di
Stefano Vicari

La frequenza a scuola tra tic motori e vocali imprevedibili: il racconto doloroso dei sintomi di una neurodivergenza che viene scambiata per maleducazione, provocazione o sfida

Riccardo ha 14 anni e frequenta il primo anno di liceo scientifico. È brillante, curioso, molto sensibile. Ama la matematica, conosce a memoria capitali, bandiere, risultati sportivi. Ma quando entra in classe cerca sempre l’ultimo banco. Non vuole essere visto.
Da alcuni anni Riccardo ha tic motori e vocali. Muove le spalle, stringe gli occhi, gira il capo. A volte emette suoni improvvisi, brevi, che interrompono il silenzio della classe. Nei momenti di maggiore tensione pronuncia parole fuori contesto, mai rivolte davvero a qualcuno, ma abbastanza forti da attirare l’attenzione.

Ogni volta succede la stessa cosa. Qualcuno ride. Qualcun altro si gira. Un insegnante si ferma. Riccardo arrossisce, abbassa lo sguardo e vorrebbe scomparire.
«Non sono io che voglio dire quelle parole», mi spiega. «È come se mi uscissero prima che io riesca a fermarle».



















































Per molto tempo la famiglia ha pensato che fosse ansia. Poi maleducazione. Poi provocazione. A scuola qualcuno ha parlato di atteggiamenti oppositivi. Ma Riccardo non vuole disturbare. Al contrario, vive nel terrore di farlo.
La sindrome di Tourette è fatta anche di questo: un corpo che produce movimenti e suoni che il ragazzo non sceglie, ma di cui poi subisce tutte le conseguenze. 

Il problema non è solo il tic. È lo sguardo che il tic attira.
Con l’adolescenza tutto diventa più difficile. Il corpo cambia, il gruppo dei pari pesa di più, il bisogno di sentirsi uguali agli altri diventa fortissimo. Riccardo comincia a evitare le interrogazioni, le feste, le uscite. Dice di avere mal di pancia, di essere stanco, di non voler andare. In realtà ha paura.

«Quando sto con gli altri penso solo: speriamo che non succeda adesso».
Durante la valutazione confermiamo il quadro di sindrome di Tourette. Non è una diagnosi che imprigiona Riccardo. Al contrario, gli consente di uscire dall’equivoco. Non è un ragazzo maleducato. Non è provocatorio. Non cerca attenzione. 

Ha una neurodivergenza in cui tic motori e vocali si associano e possono avere intensità variabile. Il lavoro non riguarda soltanto Riccardo ma anche gli adulti intorno a lui. La famiglia deve imparare a non leggere ogni manifestazione come un comportamento da correggere. La scuola deve evitare richiami pubblici e costruire un contesto più prevedibile, meno esposto al giudizio.

Con Riccardo lavoriamo sul riconoscimento dei momenti più critici, sulla gestione della tensione, sulla possibilità di spiegare agli altri, quando serve, che cosa gli accade. Non sempre è facile. Non sempre basta. Ma qualcosa cambia quando il ragazzo smette di sentirsi colpevole del proprio sintomo.
Un giorno, dopo alcune settimane, mi racconta che un compagno gli ha chiesto: «Ma ti dà fastidio se ti chiedo dei tic?». Riccardo gli ha risposto di no. Hanno parlato per pochi minuti. Poi sono usciti insieme dall’aula. Non era ancora amicizia. Ma era già un inizio.

Il commento del neuropsichiatra Stefano Vicari*

La sindrome di Tourette è un disturbo del neurosviluppo caratterizzato dalla presenza di tic motori e tic vocali che persistono nel tempo. I tic possono cambiare intensità e forma, peggiorare nei periodi di stress e ridursi quando il ragazzo è concentrato o si sente meno esposto.

Uno degli errori più frequenti è interpretare questi comportamenti come provocazioni. Questo accade soprattutto quando sono presenti vocalizzazioni o parole fuori contesto. In realtà, il ragazzo non sceglie volontariamente di disturbare. Spesso, al contrario, vive con grande vergogna ciò che accade.
La sindrome di Tourette può associarsi ad altre difficoltà, come ADHD, sintomi ossessivi, ansia o problemi di autostima. Per questo la valutazione deve essere accurata e non limitarsi al singolo sintomo.
Il trattamento può includere interventi psicoeducativi, tecniche comportamentali specifiche e, nei casi più complessi, terapie farmacologiche. Ma il primo passo resta sempre lo stesso: accogliere il sintomo privandolo del significato morale di colpa, maleducazione o sfida.

*direttore della Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma; professore di Neuropsichiatria Infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore; il suo ultimo libro è Diversamente intelligenti (Feltrinelli).

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25 giugno 2026