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Redazione Milano
La studentessa del Virgilio è la prima dei ragazzi italiani a parlare dopo la strage. «Era una catena di acciaio, come quelle per legare le biciclette, fissata al maniglione»
L’assurdità della tragedia di Crans-Montana è da oggi descritta in una nuova immagine: una catena che sigilla l’uscita di sicurezza del locale interrato del Constellation. È la fotografia che Sofia Donadio, studentessa del liceo Virgilio di Milano, ferita gravemente nel rogo, ha faticosamente recuperato nella sua memoria e ha rivelato giovedì ai giornalisti. È la prima dei ragazzi italiani del Constel a raccontare la sua esperienza. Con una voce resa flebile dai traumi di quella notte, ma con la forza di chi è sopravvissuta, rivela un particolare finora mai emerso: «Questa uscita d’emergenza è sempre stata chiusa, fin dal primo giorno che io sono entrata in questa situazione, è sempre stata chiusa con una catena e un lucchetto», racconta. Si trattava, ricorda Sofia, di «una catena di acciaio, come quelle per legare le biciclette» che era fissata «al maniglione».
Quello della giovane è un lucido memoriale, che diventerà ora una testimonianza chiave nell’inchiesta sulla tragedia, in cui sono morte 41 persone e oltre cento sono rimaste ferite. Attualmente gli indagati sono 14, tra cui molti politici e funzionari comunali, oltre ai coniugi Jessica e Jacques Moretti, proprietari del discobar andato a fuoco. «Sono sicuramente arrabbiata – chiarisce – non cerco vendetta, ma giustizia: questo evento ha rovinato un sacco di persone che non se lo meritavano, non è giusto che cerchino di passarla liscia».
Nello studio dell’avvocato milanese Fabrizio Ventimiglia che rappresenta la famiglia Donadio, Sofia, accompagnata dai suoi famigliari, dice: «Ripenso molto spesso a come poteva essere benissimo evitata tutta questa situazione. Bastava un’accortezza in più, un controllo in più». «Ovviamente – spiega – la mia vita è cambiata totalmente. Le cose anche più piccole che prima riuscivo a fare da sola, adesso ho sempre bisogno di una mano, anche solo per fare la doccia».
I ricordi di quella notte, in cui stava festeggiando il Capodanno, con i suoi amici e con alcuni compagni di liceo Francesca, Leonardo e Kean, sono lucidi e terribili: «Ho pensato soltanto a uscire, sono corsa verso la scala, mi sono girata, ho visto tutte le fiamme che stavano arrivando. In pochi secondi ce l’avevo già sopra la testa, sopra la schiena. La scala era piena di gente, pienissima. Ho avuto la fortuna di essere piccolina, sono alta 1.60. Mi sono accovacciata e ho iniziato a fare la scala a quattro zampe. Ma poi c’era talmente tanto fumo che sono svenuta».
Si risveglia poco dopo «sulle ginocchia di una turista e poi mi hanno raggiunto la mamma, papà e mia sorella. E poi ho un po’ degli spezzettoni». Ora Sofia è concentrata sul suo futuro: «Preferisco pensare ad altro, a come andare avanti». Ha archiviato l’anno scolastico con una promozione («la scuola è stata un po’ come una rinascita, sono riuscita ad andare l’ultimo giorno, sono riuscita a festeggiare»). E ha in tasca una ricetta preziosa: «Quando sono uscita dal coma sono riuscita ad andare avanti grazie al mio sorriso. Ho ricominciato a sorridere quando sono uscita dal coma. La prima cosa che mi hanno detto i medici è stata che avrei dovuto ricominciare a sorridere, che non avrei potuto deprimermi».
«Ho deciso di incontrare i giornalisti perché le persone devono sapere quanto stiamo lottando tutti quanti noi». Oltre alla mamma e al papà, che le siedono accanto il suo pensiero è alla sorella e al fratello. «Mi dà conforto cercare di dare forza a loro, sono sempre stata una persona a cui piace aiutare gli altri, anche quando non me lo chiedono. Ho sempre avuto le idee chiare sul mio percorso di studi: giurisprudenza o medicina. Adesso, quello che è successo mi ha rafforzato ancora di più su questa strada».
Sofia non nasconde le difficoltà del rientro a casa. «Mi sono sentita sollevata perché avrei potuto dormire nel mio letto e rivedere i miei amici ma è stato difficile. Mi sono ricostruita piano piano la mia vita. All’inizio mi svegliavo e passavo dal divano al letto. Sentivo che avevo bisogno di muovermi. I professori e i compagni mi sono sempre rimasti accanto, una mia compagna, in particolare, veniva sempre a casa mia coi libri per studiare assieme e il preside e il vice mi sono venuti a trovare chiedendomi che orale avrei preferito fare. Gli studenti svizzeri bocciati? Mi chiedo come si possa averli bocciati con un trauma così forte...».
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25 giugno 2026 ( modifica il 25 giugno 2026 | 20:02)
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