di
Andrea Pasqualetto

L’ipotesi: violata l’ordinanza della Regione che dispone il divieto di lavorare nelle ore più calde. La moglie: «Ci metteva sempre tanto impegno». Il sindacato: «I datori di lavoro siano più responsabili»

Un paese del profondo Veneto, San Martino di Lupari, un cantiere per lavori fognari, una giornata rovente. L’operaio Stefano Tonin, 57 anni, è alla guida di un piccolo escavatore per sistemare dei tubi. Finisce il turno alle 12.45, il sole è a picco e la temperatura supera i 30 gradi, peggiorati da una forte umidità. Tonin va a cambiarsi con due colleghi e mentre si toglie la tuta da lavoro stramazza a terra. Intervengono i colleghi, arrivano i sanitari, lo portano al vicino ospedale di Cittadella. Sono momenti concitati, i medici tetano di rianimarlo ma lui non ce la fa. Arresto cardiocircolatorio. È morto così, in un caldissimo pomeriggio di giugno, questo operaio di Castelminio di Resana che lavorava per un’impresa di costruzioni dell’area.

L’indagine

Una tragedia sulla quale hanno subito voluto vederci chiaro gli ispettori dello Spisal, il servizio pubblico che si occupa di sicurezza nei luoghi di lavoro, che hanno ritenuto di segnalare la vicenda alla procura di Padova. Il motivo? C’è il sospetto che sia stato violata l’ordinanza della Regione del Veneto entrata in vigore il 17 giugno (fino al 31 agosto) che dispone il divieto di svolgere attività lavorative all’aperto dalle 12.30 alle 16 per i dipendenti dei settori più a rischio, fra cui quello edile. «Nelle giornate e nelle aree del territorio regionale in cui il sistema di previsione Worklimate segnali un livello di rischio alto per i lavoratori esposti al sole e impegnati in attività fisica intensa», precisa l’ordinanza. Sulla base della segnalazione dello Spisal la procura di Padova ha aperto un fascicolo: omicidio colposo per violazione delle norme sulla sicurezza lavoro, al momento contro ignoti. Un reato che viene punito con una pena che va dai due ai sette anni. 



















































I testimoni

Il pm Marco Brusegan ha già sentito i due colleghi che sono intervenuti in soccorso di Tonin, atri li sentirà nei prossimi giorni. Infine toccherà al titolare dell’impresa edile. Deve capire se aveva predisposto ogni misura per ottemperare all’ordinanza regionale o se la tragedia è da imputare ad altre cause. Nei prossimi giorni disporrà anche l’esame autoptico volto a chiarire le cause della morte.

Il sistema Workilmate

Il caso ha acceso il dibattito sui rischi del lavoro legati al caldo, rispetto ai quali quasi tutte le Regioni italiane si sono dotate di un’ordinanza che impedisce il lavoro nelle ore centrali. Tutte utilizzano lo stesso sistema di previsione che in sostanza allerta il territorio con tre giorni di anticipo. Quando l’allerta è rossa le imprese dell’area dei quattro settori interessati (cantieri edili, agricolo, florovivaistico, cave) devono consentire ai loro dipendenti di astenersi dal lavoro nella fascia oraria prevista dall’ordinanza. La prima Regione a partire è stata il Lazio (22 maggio) l’ultima, al momento, le Marche (24 giugno). In mezzo si sono attivate Toscana, Liguria, Piemonte, Puglia, Emilia-Romagna, Abruzzo, Lombardia, Umbria, Basilicata, Sicilia, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Sardegna e Campania.

Il sindacato

«Bisogna garantire il pieno rispetto dell’ordinanza regionale sul caldo, rafforzare i controlli e richiamare le responsabilità dei datori di lavoro. Non possono dire gli ho dato l’acqua, il cappellino, ho messo la tettoia – insorge Silvana Fanelli, delegata alla salute e alla sicurezza della Cgil Veneto – No, se c’è l’allarme rosso si smette di lavorare».

La madre e la figlia

L’operaio Tonin non ce l’ha fatta. Dicono che da qualche giorno non si sentisse bene. «Ma mio papà diceva sempre “dai che femo”, andare avanti sempre», dice la figlia Monica con gli occhi lucidi Accanto c’è sua madre, Claudia : «Stefano ci metteva tanto impegno in tutto, anche quando organizzava la festa dei trattori. Forse era troppo buono per questo mondo».

27 giugno 2026