di
Giovanni Bianconi
Le accuse della Procura: cooperazione solo apparente. La scoperta del cadavere e il tentativo del Cairo di incolpare una banda di rapinatori
Le sedie riservate ai quattro ufficiali egiziani imputati per il sequestro e l’omicidio di Giulio Regeni sono rimaste vuote anche nel giorno delle richieste di condanna, e tali rimarranno. Ma il processo non si esaurisce nei destini personali dei militari sotto accusa; va oltre le loro responsabilità e lascerà aperto il giudizio sugli apparati nazionali che le hanno coperte.
Come ha spiegato con toni accorati e severi il procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco, che ha seguito il caso dall’inizio, passo dopo passo, quello che si sta chiudendo è anche «un processo contro il silenzio di chi non voleva parlare né collaborare, di chi confidava che il tempo cancellasse le tracce. Un processo contro la menzogna, le ricostruzioni artificiose, i depistaggi». Nel corso di dieci anni «il regime egiziano ha innalzato, mattone dopo mattone, un muro invalicabile per impedire l’accertamento della verità». Tuttavia «quel muro è stato abbattuto», rivendica il procuratore Francesco Lo Voi.
Sotto accusa sono e restano quattro ufficiali della Sicurezza nazionale egiziana, e su di loro arriverà il giudizio poiché su di loro pesano gli indizi gravi, precisi e concordanti raccolti dai brandelli di collaborazione iniziale fornita quando probabilmente al Cairo pensavano che non avrebbe portato a nulla; a partire dai tabulati telefonici del luogo e dell’ora in cui Regeni sparì la sera del 25 gennaio 2016.
Invece da lì gli investigatori e gli inquirenti italiani sono riusciti a ricostruire buona parte della ragnatela che ha avvolto e strangolato Giulio, ingiustamente sospettato di essere una spia o un sobillatore e per questo sottoposto a un «fermo non ufficiale». Formula sinistra che nasconde trattamenti illegali fino alla tortura, riservati a «bersagli politici» e alla loro «neutralizzazione clandestina».
Questo è accaduto a Giulio Regeni (uno dei 161 «fermati non ufficiali» nel solo 2016), e questo l’Egitto ha tentato di nascondere dopo la scoperta del suo cadavere. Con il quale forse il regime intendeva chiudere il caso, attribuendo ogni colpa a una banda di rapinatori preventivamente ammazzati. Se così non è stato, è grazie alla determinazione di un ufficio giudiziario che sotto la guida di tre diversi procuratori (Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino prima di Lo Voi) ha continuato a indagare e non s’è rassegnato all’improcedibilità dovuta alla mancata collaborazione egiziana, arrivando fino alla Corte costituzionale. La quale ha rimosso gli ostacoli frapposti in violazione delle convenzioni internazionali perché «la tortura e l’omicidio non possono trovare riparo dietro i confini, e neppure la ragione di Stato può diventare ragione di impunità».
Una scelta che ha reso possibile un processo celebrato nel rispetto di tutte le garanzie. Estese agli imputati assistiti da avvocati d’ufficio (come i quattro egiziani) grazie a un secondo intervento della Consulta; due sentenze costituzionali per un solo processo, probabilmente un record.
Depistaggi, inquinamenti e sottrazioni di prove (oltre che di imputati, e prima ancora di indagati) hanno evitato che gli accusati comparissero davanti ai giudici e verosimilmente occultato altre responsabilità, senza però impedire una ricostruzione attendibile di ciò che è accaduto. Ecco allora il dito puntato della Procura non solo sugli imputati ma pure contro «il silenzio egiziano che ha smesso di apparire semplice inefficienza diventando strategia di resistenza istituzionale»; contro le manovre di «una struttura che non reagisce alla devianza dei singoli ma protegge se stessa».
Il processo per la scomparsa di Giulio Regeni si sarebbe dovuto celebrare al Cairo, ma «l’Egitto ha formulato promesse che non aveva alcuna intenzione di mantenere, ha simulato una collaborazione rivelatasi solo apparente, ha dato vita a una cooperazione di facciata finalizzata non all’accertamento della verità bensì al suo occultamento». Basti pensare, oltre alle false piste e alle prove manipolate, alle 39 rogatorie su 64 rimaste senza risposta: «Non una semplice insufficienza collaborativa ma una deliberata strategia di protezione degli apparati coinvolti».
Nell’Italia delle stragi rimaste impunite anche per via dei depistaggi istituzionali attivati negli anni Settanta e Novanta del secolo scorso, c’è ora una magistratura inquirente che accusa gli apparati di un altro Paese di avere fatto altrettanto per salvaguardare i responsabili del sequestro, delle torture e dell’omicidio di un cittadino italiano.
È come se fossero giunti al traguardo due processi: uno, nell’osservanza dei codici e di ogni garanzia, a carico degli imputati, che avrà il suo esito con la sentenza dopo le conclusioni delle parti civili e delle difese; l’altro al sistema da cui hanno avuto e continuano ad avere protezione, che non prevede sentenze ma rimane un ulteriore monito a cercare e chiedere verità e giustizia per Giulio Regeni.
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23 giugno 2026
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