di
Luca Angelini
La discussione «condizionatori sì, condizionatori no» sta dividendo la Francia. Intanto, la Società italiana di medicina ambientale (Sima) ha appena lanciato un allarme sui rischi di peggioramento dell’aria negli ambienti domestici con aria condizionata
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Premessa necessaria: sul caldo torrido di questi giorni in Europa, non si scherza, visto che si stanno già contando i morti. E anche il dibattito «condizionatori sì, condizionatori no» che sta dividendo la Francia – come ci ha segnalato, da Lione, la nostra affezionata lettrice Giovanna – non è accademico, ma tragicamente pragmatico. Che si fa nell’immediato per salvare vite? E le misure nel breve periodo rischiano di essere controproducenti nel lungo?
Altra premessa: la Francia è, per tradizione, piuttosto «fredda» sull’utilizzo dei condizionatori (anche se, secondo i calcoli dell’Economist di cui abbiamo parlato nella Rassegna di lunedì, l’utilizzo del nucleare le consente di avere emissioni di CO2 per kilowattora più basse che altrove). Lo ha ricordato anche Hugh Schofield, corrispondente da Parigi della Bbc: «Attualmente nel Paese il tasso di adozione è basso, con solo il 25% delle famiglie dotate di un condizionatore d’aria. In Spagna e in Italia la percentuale è del 50% (secondo altre stime, il 60%, ndr), mentre negli Stati Uniti e in Giappone raggiunge il 90%. Anche gli ospedali e le scuole francesi sono raramente attrezzati. Migliaia di scuole hanno dovuto chiudere questa settimana e il personale medico e infermieristico lamenta che le condizioni stanno diventando rapidamente intollerabili».
Però, con il moltiplicarsi delle ondate di canicule, non più fastidio ma falcidia (quella di martedì è stata la giornata più calda mai registrata in Francia), le remore hanno lasciato il posto alla corsa ai ripari. E ai condizionatori. In particolare quelli portatili, che possono essere installati subito, ma sono meno efficienti dal punto di vista energetico.
La politica, come dettaglia Daïc Audouit di FranceInfo, non è rimasta alla finestra. L’Unione delle destre per la Repubblica (Udr), il partito del neo sindaco di Nizza Éric Ciotti, ha presentato un progetto di legge per rendere obbligatori i condizionatori nelle scuole e nelle strutture per gli anziani (Ehpad). Marine Le Pen non è stata da meno: «Se sarò eletta presidente, attuerò un massiccio piano di climatizzazione», ha promesso la settimana scorsa, durante una visita alla fiera VivaTech di Parigi. Aggiungendo di voler dare priorità agli «spazi in cui si trovano le persone più vulnerabili: ospedali, case di riposo e scuole. È una questione di salute pubblica».
Il che ha fatto dire, a un esponente dei Républicains, che le Presidenziali del 2027, che pur si terranno nella tarda primavera, non in estate, avremo «la Francia dei ventilatori contro la Francia dei condizionatori». Può sembrare soltanto una battuta, ma in verità il dibattito sul caldo coinvolge anche quello sulla lotta ai cambiamenti climatici che, come notato da molti osservatori, è ormai da anni uno degli spartiacque fra destra e sinistra (lo si può vedere anche dalle alterne fortune del Green Deal europeo tra primo e secondo mandato di Ursula von der Leyen).
Non è un caso che, proprio da FranceInfo, Laurent Jacobelli, deputato e portavoce del lepeniano Rassemblement National (RN), abbia lanciato una provocazione a verdi e sinistra: «So benissimo che questo non piace agli ambientalisti, che preferiscono installare pale eoliche e turbine nei campi. Ma se siamo logici, affidiamoci alla nostra energia nucleare a basso costo, che alimenterà i nostri condizionatori».
