di
Elisabetta Cantone

L’attore, romano di adozione, è nato a Bergamo sotto il segno dei pesci, famiglia borghese, è sposato con l’attrice Simonetta Stolter da cui ha avuto due figli: Giacomo e Pietro Leone (19 e 13 anni)

Arriva all’appuntamento in bici: bermuda e maglietta verde fango con sopra un K-way azzurro. Anche così, Giorgio Marchesi, non passa inosservato. È reduce dal successo della miniserie Buonvino – Misteri a Villa Borghese, ispirata ai romanzi di Walter Veltroni, e in tanti l’hanno ribattezzato Commissario ad honorem: «Ormai mi sto buonvinizzando, nel senso che non so chi dei due abbia lavorato di più sull’altro».
Si racconta senza compiacimento, senza pose e con una precisione quieta, che lascia spazio alla verità. Il lavoro come «disciplina»; la famiglia «un equilibrio costruito nel tempo»; i figli cresciuti «tra ritmi irregolari»; la necessità «di trovare un centro»; il successo vissuto con discrezione «non amo stare al centro dell’attenzione. Lo so, per un attore è strano ma a volte vorrei scomparire…».

Nato a Bergamo, 53 anni fa, sotto il segno dei pesci, famiglia borghese, sposato con l’attrice Simonetta Solder da cui ha avuto due figli: Giacomo e Pietro Leone (19 e 13 anni). Da ragazzo ha fatto di tutto: operaio nei cantieri, commesso, pony express e mai avrebbe pensato di calcare le scene: «Diciamo che in questo mestiere ci sono praticamente cascato dentro». Il teatro scoperto per caso; i primi provini e i primi ingaggi:Ritorno a Rivombrosa; Studio Battaglia; I Medici. E poi il cinema: Magnifica presenza e Mine Vaganti di Ozpetek; ACAB -All Cops Are Bastards di Sollima; Un bacio di Cotroneo; Romanzo di una strage di Marco Giordana.
Da Franco Freda al commissario Buonvino: lei si definisce un buono o un duro?
«Direi di pasta buona. Certo, ho tanti difetti. Come tutti. Ma non credo di avere cattiveria verso gli altri. Questo no. Nel lavoro, però, so essere anche brusco se serve: quando vedo che si perde tempo o che le cose non funzionano divento piuttosto tranchant. Naturalmente dopo aver detto la mia mi rimetto alle decisioni del regista. Nella vita privata, invece, gli scontri più forti capitano quasi sempre con le persone cui voglio più bene. Forse perché so che con loro posso permettermi di essere meno diplomatico».



















































Con sua moglie state insieme da 22 anni, vi capita spesso di litigare?
«Beh abbastanza e in maniera intensa ma quasi sempre su cose legate alla quotidianità…».

Per esempio?
«Siamo entrambi disordinati. Io ho l’abitudine di svuotare le tasche e mettere tutto su un tavolo, chiavi, portafogli ecc…e spesso non trovo più le cose perché magari lei ci ha messo sopra un libro e io vado ai matti. A volte ho persino pensato che lo facesse di proposito. Io sono un ritardatario cronico, Simo è sempre in anticipo: quando dobbiamo partire si avvia in aeroporto con i ragazzi (ha contagiato pure loro), io arrivo per conto mio. Ammetto che lei è più elastica di me, io so essere un vero rompiscatole!».

Avete lavorato spesso insieme, mai scontrati? Nessuna competizione?
«Tutt’altro: condividere la scena con Simonetta è qualcosa di naturale e prezioso, ha una forte capacità di ascolto, ti aiuta a stare dentro la scena e quando reciti con una persona così tutto diventa più facile. E’ come giocare a tennis: se uno dei due alza la palla l’altro ne beneficia».

Come avete gestito due figli facendo entrambi un mestiere che vi porta spesso lontano da casa?
«Quando è nato Giacomo è stata dura: a Roma non avevamo una rete familiare vicina e neppure tanti soldi. Ci hanno aiutato i nostri amici e vicini. I ragazzi sono diventati indipendenti molto presto: hanno capito che il nostro lavoro comporta assenze, spostamenti, ritmi irregolari. Oggi cerchiamo di recuperare tempo vero per stare insieme: un film, una mostra, una passeggiata».

