Scotch sulla bocca per costringerli al silenzio, bambini legati alle sedie o perfino alla porta dell’aula, minacce e punizioni che avrebbero trasformato la scuola in un luogo di paura. È il quadro ricostruito dal Tribunale di Taranto che ha condannato una maestra di scuola primaria a quattro anni di reclusione per maltrattamenti aggravati. I fatti contestati risalgono all’anno scolastico 2014-2015 e riguardano una classe prima di una scuola della provincia di Taranto. Gli alunni avevano appena sei anni. Oggi sono quasi tutti maggiorenni, ma il ricordo di quei mesi è rimasto centrale nel procedimento.


Secondo l’accusa, l’insegnante – oggi 63enne – avrebbe usato metodi intimidatori per imporre disciplina e silenzio in aula. Tra gli episodi contestati ci sarebbero bambini immobilizzati alle sedie, bocche chiuse con il nastro adesivo, schiaffi sulle mani e minacce di essere allontanati dalle proprie famiglie. La giudice Federica Furio ha inflitto una pena superiore rispetto ai due anni e mezzo richiesti dalla Procura. Oltre alla condanna, per la docente è stata disposta l’interdizione dai pubblici uffici. È stata inoltre riconosciuta la responsabilità civile del Ministero dell’Istruzione con il pagamento, in solido, di una provvisionale di 5mila euro per ciascuna delle otto parti civili costituite. 


Per anni quei racconti sono rimasti nascosti. Il caso è emerso soltanto quando gli alunni frequentavano la terza elementare.

Durante il progetto scolastico “Senza Zaino”, che prevedeva momenti di confronto tra studenti, i bambini iniziarono a raccontare ciò che avevano vissuto negli anni precedenti. Fu in quello spazio di ascolto che sarebbero emersi i primi dettagli: paura, umiliazioni e punizioni considerate sproporzionate. La nuova insegnante raccolse le confidenze degli alunni e i genitori decisero di rivolgersi alla questura.

Da lì partirono le indagini. I bambini vennero ascoltati quando erano già in quarta elementare e i loro racconti contribuirono a delineare, secondo l’accusa, un clima costante di intimidazione. Nel capo d’imputazione compare anche un altro elemento: la docente avrebbe fatto credere agli alunni di riprenderli con il cellulare – oppure li avrebbe registrati realmente – minacciando di mostrare o diffondere quei video. Tra le conseguenze raccontate nel processo c’è anche quella di un bambino che, per un periodo, avrebbe smesso di leggere e scrivere a causa di un blocco psicologico legato alla paura. Per il tribunale quei comportamenti non avevano alcun legame con finalità educative e risultavano incompatibili con il ruolo di un’insegnante e con il contesto scolastico in cui sarebbero stati messi in atto.




Ultimo aggiornamento: mercoledì 24 giugno 2026, 09:26





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