di
Massimiliano Jattoni Dall’Asén
Nessuna ondata di licenziamenti, ma un lento riequilibrio tra professioni. La rivoluzione dell’intelligenza artificiale sembra procedere più gradualmente del previsto
Prima dovevano essere i grafici e i creativi. Poi gli analisti, gli impiegati amministrativi, i professionisti che lavorano ogni giorno con dati, testi e informazioni. Da quando ChatGpt e gli altri sistemi di intelligenza artificiale generativa sono entrati nelle aziende, le previsioni sui posti di lavoro a rischio si sono moltiplicate, alimentando il timore che una parte crescente delle attività umane possa essere affidata agli algoritmi. Eppure, almeno finora, nel Paese che più di ogni altro ha investito in queste tecnologie – gli Stati Uniti – lo scenario temuto non si è materializzato.
Secondo uno studio della Banca centrale europea, che ha analizzato il mercato del lavoro statunitense come banco di prova dell’adozione dell’IA, l’effetto complessivo su occupazione e salari resta per ora limitato. Un risultato che non significa che la trasformazione non sia in corso, ma suggerisce che il mercato del lavoro si stia adattando più rapidamente di quanto molti avessero previsto.
Le differenze emergono tra le professioni
L’assenza di effetti rilevanti sul mercato del lavoro nel suo complesso non significa che tutti i settori si stiano muovendo allo stesso modo. Lo studio della Bce evidenzia infatti differenze sempre più marcate tra le professioni maggiormente esposte all’intelligenza artificiale e quelle che, almeno per ora, sembrano più protette.
Prendendo in esame il periodo compreso tra il 2019 e il 2025, i ricercatori hanno rilevato che i lavori considerati ad alto rischio di sostituzione hanno registrato una crescita occupazionale inferiore di circa 15 punti percentuali rispetto alle professioni meno esposte.
In alcuni casi si è osservata una vera e propria contrazione. Secondo la ricerca, l’occupazione nelle professioni ad alto rischio di sostituzione — tra cui vengono citati, a titolo di esempio, economisti e graphic designer — è diminuita mediamente di oltre il 4% tra il 2019 e il 2025.
Si tratta soprattutto di attività caratterizzate da compiti cognitivi ripetitivi, elaborazione di informazioni e produzione di contenuti, ambiti nei quali gli strumenti di intelligenza artificiale stanno mostrando le maggiori capacità di supporto o automazione.
Crescono i lavori meno automatizzabili
L’andamento è opposto per le professioni considerate meno vulnerabili all’automazione. La ricerca cita tra gli esempi elettricisti e insegnanti delle scuole superiori, figure nelle quali la presenza fisica, le competenze tecniche specialistiche o la componente relazionale restano centrali. In queste professioni l’occupazione è aumentata del 13% nello stesso periodo.
I dati suggeriscono che una parte dell’occupazione si sia progressivamente spostata dai comparti più esposti ad altri settori dell’economia, contribuendo a modificare gradualmente la composizione del mercato del lavoro.
La quota dei lavori considerati a basso rischio di sostituzione è così salita dal 23% al 25% dell’occupazione totale statunitense tra il 2019 e il 2025. Nello stesso arco temporale, la quota delle professioni ad alto rischio è invece scesa dal 35% al 33%.
I salari continuano a reggere
Un altro elemento rilevante riguarda le retribuzioni. Uno dei timori più diffusi era che la diffusione dell’intelligenza artificiale potesse esercitare una pressione al ribasso sui salari dei lavoratori maggiormente esposti alla concorrenza degli algoritmi.
Secondo la Bce, tuttavia, dal 2019 il rischio di sostituzione legato all’IA «non ha avuto un impatto significativo sulla crescita salariale». In altre parole, i dati disponibili non mostrano effetti rilevanti delle nuove tecnologie sull’andamento delle retribuzioni.
La partita è ancora aperta
Gli stessi autori dello studio invitano però alla cautela. L’adozione dell’intelligenza artificiale generativa è ancora in una fase relativamente iniziale e molte imprese stanno sperimentando questi strumenti senza averne ancora integrato pienamente le potenzialità nei processi produttivi.
Per questo la Bce ritiene possibile che gli effetti possano diventare più evidenti nel tempo, soprattutto man mano che gli strumenti di IA diventeranno più sofisticati e diffusi.
Lo studio non conclude quindi che l’intelligenza artificiale non avrà conseguenze sul lavoro. Conclude piuttosto che, almeno finora, gli effetti aggregati su occupazione e salari negli Stati Uniti sono rimasti contenuti.
Una conclusione che non chiude il dibattito, ma offre una prima indicazione empirica su un fenomeno che continua a dividere economisti, imprese e lavoratori. Nel Paese che più di altri ha investito nell’intelligenza artificiale, la rivoluzione è iniziata, ma non si è ancora tradotta in una cancellazione di massa dei posti di lavoro.
28 giugno 2026 ( modifica il 28 giugno 2026 | 07:42)
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