Mettiamo in chiaro una cosa da subito: nella primissima scena d’azione, il nostro eroe insegue una camionetta in infradito, per un tratto inequivocabilmente lungo, e la raggiunge.
Questo è il campo da gioco che viene mostrato fin da subito: eroi che, anche in infradito, corrono forti come camionette. Non siamo apertamente in un mondo di supereroi, non c’è una spiegazione esplicita: la scritta in apertura dice “da qualche parte nel sud dell’Asia” (già un sottile indizio di non rompere il cazzo), e il resto è mostrato unicamente con le immagini. Questo non è come The Fast & The Furious che deve essere esplicito fin dal titolo: questo può permettersi di essere più sintetico. E poi, che il protagonista sia anche fast, te lo fa vedere. Che deve fare per essere più esplicito? Farti vedere che beve il NOS e fare la carrellata nel sistema digestivo?
SIGLA!
Non so quanto seguite ciò che accade nel resto del mondo al di fuori di quello che vi diciamo noi, ma nel caso vi sarete probabilmente accorti che The Furious gode di un hype che non si vedeva da tempo nel settore delle arti marziali. Si tira in ballo sempre The Raid, oggi ormai obbligatorio anche se mi ricordo quando 15 anni fa dovevo ancora consigliare The Raid come se fosse quella chicca misteriosa che non tutti avevano sentito nominare. È bello dire da subito “capolavoro” e poi osservare come lentamente diventi in effetti quella pietra di paragone che era già ovvio che fosse. Anche se hey, un mondo ancora migliore è quello in cui i suoi epigoni riescono effettivamente a superarlo. Ma non siamo ingordi.
In parte, The Furious questo paragone se l’è andato a cercare: nel cast ci sono due terzi dei protagonisti di The Raid, ovvero Yayan Ruhian e Joe Taslim. Forse la cosa meno prevedibile è non tanto che Yayan diventasse una leggenda chiamata a impreziosire qualsiasi film dovesse mettere in banca il ruolo del cattivo inarrestabile, ma che Joe Taslim, “terza banana” (termine tecnico) del trio, diventasse quello che ingaggi quando hai bisogno di uno che sappia menare fortissimo ma anche innalzare il livello recitativo del picchiatore medio (Mortal Kombat, Warrior). Comunque: The Furious non è uno speranzoso underdog. The Furious mira in alto, per quanto possa mirare in alto un film in cui il 60% della sceneggiatura è rimpiazzato da “[inserire botte qui]”.
La produzione è di Hong Kong, ma in realtà la vaga cittadina del sud Asia serve a tirare in ballo un cast internazionale che non include solo gli eroi indonesiani Yayan & Joe, ma anche la leggenda thailandese Jeeja Yanin, la star cinese Xie Miao e Brian Le, che è nato e vissuto in California ma ha i genitori vietnamiti. Nel film parlano un po’ la qualsiasi a seconda di chi è in scena, a parte il personaggio di Xie Miao che è sordo, e quello di Brian Le che è scemo.
A chiudere la Coppa Asia, il regista è Kenji Tanigaki, giapponese. La sua carriera inizia a Hong Kong dove, per farvi capire che non è esattamente di primo pelo, le prende da Jet Li in Fist of Legend. Cresce diventando uno stuntman: è la controfigura di Scorpion in Mortal Kombat – Distruzione totale, lo stesso film in cui Tony Jaa è controfigura di Liu Kang. E poi diventa un action designer della stramadonna facendo tutte le cose migliori di Donnie Yen – da Kill Zone a Flashpoint a Special ID. È, in poche parole, forse il massimo esperto mondiale del farsi malissimo oggi in attività, e se siete scettici sul suo grado di ispirazione oggi significa che non avete ancora guardato Twilight of the Warriors: Walled In. Lo scetticismo al limite viene dal fatto che il suo film precedente da regista è stato Enter the Fat Dragon, ma quello spero ancora che si sia trattato di un’allucinazione collettiva.
Jet Li e Kenji Taganaki, Fist of Legend, 1994
Ci leviamo dalle balle le note negative?
Sono poche.
È una nota negativa il fatto che questo film non sia esattamente all’altezza di The Raid?
Ogni tanto, in generale e non solo riguardo a The Raid, si leggono anche critiche del genere: “questo film è inferiore a uno dei dieci migliori film della storia del cinema, per cui è una merda!!!”. Io sinceramente non so nemmeno come si faccia a prepararsi alla visione di un film con aspettative simili, a meno che qualcuno non si ecciti sessualmente quando prova un senso di delusione – in quel caso, non faccio kink-shaming.
