di
Barbara Visentin

La cantante ha inaugurato sabato al Porto Antico di Genova, con replica stasera, la tournée «Fiorella canta Fabrizio e Ivano: Anime salve» che la vedrà impegnata in estate e poi nei teatri

DALLA NOSTRA INVIATA
GENOVA — Per Fiorella Mannoia è «un atto politico». Riproporre «Anime salve» a 30 anni dalla sua uscita significa portare sul palco un concept di temi sociali: «Transessuali, rom, guerra, migranti, umanità criticata e ai margini, più politico di così… — fa notare —. Ed è doveroso ricordare questo album, soprattutto oggi che questi testi sembrano più attuali di quando sono stati scritti». Con l’avanti e indietro delle grandi navi quasi a sfiorare il palco, visibilmente emozionata nel debuttare proprio nella città di De André e Fossati, Mannoia ha inaugurato sabato al Porto Antico di Genova, la tournée che la vedrà impegnata per l’estate e poi, in autunno, nei teatri. Si intitola «Fiorella canta Fabrizio e Ivano» ed è imperniata sull’ultimo disco di De André, realizzato insieme a Fossati, con qualche excursus anche ad altri brani dell’uno e dell’altro cantautore e ad alcuni dei suoi.

Un progetto che ha avuto subito l’imprimatur di Dori Ghezzi, vedova di Faber, sabato sera seduta in prima fila accanto a Mercedes Martini, moglie di Fossati: «Solo tu potevi farlo», ha detto Ghezzi a Mannoia dietro le quinte. Mannoia racconta di averle chiesto, invano, di salire sul palco per cantare la sua parte di «Khorakhané»: «Mi ha detto che non ha la voce allenata. Però non ha escluso di fare qualcosa insieme, un giorno, se ci venisse una bella idea». 



















































C’erano, inoltre, la vedova di Gino Paoli Paola Penzo e, con Ghezzi, anche la violinista di Bob Dylan Scarlet Rivera. Secondo la sindaca di Genova Silvia Salis, il concerto rappresenta «un’unione di eccellenze» e celebra cantautori amati sia da lei («vengo da una famiglia molto di sinistra, li sentivamo nelle cassettine») sia dai giovani genovesi: «I ragazzi li ascoltano, questa è una città molto identitaria che ha mantenuto la tradizione», sottolinea.

Canzoni come quelle di Faber e di Fossati, però, sostiene Mannoia, oggi non se ne scrivono più: «Le cerco e non le trovo, penso ai giovani e in effetti a volte mi viene da chiedere, il mondo in cui state vivendo vi piace? Se non vi piace è il momento di dirlo nelle canzoni. Ma oggi quella canzone d’autore lì, che a me cambiava la vita, è morta. Forse la responsabilità è anche nostra, forse andrebbe fatto un lavoro sociale e di conoscenza con i ragazzi».
Un concerto come il suo, in effetti, lo fa (e c’è già l’idea di riprenderlo): sul palco, scalza in tuta brillantinata nera, attorniata da una band di 15 elementi, Mannoia «prende per mano l’ascoltatore» e offre chiavi di lettura sui brani, riarrangiati dal marito Carlo Di Francesco (alle percussioni) «senza snaturarli, facendoci guidare dal testo».

Per Fiorella, che dice di essere nata due volte, «la prima nel mio anno di nascita è la seconda a 14 anni quando ho scoperto Fabrizio», la visione politica e sociale è naturale: «Per me l’arte ha senso solo se non è accondiscendente, gli artisti devono stimolare un pensiero critico e io sono sempre stata attenta alla realtà che mi circonda. È la mia attitudine, non è una scelta», dice definendosi «fieramente disobbediente» rispetto a un mondo che «si sta tragicamente spostando in una direzione che non condivido». Su De Gregori, che si è detto imbarazzato da chi fa proclami dal palco, ha però parole concilianti: «Uno deve fare quel che sente, non bisogna essere obbligati a esporsi altrimenti non si è sinceri. Francesco dal palco non ha mai espresso le sue perplessità, quel che aveva da dire l’ha espresso nelle sue canzoni, dove è stato fra i più politici. Che poi dica che si senta in imbarazzo, so che è un bastian contrario quando vuoi fargli dire quel che tu vuoi, non l’ho presa come un insulto né mi sono sentita offesa. L’unica cosa che mi ha stupito è che non sappia prendere posizione su Israele e Palestina, visto che c’è un genocidio in mondovisione. Ma per lui ho talmente tanto rispetto e tanto lo amo che mi prostro».

Sul finale, quando il pubblico è ormai in piedi sotto il palco, arriva «Quello che le donne non dicono», con un «ti diremo ancora un altro forse» e l’invito ai padri a insegnare il consenso ai figli maschi. «Sono molto legata a questa canzone anche se ogni artista ha un rapporto di odio e amore con i propri brani più famosi perché li canti da 40 anni e a volte ne faresti a meno — confessa —. Ma ogni volta vedo un tale entusiasmo che penso sarebbe una cattiveria non farla. E poi la prendo a pretesto per ribadire quel che diciamo ogni giorno con la fondazione Una Nessuna Centomila, quando una donna dice no, è no».

28 giugno 2026 ( modifica il 28 giugno 2026 | 18:22)