di
Aldo Cazzullo

Da bambino era già un fuoriclasse ma sempre emarginato dai compagni. Da sempre lo accompagna la nostalgia per Rosario, la sua città

DAL NOSTRO INVIATO
NEW YORK – I paragoni ormai sono irrispettosi. Maradona è un mito ribelle. Pelé vinse tre Mondiali. Ronaldo resterà per sempre CR7. Mbappé batterà il suo record di gol ai Mondiali, magari già tra pochi giorni. 

Ma Leo Messi, anzi Lio come lo chiamano gli argentini, 39 anni domani, è il più grande calciatore di tutti i tempi.

La sua fortuna, lunedì ad Arlington, Texas, è stata aver sbagliato il rigore
. Da allora ha giocato con una rabbia che non gli si vedeva da tempo. Il secondo gol, al 94esimo, lo ha impostato, lo ha rifinito, lo ha ribadito in rete. Poi ha esultato come un ragazzino. Da sempre leva le braccia al cielo, per salutare nonna Celia, che lo portava agli allenamenti: «Fate giocare il piccolo!»



















































Ora il pensiero va anche al padre Jorge, che gli ha trovato i soldi per l’ormone della crescita, l’ha portato a Barcellona, e gli ha giurato di non lasciarlo mai solo. Qualunque cosa debba accadere.

Nel 2006 Messi era un ragazzino acerbo con i capelli lunghi. Nel 2010 lo allenava Maradona, che lo schierava a centrocampo con tre punte davanti: i tedeschi ne fecero 4 alla sua Argentina, e potevano farne di più. Nel 2014 arrivò in finale, di nuovo con la Germania: per la tensione vomitava in campo, e mancò l’obiettivo. Nel 2018 sembrava aver perso l’ultima occasione. 

In Qatar per scambiare qualche parola con lui bisognava mettersi fuori dagli spogliatoi accanto a Guillem Balague, giornalista catalano, suo biografo. Messi parlava quasi solo con lui, anche perché Balague sapeva come fargli le domande, con la risposta incorporata: «Il Mondiale è più sofferenza o divertimento?»; «Divertimento…». 

Dopo la finale, gli fecero la domanda delle domande: «Lio, ora ti ritirerai?». E lui: «No. Voglio ancora giocare un po’ di partite da campione del mondo». E che partite.

Eppure a lungo hanno detto che non si sentisse argentino. Che giocasse meglio per il Barcellona che per la Nazionale. Quest’ultima cosa era vera; ma perché ci teneva troppo. Messi se n’è andato in Catalogna a tredici anni, ha vissuto a Parigi, vive a Miami; ma è come se non fosse mai partito da Rosario. Vale per lui quel che scrisse Kavafis: «La città ti verrà dietro, andrai vagando per le stesse strade, invecchierai nello stesso quartiere».

Rosarini come lui sono Che Guevara e quasi tutti i grandi del football (Messi dice «fulbo»): El Flaco Menotti, Batistuta, El Loco Bielsa, Mascherano, El Pocho Lavezzi, Maxi Rodriguez, El Fideo Di Maria, Icardi. 

Da bambino era pieno di complessi. Non voleva andare a scuola. Faticava a esprimersi. Aveva una sola amica, Cintia, che gli mandava i messaggini attaccati al righello con il chewing-gum e lo portava in giro per mano; ora fa la psicologa e aiuta i bambini con difficoltà di apprendimento. Il piccolo Messi la adorava, e la adora. Ma amava un’altra bambina: Antonella Roccuzzo. L’aveva conosciuta quando entrambi avevano cinque anni, e l’ha sempre corteggiata in silenzio. Lei però non voleva saperne di quel disadattato che tutti prendevano in giro e aveva sempre in braccio un pallone.

La squadra in cui giocava, il Newell’s, non poteva pagare le iniezioni di cui aveva bisogno. Così Lio partì per l’Europa. Senza diventare spagnolo, né catalano, né tanto meno italiano: sia i Messi sia la famiglia di sua madre, i Cuccittini, sono marchigiani di origine; ma a lui non importa nulla.

La prima delle tante crisi di vomito, seguita da una crisi di pianto, la ebbe sul volo che lo portava oltre l’oceano. Nei primi anni di esilio, per quanto dorato, passava tutte le serate in un ristorante argentino di Barcellona, Las Cuartetas; poi ne scoprì un altro in provincia di Gerona, Hostalrich, e faceva 70 chilometri per andare a mangiare l’asado. In 29 mesi crebbe di 29 centimetri

Tornò a Rosario da benestante e da astro nascente del calcio. Antonella scoprì di essere da sempre innamorata di lui. Ora hanno tre figli: Thiago, Mateo e Ciro, li abbiamo visti in Qatar giocare in campo con il padre dopo la vittoria mondiale.

Le foto di Messi da giovane calciatore sono impressionanti. Dieci ragazzi, quasi uomini. E un bambino con il volto nascosto da una maschera, per parare i colpi. Dal campetto del Grandoli, in Argentina, tutto buche, sassi e pezzi di vetro, alla cantera del Barcellona; ma sempre solo. Si cambiava in un angolo dello spogliatoio. Divenne un campione anche di play-station. I compagni lo chiamavano «Enano, il nano», ricevendo incomprensibili insulti in rosarino, e gli facevano scherzi feroci. Un giorno, in un albergo di Pisa dove il Barcellona Juniors giocava un torneo, Piqué gli portò via tutto dalla stanza, anche il telefonino e appunto la play. Lui scappò via e si mise a piangere disperatamente. Piqué riprese la scena con il telefonino. Gliela mostrarono. Un compagno più pietoso dovette portarlo a braccia in camera a riposare. Poi però, quando vide che gli avversari si accanivano su di lui, Piqué fece a pugni per difenderlo.

Il rito dell’asado continuò. Ogni lunedì Messi invitava a casa suo fratello maggiore Rodrigo, il suo migliore amico Pablo Zabaleta che giocava nell’altra squadra di Barcellona, l’Espanyol, e altri colleghi argentini. Non sapeva cucinare, non sapeva neanche dove fossero le posate e i piatti, ma le mangiate di carne servivano a lenire la nostalgia più profonda: quella che si prova per una patria lontana, per una giovinezza mai vissuta.

Questa estate di San Martino, questo canto infinito del cigno si spiega anche così. Una vita all’apparenza serena, quella di Messi; in realtà piena di sofferenza. Dietro alla sua apparente serenità, c’è la malinconia della solitudine, e c’è la durezza dell’agonismo, talora oltre il lecito. Lio in campo è quasi sempre corretto, ma una sera di Champions un calciatore della Roma, già ammonito, si sentì provocare: «Italiano mafia spaghetti». Si girò: era Messi. 

L’altro giorno Alexander Schlager, il portiere austriaco, prima del rigore l’ha innervosito, chiamandolo più volte. Lui ha sbagliato. Nessun compagno è andato a consolarlo. Avevano capito che dentro di lui era già nata la voglia della rivincita, quasi della vendetta

Senza una punta di rabbia, non si diventa campioni; tanto meno il più grande di tutti i tempi.

23 giugno 2026 ( modifica il 23 giugno 2026 | 14:20)