Qui però vale la pena specificare che non gioca nemmeno lo stesso campo da gioco: The Raid era una prova di regia incredibile in cui le arti marziali, alla fine, erano solo uno dei tanti ingredienti; The Furious è uno showcase di gloriose e inventive coreografie marziali, e fuori da quelle non ha proprio senso di esistere. The Raid aveva uno scheletro minimale e poi diventava una scuola di gestione della tensione; The Furious ha una trama meno concettuale ma comunque molto semplice, e divisa grosso modo in quattro macrosequenze. Lo spunto è il traffico di minori, un trend che incredibilmente mi dà più fastidio dei classici rapimenti di mogli bionde scopo ricatto, ma su cui immagino dovrò mettere il cuore in pace ancora per un po’. Io mi regolo così: se non apri o chiudi il film con pseudo-statistiche e ti limiti a farmi vedere dei marmocchi in gabbia senza azzardare o suggerire oltre, a malincuore te la dò buona. The Furious rimane entro questi limiti, e a un certo punto fa capire che i bambini gli servono per fare qualche stunt folle pure con loro, quindi gliela dò buona abbastanza sereno.
Fine delle note negative.
Vale tutto
Rapiscono la figlia di Wang Wei (Xie Miao), e a lui bastano pochi indizi per trovare il covo dei cattivi: a quel punto, si allea con Navin (Joe Taslim) che ha qualche informazione in più perché sta cercando la moglie giornalista scomparsa, e insieme ristabiliscono una soddisfacente giustizia.
Tutto qua, sostanzialmente. C’è il minimo di rapporti umani necessario a rendere la storia avvincente senza incartarsi, e poi è tutta gloria.
Questo è il tipo di film che inizia con una scena d’azione che tanti pagherebbero per avere come climax, e poi riesce ogni volta ad alzare la posta con quella successiva.
È uno showcase inarrestabile delle abilità di Tanigaki, che è una specie di uguale/opposto di Yuen Woo-Ping: stesso livello di maestria, stile completamente diverso. Dove Yuen Woo-Ping è rinomato per l’eleganza, Tanigaki sguazza nel caos violento, unendo le tecniche corpo a corpo di cui era stato pioniere grazie a Donnie Yen con lo stile survival/rissaiolo lanciato da The Raid e portato agli estremi dai film di Timo Tjahjanto.
The Furious non rivoluziona, ma si guarda indietro, si chiede cosa non è ancora stato fatto o sviscerato a fondo, e procede a trovare una quantità impressionante di mattate notevoli. Ad esempio: ho come l’impressione che l’uso del martello in Oldboy, stilisticamente impeccabile, abbia un po’ inibito tutti dal cercare di affiancarsi nello stesso territorio, con l’eccezione di Hammer Girl in The Raid 2. Ma Tanigaki non ha paura di nessuno: usa il martello a esaurimento, e non contento usa pure la mazza da cantiere. E poi, per far felice il fan di Yakuza che è in me, usa pure le biciclette.
Signore e signori, Brian Le. Scansatevi.
Dovreste avere intuito l’aria che tira: The Furious non diventa mai farsa, ma sfiora più volte, allegramente, i cartoni animati di Wile E. Coyote. Credo che gli immortali di Highlander sembrino meno immortali dei personaggi di questo film. Ma il gioco regge perché alla fine dei conti non si prende troppo sul serio: sa distinguere piatto forte (botte) e contorno (trama) affinché si sorreggano a vicenda senza pretendere di essere altro che appunto un gioco – con pregi e limiti che questo comporta – e nonostante tutto riesce a non perdere un grammo di potenza.
Detto questo, c’è un solo aspetto in cui mi sono ritrovato a pensare che forse The Furious era all’altezza di The Raid, e quell’aspetto è Brian Le. Brian Le non è Mad Dog: è direttamente un bisonte impazzito. Ha tutto il repertorio del caso, più un fisico massiccio e movenze incredibili, specie quando carica a quattro zampe. L’avete visto umiliarsi con dedizione in Everything Everywhere All At Once e magari per via del contesto comico non ci avete fatto troppo caso, ma i più attenti di voi hanno drizzato le antenne ammirandolo in Gladiator Underground. Qui è il migliore in campo senza se e senza ma, e lo è in un campo infarcito di fuoriclasse incluso Mad Dog stesso.
Non dovrei aver bisogno di ribadire che, se questo non sarà il film di menare dell’anno, significa che il 2026 sarà stato particolarmente generoso.
Poster-quote:
“Se Kenji Taganaki ha un martello, ogni fazza è un chiodo”
Nanni Cobretti, i400calci.com
P.S.: devo usare più spesso “banana” per riferirmi alla gerarchia di importanza all’interno di un cast come fanno gli americani. Non mi interessa da dove deriva, è bellissimo. Che ne so, “In The Odissey, Matt Damon è il protagonista mentre Tom Holland è la seconda banana”.