Audouit fa notare che «quest’ondata di calore ha anche il duplice vantaggio di permettere al partito di Jordan Bardella di attaccare il governo per la sua impreparazione, presentandosi al contempo come sensibile al tema del riscaldamento globale». Ma sull’altro versante politico sono pronti a smascherare il «giochino». «Il Rassemblement National (RN) sta cercando di far dimenticare alla gente il negazionismo climatico in cui si crogiola da anni – attacca Agnès Pannier-Runacher, deputata del macroniano Ensemble pour la République ed ex ministra per la Transizione Ecologica -. E ora che la temperatura ha superato i 30°C, Marine Le Pen lancia l’allarme con una misura artificiosa la cui attuazione farebbe schizzare alle stelle le bollette energetiche dei più poveri». Finendo per far pagare i costi del boom di condizionatori anche a chi non se li può permettere (o non li può installare causa regole urbanistiche, come la nostra lettrice lionese).
Sono punti, peraltro, ribaditi anche da Sylvie Goulard, autrice del libro Il costo del cinismo. Non esiste prosperità senza rispetto per la natura, nell’intervista con Stefano Montefiori pubblicata oggi dal Corriere: «Più che ingenuità, c’è cinismo ovunque, anche in Europa: i cambiamenti sono assolutamente necessari secondo la scienza, e ne vediamo già, in questi giorni, la dimostrazione con i 40 gradi sotto la Tour Eiffel. Ma troppi centri di potere fanno resistenza: governi, Commissione, manager. Senza denunciare gli accordi di Parigi come ha fatto Donald Trump, vogliono comunque smantellarne gli strumenti: il Green Deal europeo, il mercato ETS (lo scambio di quote di emissione, avversato anche dal governo Meloni e dalla Confindustria, ndr), le regole sui pesticidi. Ogni categoria ignora l’interesse generale». Il risultato finale è che «i primi a soffrire sono i meno abbienti, quelli che a Parigi abitano in pochi metri quadrati nei sottotetti caldissimi, non certo le élite».
Non per niente, Jean-Luc Mélenchon, leader della France Insoumise (e anche lui candidato alle Presidenziali), che per le élite nutre una (corrisposta) antipatia, è in prima fila contro i condizionatori. «L’aria condizionata ovunque significa aumentare i danni. Procedete pure con l’installazione di condizionatori ovunque e vedrete il risultato. Non manderei mai mia figlia, mia nipote o la mia pronipote in un posto dove l’aria condizionata è accesa a tutto volume dalla mattina alla sera», ha continuato, invitando a concentrarsi piuttosto sul miglioramento dell’isolamento degli edifici. Può suonare come luddismo anti tecnologico ma, in verità, qualche pezza giustificativa scientifica ce l’ha.
Intanto, anche la Società italiana di medicina ambientale (Sima) ha appena lanciato un allarme sui rischi di peggioramento dell’aria negli ambienti domestici con aria condizionata, in caso di non corretta aerazione dei locali. Senza ventilazione, nell’aria rischiano di ristagnare per ore i composti organici volatili (Voc), associati a diversi effetti sulla salute, tra cui irritazioni delle vie respiratorie, cefalea, affaticamento e, in caso di esposizione prolungata, rischi più rilevanti per l’apparato respiratorio e cardiovascolare.
Più in generale, però, il tema è quello degli impatti ambientali. Ossia: l’aria condizionata rischia di alleviare il problema nell’immediato ma di aggravarlo a medio e lungo termine? Secondo l’Agence de l’environnement et de la maîtrise de l’énergie (Ademe), il raffreddamento degli interni tramite sistemi di condizionamento ha un impatto ambientale «significativo». L’aria condizionata per il comfort genera attualmente quasi il 5% delle emissioni di CO2 degli edifici, il quarto settore con le maggiori emissioni nel Paese. Ademe ritiene che sia
«l’equivalente di 4,4 milioni di tonnellate di CO2». C’è poi il rischio, in caso di impianti vecchi o male installati, che i fluidi refrigeranti, con un effetto serra molto superiore a quello della CO2, possano disperdersi nell’ambiente.