È a Roma per poco più di 24 ore poi dovrà tornare a Città della Pieve dove sta girando con Gabriella Peisson «Mamma non Mamma» di Giulio Manfredonia. Che programmi avete?
«Andiamo a pranzo e dopo a Palazzo Bonaparte per la mostra di Hokusai. La settimana scorsa abbiamo visto quella di Schifano. La ricchezza adesso è poter condividere i momenti in modo pieno. Quest’estate andremo tutti e quattro in Giappone».

Che cosa spera per i suoi figli?
«Che trovino una passione. La passione è la forza che ti mette in moto, ti fa attraversare indenne la fatica, ti accende per davvero. Quello che mi preoccupa di più per i giovani è l’apatia, il rischio di vivere tutto attraverso uno schermo, di guardare la vita invece di viverla».

Quando è arrivato a Roma pensava di starci al massimo 6 mesi, sono trascorsi 23 anni…
«Questa città mi è entrata dentro: è qui che ho costruito la mia vita. Ho abitato in molti quartieri perché mi appoggiavo, di volta in volta, a casa dei colleghi che erano in trasferta: da via Rattazzi a viale Eritrea; da Monteverde a Batteria Nomentana; da Trastevere a via di Monserrato eppoi all’Esquilino dove abitiamo tuttora».

Il suo posto del cuore?
«I parchi e certi angoli che per me sono memoria pura come piazza Farnese, un luogo senza tempo, dove sono concentrati i ricordi più belli: le passeggiate con Simonetta, il fatto di avere tutto a portata di mano; il quartiere che fa rete, con il mercato dove all’epoca Bruno arrivava con la sua apetta e ci portava i meloni appena raccolti (mai mangiati di così buoni!); le serate passate a tirare tardi con gli amici da Camponeschi…».

Cosa le piace dei romani e che cosa no?
«Il calore, il senso di accoglienza, di comunità che ti fa sentire a casa e che in alcuni luoghi resiste ancora. Allo stesso tempo ne soffro il pressapochismo, la tendenza a lasciare andare le cose, a non prendersi cura del bene comune: Roma è di una bellezza smisurata e merita di più».

Che cosa ha fatto con i primi soldi guadagnati? 
«Abbiano comprato una casa a Berlino, dove la sorella di Simonetta ha una galleria d’arte e una a Roma, quella dove viviamo».

Tra teatro, cinema e televisione che cosa preferisce?
«Dipende dai momenti, dai progetti. Il teatro mi dà una gioia piena: l’incontro con il pubblico che è un viaggio umano oltre che professionale. Il cinema ha una potenza diversa, soprattutto quando lavori con registi che hanno uno sguardo forte, un’idea precisa del film e ti accompagnano davvero. La televisione, invece, ha ritmi più serrati e questo cambia tutto».

Nel 2005 ha fatto un piccolo cameo in Mission Impossible III, com’è stato lavorare con una produzione internazionale e una star del calibro di Tom Cruise?
«Sembrava di essere al luna park! Era tutto talmente over the top: catering megagalattico; piazza Venezia occupata da camper e da uno spiegamento di forze esagerato; il numero impressionante di comparse; la Lamborghini arancione che poi hanno fatto esplodere…. .Mai visto Tom Cruise: sul set, per tenere lontano i fans, spesso c’era il suo sosia. In compenso ho conosciuto Philip Seymour Hoffman: attore magnifico e persona straordinaria».

Un sogno nel cassetto?
«Avere più tempo per vivere meglio, fare meno cose ma con più senso. Stare con la mia famiglia, per respirare, vivere senza corsa addosso. A volte passo mesi interi senza mai fermarmi: mi piacerebbe ritrovare uno spazio più pieno, consapevole, più mio».


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29 giugno 2026 ( modifica il 29 giugno 2026 | 17:53)