di
Aldo Grasso

Il ritratto di un artista che non ha semplicemente rappresentato il proprio tempo, ma ha anticipato il nostro: un mondo immerso in un flusso continuo di immagini, dove il confine tra realtà e schermo è diventato sempre più sottile

Consiglio di guardare su Rai Play la puntata di Blob dedicata a Mario Schifano, firmata da Paolo Luciani. È un’operazione tutt’altro che semplice: raccontare un artista ormai consegnato alla storia senza trasformarlo in un monumento. Attraverso materiali d’archivio, frammenti televisivi e gli interventi di Furio Colombo, Maurizio Calvesi e Achille Bonito Oliva, il programma costruisce il ritratto di un autore che ha saputo leggere il proprio tempo con una lucidità quasi profetica. Il merito principale della trasmissione è quello di mettere al centro il rapporto di Schifano con la tv, non come semplice soggetto iconografico ma come vero e proprio ambiente esistenziale. Nella sua «casa psichica», popolata da decine di apparecchi sempre accesi, l’artista osservava il flusso incessante delle immagini trasformandolo in materia pittorica. I celebri «Paesaggi TV» degli anni Settanta nascono proprio da questa intuizione: il nuovo paesaggio non è più quello naturale, ma quello trasmesso dallo schermo.

Orologi, città, telegiornali, pubblicità e immagini della storia dell’arte diventano frammenti di una realtà ormai mediata dalla tv. Prima dell’avvento di Internet, l’artista aveva intuito che la nostra esperienza del mondo sarebbe stata sempre più filtrata da immagini prodotte e diffuse dai media. La tv, per lui, non era soltanto uno strumento di comunicazione: era una nuova forma di percezione, una sorgente inesauribile di segni, colori e informazioni. Le testimonianze di Calvesi e Bonito Oliva restituiscono inoltre la complessità di un protagonista della Pop Art italiana spesso ridotto al ruolo di «Warhol italiano». Schifano condivide con la Pop Art americana l’attenzione per i consumi, la pubblicità e la cultura di massa, ma conserva una dimensione pittorica autonoma e personale. Come ricorda Calvesi, non rinuncia mai alla pittura: la rinnova dall’interno, contaminandola con fotografia, cinema, televisione e nuove tecnologie. Ne emerge il ritratto di un artista che non ha semplicemente rappresentato il proprio tempo, ma ha anticipato il nostro: un mondo immerso in un flusso continuo di immagini, dove il confine tra realtà e schermo è diventato sempre più sottile, inesistente.



















































28 giugno 2026