di
Luca Angelini

Secondo l’Economist, grazie all’incremento delle rinnovabili, molti europei usano l’aria condizionata consumando energia che non contribuisce a surriscaldare il pianeta. Ma una ricerca sulla «povertà sistemica nell’accesso al raffreddamento» pone diverse riflessioni

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Se il cambiamento climatico provoca estati più torride, difendersi con il condizionatore non finirà per accelerare il cambiamento climatico, rendendo le prossime estati ancora più insopportabili? Il dilemma tra senso di colpa e colpo di calore è comprensibile. L’Economist, però, ricorda che non tutta l’elettricità è uguale e vale anche per quella che aziona gli impianti di condizionamento. Perciò, il senso di colpa da aria condizionata (da sempre più avvertito in Europa che negli Usa, dove oltreutto l’elettricità è meno cara) non è ugualmente giustificato per tutti.



















































«L’impressionante diffusione delle energie rinnovabili nelle zone più calde d’Europa — scrive il settimanale britannico — fa sì che abbassare giudiziosamente la temperatura non contribuirà in modo significativo allo scioglimento dei ghiacciai. Prendiamo la Spagna, dove la capacità solare è quasi decuplicata nell’ultimo decennio. I lettori che stanno sudando a Siviglia possono consultare app.electricitymaps.com per rassicurarsi: il 10 giugno un kilowattora di elettricità spagnola ha prodotto solo 86 grammi di CO₂ equivalente. Nello Stato americano della Georgia 442. In una soleggiata giornata estiva a mezzogiorno, solo circa il 10% dell’elettricità spagnola proviene da combustibili fossili; circa la metà deriva dal solare. Il Portogallo se la cava altrettanto bene, e la Francia ancora meglio, grazie alle sue decine di reattori nucleari».

No, l’Italia non è tra i Paese virtuosi, visto che ottiene ancora il 30-40% della sua elettricità dal gas (e continua a spingere per l’abolizione del sistema Ets di scambio delle emissioni: qui un’analisi di Ferruccio de Bortoli) l’Economist calcola una media di 224 g di CO₂ per kilowattora. Peggio ancora fa la Polonia, ancora molto legata all’uso del carbone, al quale è ricorsa anche la Germania, dopo aver detto stop alle centrali nucleari, nel 2011 (la produzione tedesca di CO2 per kilowattora è circa il triplo di quella spagnola). Il fatto che la Lettonia brilli per produzione di energia solare dovrebbe far ancor più arrossire — non di caldo — il nostro Paese. Al quale il settimanale tira le orecchie anche per il modo in cui ha messo in pratica il «Superbonus», anche se, in linea di principio, ritiene apprezzabili i finanziamenti pubblici per rendere efficienti dal punto di vista energetico le vecchie case.

L’Economist ammette che «per i politici ambientalisti, messi a dura prova negli ultimi anni dal calo di consensi, un invito a rilassarsi davanti all’aria condizionata potrebbe suonare come una resa». Però invita a guardare la cosa da un’altra prospettiva: «È proprio grazie alla spinta dei governi attenti al clima ad abbandonare i combustibili fossili che l’elettricità del continente sta diventando meno dannosa per il pianeta e meno costosa» (pur con le eccezioni che abbiamo visto). Con l’Europa che si sta riscaldando più velocemente di molte altre regioni, l’aria condizionata diventerà sempre più un sollievo e, nei casi estremi, un salvavita. «Chi preferisce resistere al caldo estivo è libero di farlo — conclude il settimanale — . Ma l’obiettivo dovrebbe essere quello di rendere l’aria condizionata economica e pulita accessibile a tutti».

Il rischio, però, è che, con quel «tutti» si intendano, ben che vada, «tutti gli europei». Perché, come denuncia un’analisi pubblicata pochi giorni fa, su Nature Sustainability, dal Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici, in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari e l’Università di Bristol, il mondo, specie quello meno sviluppato, ha un problema di «systemic cooling poverty», di sistemica povertà nell’accesso ai mezzi per rinfrescarsi.

Antonella Mazzone, Enrica De Cian e Giacomo Falchetta, tra gli autori dello studio, iniziato nel 2020 prendendo in esame 28 Paesi, in maggioranza del Sud globale, hanno scritto, in un intervento su The Conversation, «nel nostro campione di 3 miliardi di persone, quasi 600 milioni soffrono di gravi forme di povertà di raffreddamento. Le popolazioni dell’Asia meridionale e dell’Africa subsahariana sopportano il peso maggiore». I motivi sono tanti. «Nelle città, la vulnerabilità è determinata dalle infrastrutture fisiche (edifici, strade, tubature e spazi verdi) e dalle infrastrutture sociali (servizi, istituzioni e reti di supporto), entrambe distribuite in modo diseguale. I residenti più poveri in genere hanno meno accesso all’aria condizionata, a strade e parchi alberati e ad abitazioni ben isolate».

