di
Alessandra Muglia
L’attivista per i diritti umani, vincitore del Premio Václav Havel 2025, di ritorno dal vertice di Danzica indica la via per la ricostruzione dell’Ucraina
«Per vincere questa guerra non basta potenziare gli arsenali, dobbiamo iniziare ora a ricostruire l’Ucraina» va ripetendo Maksym Butkevych, attivista per i diritti umani, vincitore del Premio Václav Havel 2025, e veterano. Di ritorno dalla Conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina di Danzica, insiste su un punto: la ricostruzione deve mettere al centro le persone, non solo infrastrutture e arsenali. «La guerra continua e non sappiamo quando finirà. Per questo la ripresa non può essere rinviata: dobbiamo ricostruire ora il nostro capitale umano, aiutare gli sfollati, i veterani e chi è stato profondamente segnato dal conflitto, in modo che possano contribuire alla ricostruzione».
Lei è tra i primi firmatari del «Messaggio di Danzica», l’appello per una «ricostruzione centrata sulle persone» lanciata dalle organizzazioni della società civile provenienti da Ucraina, Polonia, da tutta Europa. Che significa in concreto?
«L’Ucraina sta vivendo una trasformazione profonda. Abbiamo bisogno di riforme che mettano al centro la dignità umana. Siamo inevitabilmente una società militarizzata, ma non possiamo adottare una logica in cui lo Stato vale più delle persone. È questa la differenza fondamentale rispetto alla Russia. Dobbiamo trovare un equilibrio tra la capacità di difenderci e il mantenimento di una società democratica. La sfida non è solo la quantità di aiuti ma come questo denaro verrà utilizzato. Chi stabilisce le priorità. E se le persone a cui è destinata la ricostruzione avranno effettivamente voce in capitolo nel processo decisionale».
Quale è il rischio se si investe soltanto in edifici, infrastrutture e difesa?
«Che perderemo. La nostra forza sono le persone. Abbiamo perso milioni di cittadini, tra vittime e rifugiati. Se non recuperiamo e valorizziamo chi è rimasto, permettendo a ciascuno di contribuire alla rinascita del Paese, nessuna ricostruzione materiale sarà sufficiente».
Lei stesso è un veterano ed è stato prigioniero dei russi.
«Sono stato recluso per due anni e quattro mesi in una colonia penale nella regione occupata di Luhansk. Ho subito violenze fisiche e psicologiche, come tutti i prigionieri di guerra ucraini. Ma sono stato più fortunato di molti altri. Oggi oltre 7.000 ucraini sono ancora in prigionia e avranno bisogno di percorsi di riabilitazione e reinserimento».
Quali sono le priorità sociali?
«Servono programmi per i veterani, che ormai sono centinaia di migliaia, e per gli sfollati interni, più di sei milioni. C’è anche una grande trasformazione nel ruolo delle donne, sempre più protagoniste della vita pubblica. Tutti questi cambiamenti devono essere accompagnati da politiche adeguate».
Che ruolo hanno le organizzazioni della società civile?
«Sono il motore del cambiamento. Sostengono l’esercito, assistono le persone più vulnerabili e promuovono lo sviluppo delle comunità. Ma le risorse sono insufficienti: i bisogni sono enormemente superiori ai finanziamenti disponibili. I danni di guerra sono pari a quasi 600 miliardi di euro, secondo la Banca Mondiale. Eppure, nel corso delle nostre consultazioni, una cosa è emersa con chiarezza: la sfida non è solo la quantità di denaro disponibile ma come verrà utilizzato».
Perché l’ingresso nell’Unione europea è così importante per Kiev?
«Non soltanto per i fondi. Per noi significa istituzioni solide, stato di diritto, riforme e valori comuni. È questo l’aspetto più importante dell’integrazione europea per gran parte degli ucraini».
L’Ucraina riuscirà a evitare che la ricostruzione alimenti la corruzione?
«La lotta alla corruzione è una delle priorità del Paese e parte integrante del percorso europeo. È essenziale per garantire che gli aiuti internazionali siano utilizzati correttamente».
Che cosa si aspetta ora?
«Prima di tutto che l’Ucraina possa continuare a difendersi. Senza sicurezza non ci saranno né riforme né ricostruzione. Ma spero anche che si comprenda sempre di più che l’Ucraina non combatte soltanto per se stessa: difende anche i valori democratici europei. Per questo la collaborazione con l’Unione europea deve restare forte e costante».
29 giugno 2026
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