di Manuela Santacatterina
Ci sono film che, come per magia, ti rapiscono senza il bisogno di “urlare”. Basta una buona storia, un regista sensibile e attori in grado di farti emozionare nel profondo. È il caso di “Piccolo Miracolo”, film diretto da Guido Chiesa – in sala dal 25 giugno – con protagonisti Marco D’Amore e Greta Scarano, vincitrice come miglior attrice al Taormina Film Festival 2026.
La trama ruota attorno a Davide Lancia, un ricco quarantenne che deve la sua fortuna al padre, un potente costruttore romano che gli offre l’occasione per dimostrare di che pasta è fatto: demolire una palazzina malandata e realizzare al suo posto un edificio di lusso. Ma Davide non sa che lì vive Ursula, una donna cieca che non intende lasciare il suo appartamento. «C’era qualcosa nel fatto di essere entrambi dei personaggi che compivano un arco di trasformazione che mi ha attratta», spiega Scarano. «Inoltre Guido e Nicoletta Micheli, la sceneggiatrice, hanno portato nel film le loro personalità garbate e una pacatezza che sa essere, però, anche molto ficcante perché ti permette di dire certe cose».
«Guido ha diretto questo film con la solidità del regista consumato, però anche con un’indeterminatezza che è degli uomini giusti, cioè di quelli che non impongono il proprio pensiero», le fa eco D’Amore. «La stessa cosa fa il film e quando questo avviene si demanda all’intelligenza dello spettatore di compiere il percorso».
“Piccolo Miracolo” cita “Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale” di Eugenio Montale.
Una poesia d’amore, ma che parla anche della lucidità di sguardo. La stessa di cui, guardando al mondo che ci circonda, avremmo bisogno? «Oggi c’è un rumore di fondo di cui qualcuno si approfitta, da un punto di vista economico e sociale, e che non ci aiuta a considerare l’essenziale», riflette Chiesa. «Abbiamo bisogno d’amore, quello che riconosce le necessità dell’altro. Di conflitti ce ne sono già troppi».
Ursula è una donna che non cerca compassione, ma è impossibile non provare rabbia nel vederla affrontare ostacoli che noi, quotidianamente, diamo per scontati. «Le grandi città, più che i piccoli centri, non sono attrezzate ad ospitare persone vulnerabili e in difficoltà e ora che sono mamma lo noto di più», afferma Scarano. «Fare un film come questo invita anche a riflettere e, paradossalmente, ad aprire gli occhi un pochino di più per vedere gli altri. E se lo facessimo tutti, il mondo sicuramente sarebbe un posto migliore».
Ultimo aggiornamento: mercoledì 24 giugno 2026, 15:31
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