Si potrebbe quasi dire «dimmi dove vivi e ti dirò quante possibilità hai di sfuggire al caldo estremo», perché «il luogo in cui vivi, la conformazione del tuo quartiere, la presenza di alberi o di acqua potabile nelle vicinanze, la ventilazione di casa tua, la protezione offerta dal tuo luogo di lavoro e la capacità dei servizi pubblici di far fronte all’aumento delle temperature sono tutti fattori che influenzano la sopravvivenza. Lo stesso vale per età, salute, reddito, identità di genere e discriminazione, che possono determinare la sofferenza di chi viene riconosciuta e quella di chi rimane nascosta». Ad esempio, intervistando decine di residenti delle favelas di Rio de Janeiro, i ricercatori hanno scoperto che la discriminazione sociale preclude alle donne transgender proprio quegli spazi (parchi, piazze, negozi) dove altri trovano ombra o un momento di refrigerio. E poiché usare i bagni pubblici significa rischiare molestie, molte evitano di frequentarli, finendo per bere e idratarsi di meno.

Una controprova del fatto che la povertà sistemica di raffreddamento non è un destino ineluttabile viene da Indonesia e Bangladesh: entrambi sono esposti a un caldo umido pericoloso che colpisce quasi tutta la popolazione, ma «le infrastrutture fisiche e il sistema sanitario più solidi dell’Indonesia si traducono in livelli inferiori di povertà sistemica di raffreddamento».

Gli autori dello studio sono meno indulgenti dell’Economist nei confronti dell’aria condizionata. Intanto perché, pur se ridotti dal crescente utilizzo di elettricità «pulita», gli impatti ambientali ci sono comunque, anche in termini di produzione e smaltimento degli impianti. Poi perché «l’accesso all’aria condizionata è estremamente diseguale tra i Paesi e al loro interno: la maggior parte della popolazione mondiale quella possibilità, semplicemente, non ce l’ha». E questo è uno dei tanti esempi del perché concentrarsi soltanto sull’adattamento ai cambiamenti climatici e non anche sulla mitigazione delle cause che li provocano finisce per essere molto iniquo di chi ha contribuito poco a quelle cause ma non ha i mezzi per difendersi dagli effetti (e in questo caso sì, qualche senso di colpa è giustificato).

Infine, la tecnologia è senz’altro utile, ma può diventare una comoda scorciatoia che fa dimenticare saggezza popolare e buone pratiche figlie dell’esperienza. «In molti luoghi, l’aria condizionata ha soppiantato le conoscenze ancestrali e le pratiche intergenerazionali per convivere con il caldo, comprese le modalità di costruzione, movimento, alimentazione e riposo sviluppate nel corso dei secoli. La perdita di queste pratiche può rendere le persone più esposte e meno resilienti. (…) La vulnerabilità al calore non è una conseguenza casuale. Decisioni di pianificazione urbana che eliminano gli spazi verdi, politiche abitative che consentono edifici scarsamente ventilati, leggi sul lavoro che lasciano i lavoratori all’aperto senza protezione, sistemi sanitari pubblici che falliscono nel proteggere le fasce più esposte della popolazione: tutti questi fattori contribuiscono al problema».

Per Mazzone, De Cian e Falchetta l’obiettivo finale dovrebbe essere quello della «giustizia termica»: «La giustizia termica non significa solo ridurre l’esposizione al calore. Significa anche farlo in modo equo e richiamare alla loro responsabilità persone e istituzioni le cui politiche e decisioni di pianificazione hanno reso alcuni quartieri più caldi e alcune famiglie meno in grado di rinfrescarsi. Ponendoci la domanda “chi ha creato queste condizioni?”, possiamo capire chi ha il potere di cambiarle. Per risposte efficaci è necessaria un’azione coordinata tra pianificazione urbana, sanità pubblica, alloggi e regolamentazione del lavoro: ampliare l’accesso all’acqua potabile, riqualificare gli edifici e piantare alberi, oltre a ridurre la discriminazione. Ma è fondamentale che le persone più colpite contribuiscano a ideare soluzioni. Le loro esperienze rivelano cosa si prova realmente a causa del caldo, giorno dopo giorno. Comprendendo e valutando la povertà sistemica nell’accesso al raffreddamento, possiamo individuare il modo migliore per raggiungere la giustizia termica per coloro che sono maggiormente a rischio a causa del caldo estremo».

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23 giugno 2026