di
Felice Cavallaro

Miriam La Spada: «Mi sento miracolata, penso sempre a chi aveva il mio cuore. Le ferite pulsano ancora, non smetto di ringraziare mio marito,i nonni e i tanti medici»

Messina — Uscita da un tunnel nero di due mesi, mamma Miriam, con un cuore nuovo, abbraccia il suo piccolo partorito il 16 aprile a Messina, tre settimane prima di un trapianto «miracoloso» all’Ismett di Palermo: «Avevo lasciato Giorgio come una briciola di 12 giorni e lo ritrovo già grande».

È la storia a lieto di fine di una mamma che ha rischiato di non vedere più nemmeno l’altro suo pargolo di quattro anni, Giulio, che adesso la abbraccia forte perché sono passati «la bua e il mal di pancia». Così gli avevano raccontato il papà, famoso fotografo di Messina, Antonio Fenga, i nonni, le amiche di famiglia, cioè tutta l’équipe familiare mobilitata per due mesi nella casa senza Miriam.



















































Ma va ricostruita la storia di questo calvario che alterna pagine di malasanità e incompetenza a grandi professionalità. Come le sintetizza lei, Miriam La Spada, 37 anni, grafica nello studio del marito, specializzati in reportage per matrimoni.

Cominciamo dall’inizio.

«Fino all’ottavo mese tutto bene. Un cesareo senza problemi. Ma pochi giorni dopo capisco di stare male. La pressione balza a 185, la minima a 110. La diagnosi sbagliata non mi convince: effetti post cesareo. Mi dicono, prima, che la causa è l’ansia. Poi, che devo ancora smaltire l’anestesia dell’intervento. Ma io ho le gambe gonfie. Appunto, i liquidi da eliminare…».

Che cosa non la convinceva?

«Conosco me stessa. Ero al secondo figlio. Sapevo che poteva esserci altro. E a un tratto ecco arrivare un dolore fortissimo. Alle spalle. Mio marito chiama l’ambulanza. Mille domande. Non volevano venire. “Saranno dolori muscolari”. Riproviamo la seconda volta. E poi la terza. “Io vomito”. Arriva il mezzo e mi portano via, seduta. Finalmente al Policlinico, al pronto soccorso dove avverto un nostro carissimo amico, un anestesista, Roberto Iannì».

«Capisce che non c’è un minuto da perdere e ci aiuta ad arrivare davanti ai cardiologi interventisti coordinati dal professore Antonio Micari. Capiscono che il cuore sta degenerando e mi sedano. In coma per 18 ore. Frattanto provano a inserire quattro stent. Poi, al Papardo, alla rianimazione del professore Alberto Noto, come saprò da mio marito al quale dicono che è necessario sottopormi al sistema Ecmo, la circolazione extracorporea. E subentra la squadra del professore Francesco Patanè. Frattanto, io sono altrove… Forse nelle mani di Santa Rita che ho pregato prima della sedazione pensando ai miei bimbi».

Cosa dicono a suo marito?

«Che è un caso disperato. Che bisogna spaccare lo sterno e inserire cannule e libello femorale. Ma non basta. Bisogna provare con il trapianto. A Palermo».

All’Ismett, l’Istituto mediterraneo dei trapianti.

«Dove arrivo in elicottero. Sempre sedata. Ignorando che bisogna attendere un cuore nuovo».

«Il 4 maggio. Da una città del Nord Italia. Come saprò dopo, si tratta di un cuore giovane. Forse estratto dopo un incidente stradale. Non sappiamo ancora da chi donato. So che la compatibilità è stata perfetta».

Che cosa le hanno raccontato?

«Che anche all’Ismett hanno pensato a un miracolo. Dicono che per fare ripartire il cuore nuovo occorra una puntura per sollecitare la frequenza. Ma questo mio-nostro cuore è ripartito da solo. E penso sempre a chi lo aveva».

Vorrà conoscere i parenti?

«Un giorno certamente. Comincerò scrivendo una lettera di ringraziamento. Ma non subito».

«Forti. Le ferite pulsano. Ho anche subito una tracheotomia. Ma non c’è più il buco all’altezza della trachea. E dal 17 giugno sono a casa, coccolata da quella équipe familiare che ha pensato per due mesi ai miei bimbi, a cominciare dai nonni, Pippo e Giuseppina. Indispensabili come mio marito con il quale spero di tornare presto a lavorare. Passando però prima dalle parrocchie dove hanno organizzato tante veglie… Perché la causa di tutto è stata una gestosi post parto non compresa. Fra le più rare e pericolose. Poteva colpire anche il cervello, mi dicono. Appunto, miracolata. Quante persone devo ringraziare. Anche la direttrice del Policlinico Elvira Amata e tanti altri. Ma adesso il piccolo piange e il biberon è sotto il letto. Antonio, lo prendi tu?».

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28 giugno 2026