«Il calcio italiano vive una crisi di identità»

«In questi anni ho vissuto grandi notti, come quella di Wembley per gli Europei vinti. Le nazionali giovanili sono riuscite a ottenere un risultato memorabile, la vittoria del premio Burlaz. E poi la gestione sportiva, il sistema dei controlli, il codice di giustizia sportiva, la digitalizzazione della Figc, siamo un modello in ambito internazionale. La Figc ha riguadagnato centralità in Europa, con il suolo di vice presidente vicario, ma anche in ambito finanziario. Se ci guardiamo intorno, troviamo altri elementi di eccellenza nella reputazione della federazione. Ho vissuto anche amarezze: le mancate qualificazioni ai mondiali in primis». E poi l’elenco di cose impossibili da realizzare: «La quota dell 1-2% del fatturato delle scommesse, come avviene in tutta Europa. L’abolizione del divieto di sponsorizzazione delle aziende di betting, la tax credit, l’impossibilità di procedere alle riforme, l’Aia». E ancora: «Ho vissuto attacchi personali, frutto di un’operazione di dossieraggio. Siamo diversi e migliori di come alcuni ci descrivono. Il calcio italiano vive una crisi d’identità. Troppi instant team, perso di vista prospettiva sistemica. Il diritto di veto ha finito per divedere il nostro mondo: meglio difendere l’orticello che salvare il sistema. Sugli stadi siamo drammaticamente indietro: a poche settimane dalla scadenza siamo in forte apprensione per Euro 2032. Perdere questa occasione significherebbe perdere reputazioni per l’Italia intera, non per la Figc».