C’è poi un altro problema posto dagli impianti di condizionamento, soprattutto nelle città (sul quale ci ha meritoriamente sollecitato un altro lettore, Stefano): il calore generato all’esterno da tali impianti contribuisce al riscaldamento delle aree urbane densamente popolate, già colpite dall’effetto isola di calore urbana. Météo-France e il CNRS hanno effettuato delle simulazioni. Lo studio dimostra che, in caso di ondata di calore equivalente a quella che colpì Parigi nel 2003, se si utilizzasse ampiamente l’aria condizionata in tutti gli edifici per mantenere una temperatura interna di 23°C, l’impatto sulla temperatura esterna potrebbe raggiungere i +2,4°C durante la notte. In caso di un’ondata di calore ancora più estrema, questo aumento di temperatura potrebbe arrivare a un picco di +3,6°C. «Una soluzione per limitare il peggioramento dell’effetto isola di calore potrebbe essere l’installazione di condizionatori d’aria sui tetti. Ciò eviterebbe la dispersione diretta del calore in strada», spiega Clément Gaillard, dottore di ricerca in pianificazione urbana e specialista in adattamento ai cambiamenti climatici. Uno studio pubblicato nel settembre 2025 sulla rivista Science mostra che il calore disperso dal tetto aumenta la temperatura dell’aria ai piani più elevati. Quest’aria calda viene «”trasportata più rapidamente dal vento e riscalda solo una piccola parte dell’edificio», si legge nel documento. Questo tipo di sistema attenuerebbe quindi alcuni degli effetti negativi dei singoli condizionatori installati sulla facciata.
Gaillard, peraltro, non vede tutto questo entusiasmo, in Francia, per i ventilatori, che lui invece (perdonateci il verbo) caldeggia: «Il problema dell’adattamento al caldo può essere risolto con altri dispositivi (eventualmente in combinazione con l’aria condizionata) come ventilatori a soffitto e circolatori d’aria, che consumano pochissima energia». E hanno l’ulteriore vantaggio di raffreddare il corpo favorendo l’evaporazione del sudore, come riporta The Conversation. Tuttavia, i dati del 2026 mostrano che, in Francia, «l’uso dei ventilatori è più di quattro volte meno frequente, in condizioni simili sia all’interno che all’esterno» rispetto ad altri Paesi.
Va detto che i verdi francesi non sembrano considerare l’aria condizionata il male assoluto. La loro leader, Marine Tondelier, denuncia sì «decenni di inazione, negazionismo climatico e creazione di dubbi» e avanza la proposta di istituire un congedo climatico di cinque giorni all’anno. Ma ha anche dichiarato che «l’aria condizionata non è né un tabù né la soluzione a tutti i problemi» e non è contraria a dotare ospedali e scuole di impianti di climatizzazione. «Non siamo mai stati contrari all’aria condizionata per principio. Dipende dalla situazione», aggiunge Léa Balage El Mariky, parlamentare dei Verdi di Parigi. Anche se, a suo avviso, le promesse sull’aria condizionata, dettate da «una visione a breve termine», oscurano le questioni essenziali: «Capisco che sia allettante, visto che tutti sognano di avere un po’ di frescura sul viso, ma oscura tutti i dibattiti sull’inverdimento, la rimozione dell’asfalto e altri investimenti a lungo termine».
Resta il fatto, conclude l’esperta di comunicazione Ariane Ahmadi, che «è difficile negare l’aria condizionata a chi vive in case inefficienti dal punto di vista energetico» e sottolinea quanto la questione sia diventata “molto politica” e di stile di consumo: «È come prendere o non prendere l’aereo, usare la macchina o la bicicletta, vestirsi con la moda usa e getta o no… Dimmi cosa compri e ti dirò che tipo di cittadino sei».
Sul punto, la newsletter Appunti di Stefano Feltri ospita il j’accuse della «milanese di Parigi» Gloria Origgi: «Il caldo atroce di questi giorni sembra la metafora di un Paese in fiamme in tutti i sensi: politicamente, economicamente e culturalmente. Un Paese che si riconosce solo in un’immagine antica, fatta di villaggi, di baguette e di buone maniere, che, per il “decoro” estetico delle facciate delle case ha imposto agli abitanti di Bordeaux di togliere le persiane dalle finestre, senza pensare che a 45 gradi anche una persiana può fare la differenza tra la vita e la morte, in cui i Comuni spendono di più per le decorazioni natalizie che per creare spazi d’ombra. Un Paese che rifiuta per ragioni ecologiche l’aria condizionata negli edifici pubblici rendendo impossibile lavorare alla maggior parte di noi (il mio ufficio, situato in una delle più prestigiose università parigine, l’Ecole Normale Supérieure, non ha l’aria condizionata e oggi registra una temperatura superiore ai 48 gradi), come se nel resto del mondo ci fosse un’altra soluzione per lavorare nella calura: come se capitali come New York, Dubai o Hanoi potessero sopravvivere con gli uffici bollenti».
