di
Roberta Scorranese
Una mostra a Ferrara svela un lato inedito del grande artista americano
Nel 1975 fu Ferrara la città che accolse una delle opere in serie più originali di Andy Warhol. L’artista simbolo di New York aveva 48 anni e la sua notorietà era al culmine: era sopravvissuto a un attentato per mano dell’attivista Valerie Solanas, aveva già fondato tre factories (esclusivi laboratori culturali) e, l’anno dopo, l’ultimo a mettersi in fila per farsi fare il ritratto da lui sarà Jimmy Carter, di lì a poco 39º presidente degli Stati Uniti.
Ma l’idea che germogliò a Ferrara era cosa ben diversa dalla celebre serigrafia di Marilyn Monroe del 1964, al tempo ormai diffusa in ogni angolo d’America: il gallerista Luciano Anselmino gli aveva chiesto dei ritratti sul travestitismo newyorkese e chiunque abbia visto la serie tv The Deuce sa di che cosa parliamo. Drag queen, protagonisti del mondo queer, tessuto scabroso degli Anni Settanta, tra controcultura e moda. Warhol tentennò, poi acconsentì. E fu proprio in quei ritratti (ancora in mostra a Palazzo dei Diamanti fino al 19 luglio) che l’artista «inciampò» in qualcosa di diverso. Entrò in un territorio nuovo.
Nel ritrarre figure come Marsha Johnson e Wilhelmina Ross, Warhol mise momentaneamente da parte la sua ricerca sulla serialità e sull’omologazione per recuperare quello che La Stampa, all’epoca, definì «attivismo passionale»: pennellate intense, colore steso con le dita (figuriamoci, Warhol!) o con i pennelli, tocchi vibranti di rosso o arancio. Nelle figure delle drag queen che frequentavano il locale Gilded Grape, insomma, fece l’opposto di quello che aveva fatto con Marilyn Monroe, cioè la canonizzazione di una star in una sorta di santino riproducibile (anche grazie alla serigrafia, tecnica commerciale) e accessibile al culto laico più moderno, cioè l’adorazione dei fan.
La sua Marilyn era come la Coca-Cola: un’immagine che teoricamente tutti potevano rifare. Wilhelmina e le altre, no: qui volle uscire dall’asettica riproducibilità meccanica per restituire alle figure marginalizzate una sorta di resistenza. Non etica (Warhol respinse sempre ogni lettura moralistica) bensì puramente estetica di fronte all’omologazione e al consumo. Regalò a queste figure una voce più profonda, forse non colta da Pier Paolo Pasolini, il quale poche settimane prima di essere ucciso a Ostia così commentò la mostra di Ferrara: «Il messaggio di Warhol per un intellettuale europeo è una unità sclerotica dell’universo, in cui l’unica libertà è quella dell’artista».
rscorranese@corriere.it
22 giugno 2026
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