di
Nicolò Franceschin
Ascolta musica rock e cita i leader storici della liberazione dell’America Latina: la storia dell’allenatore che ha scritto la storia della Tri
Sebastián Beccacece non ti lascia indifferente. Per estetica, con i suoi lunghi capelli biondi. Per carisma, con la sua forza comunicativa. Per le sue peculiarità, con la musica rock e le citazioni storiche. E perché no, per le sue esultanze, come quella durante la partita contro la Germania.
Ed è forse giusto partire da questa, iniziare dalla fine. Dal 77′ della sfida contro i tedeschi, per la precisione. Neur esce indeciso, Gonzalo Plata ne approfitta e segna il vantaggio dei sudamericani. Un gol che varrà la qualificazione. Mentre il numero 19 è sommerso dai compagni, il c.t. corre verso la tribuna, scavalca le transenne e festeggia con la famiglia: «Molti mi hanno visto correre tra le tribune e baciare una donna. Quella donna è mia moglie. È stata al mio fianco in ogni momento della mia carriera, nei giorni belli e in quelli più difficili. Ha sacrificato tantissimo per me e per la nostra famiglia. Ho voluto renderle omaggio davanti al mondo intero». Un bacio liberatorio che si candida a diventare una delle immagini più significative di questo Mondiale. A fine partita i due protagonisti, Plata e Beccacece, sorridono insieme. L’attaccante indica il suo allenatore. Era stato lui a risollevarlo (fisicamente e mentalmente) dopo le lacrime versate per il pareggio contro Curacao che sembrava aver condannato la Tri all’eliminazione. Qualche giorno il destino è stato capovolto. Grazie al suo gol e grazie a quell’uomo dai lunghi capelli biondi che ha creduto in lui.
Già, i capelli. Lunghi e biondi come quelli delle rockstar argentine che ama ascoltare. Lo ha fatto anche in queste settimane: «La verità è che il rock argentino mi ha aiutato molto in questo periodo, perché ogni artista ha testi molto potenti. E in “‘El Ángel de la Soledad” si dice che «L’Angelo della solitudine non ascolta quello che sente. Va avanti. Si infiamma e ci prova», citando il grande successo di Patricio Rey y sus Redonditos de Ricota. Argentina, come le sue origini. Nasce a Rosario, come Messi (ricordatevi questo dettaglio). Voleva fare il calciatore, ma capisce presto che non sarebbe stata la sua strada. Si sposta qualche metro più in là, passando alla panchina. Inizia a 23 anni. Nei primi tempi per mantenersi vende anche prodotti di pulizia insieme al padre. La carriera piano piano prende forma, lo porta anche in Nazionale, come secondo di Sampaoli. Non un’avventura fortunata. Difficile lo possa essere quando hai problemi con la stella della squadra: Leo Messi. Fatale una correzione tattica fatta al 10: «Leo, così no. Dovresti farti vedere sull’altro lato”. Rapporto rovinato.
Nel 2024 arriva sulla panchina dell’Ecuador. Conquista la qualificazione al Mondiale. Una Coppa del Mondo con diverse criticità. Prima le voci su un suo presunto accordo per la panchina del Cile, a competizione conclusa. Poi i risultati nelle prime due partite: sconfitta con la Costa d’Avorio e, soprattutto, pareggio con la favola Curacao. La sua posizione è a rischio, l’eliminazione della Nazionale sembra già sicura. Per tutti, tranne lui. «Invito tutto l’Ecuador a unirsi, come sognava Bolívar quando incontrò San Martín». E aveva ragione. Con la Germania arriva una rimonta che vale la storia. L’Ecuador vince e si qualifica tra le migliori terze, tornando a essere presente dopo vent’anni nella fase a eliminazione diretta.
E dopo le critiche e i dubbi, restano “solo” le immagini e le emozioni. «È questo il senso della vita, no? Abbiamo realizzato un sogno, l’impossibile. Non abbiamo mai smesso di crederci. È la vittoria più grande dell’Ecuador in un Mondiale. Celebrate tutti con una birra e con le vostre famiglie: mi immagino 19 milioni di ecuadoriani che si abbracciano e gioiscono. Questa squadra ha scritto la storia». Sì, è questo il senso della vita.
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26 giugno 2026 ( modifica il 26 giugno 2026 | 21:57)
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