Il guaio, a suo avviso, è proprio il fatto che in Francia (ma anche altrove), il clima è diventato una questione politica, o meglio partitica, «un altro ingrediente del marketing dei partiti climatoscettici o climatoapocalittici, una serie di annunci ideologici che non sono stati capaci di creare dinamiche a lungo termine che per loro natura devono essere extra-politiche: se andiamo arrosto tutti quanti, non è importante chi è di sinistra o chi è di destra perché qualsiasi investimento per salvarci va ben al di là del tempo di una legislatura. (…) Servono soluzioni a lunghissimo termine (piani energetici, ri-orientamenti industriali, sviluppo tecnologico) e soluzioni immediate (piani urbani, accesso a luoghi freschi per tutti, protezione degli anziani e dei più fragili). Entrambe le soluzioni richiedono strategie e ragionamenti ben al di là delle logiche elettorali e di partito».
Non è propriamente l’aria che tira in Europa, come denuncia Zia Weise su Politico Europe: «Sebbene i piani dell’Unione Europea per la riduzione delle emissioni siano tra i più ambiziosi al mondo, negli ultimi anni i governi hanno dato maggiore importanza alla ripresa industriale e ridimensionato le politiche climatiche ritenute dannose per le ambizioni economiche dell’Unione. Le emissioni dell’Ue lo scorso anno sono addirittura aumentate leggermente, il che indica una stagnazione nella riduzione dell’inquinamento. Il consenso bipartisan del Regno Unito sulla lotta al cambiamento climatico si è anch’esso sgretolato, sebbene il governo laburista abbia resistito alle crescenti pressioni per incrementare le trivellazioni di combustibili fossili nel Mare del Nord».
Se l’aver trascurato misure contro gli effetti immediati delle ondate di calore è un guaio, cedere su quelle a lungo termine contro i cambiamenti climatici, in un’area come l’Europa che si sta riscaldando più velocemente di altre, lo è altrettanto. Anche perché, avverte un’analisi del centro studi Bruegel, gli strumenti attuali dell’Unione europea «sono in grado di coprire solo una frazione dei danni causati da eventi climatici sempre più frequenti e gravi». Un esempio concreto lo fa Olivier Grimm nella newsletter Mattinale europeo: «Ieri la Commissione europea ha erogato 846 milioni di euro del Fondo di solidarietà dell’Ue (FSUE) alla Spagna per sostenere la ricostruzione dopo la catastrofe alluvionale nella regione di Valencia dell’ottobre 2024. All’epoca morirono 231 persone e i danni fisici totali ammontano a una cifra compresa tra i 12 e i 18 miliardi di euro. “I finanziamenti che abbiamo appena approvato contribuiranno a ricostruire ciò che il disastro ha distrutto”, ha dichiarato la presidente Ursula von der Leyen in un comunicato stampa. Ma come mostrano questi numeri, 846 milioni di euro rappresentano al tempo stesso solo una goccia nel mare. Dalla sua istituzione nel 2002, il Fondo di solidarietà dell’Ue ha erogato circa 11 miliardi di euro per 148 catastrofi negli Stati membri dell’Ue e nei paesi candidati, ricorda la Commissione. Il che significa che nel quarto di secolo della sua esistenza, questo fondo dell’Ue non è riuscito nemmeno a coprire i costi di una sola alluvione».
«Se nulla cambia, lo Stato assumerà costi crescenti nel ruolo di assicuratore di ultima istanza, dedicando una quota sempre maggiore delle finanze pubbliche agli interventi post-disastro anziché agli investimenti produttivi», si legge nel rapporto. Che lancia l’allarme sulla crescente probabilità di un «circolo vizioso climatico sovrano»: «Le perdite da catastrofi porterebbero a una crescita economica più bassa e a minori entrate fiscali, aumentando a loro volta i costi di rifinanziamento del debito».
26 giugno 2026 ( modifica il 26 giugno 2026 | 17:32)
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