferisce, gli viene spiegato che l’esame non può essere effettuato in sede. Solo dopo ulteriori insistenze ottiene una prescrizione per l’esame, ma senza carattere d’urgenza. Non convinto e preoccupato dalla persistenza dei sintomi, decide allora di recarsi autonomamente al pronto soccorso di Riccione.
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La trombosi “presa in tempo”
Qui il percorso cambia immediatamente direzione. Nel giro di pochi minuti viene preso in carico, sottoposto ad accertamenti ematici e successivamente a un eco doppler venoso. L’esame conferma i suoi timori: una vena del polpaccio è trombizzata e i medici avviano subito una terapia anticoagulante con Eliquis. “Alla fine era davvero una trombosi che per fortuna è stata presa in tempo. Il giorno dopo ho pensato che, se mi fossi fermato al primo parere ricevuto, avrei potuto rischiare seriamente la vita”.

Marco Parisi, 59 anni
Per questo Parisi non ha perso tempo e resosi conto di quello che avrebbe rischiato, ha deciso di segnalare l’accaduto all’Ausl, alla direzione sanitaria e ai Nas. “Non intendo presentare una denuncia, ma voglio delle risposte. Vorrei capire cosa sia successo: se si sia trattato di superficialità o di una mancanza di strumenti adeguati. Soprattutto per scongiurare una situazione del genere in futuro. Da chi si occupa della salute delle persone mi aspetto chiarezza e spiegazioni”.
Resta ora da chiarire se vi siano state criticità nella valutazione iniziale del caso o se il problema sia legato ai limiti operativi della struttura.

