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Sette mesi dopo la finale di X Factor, eroCaddeo è nel punto più delicato: capire come restare. Il cantautore sardo, ventisette anni, trapiantato a Torino, sta vivendo la sua prima estate dopo il talent con il tour “lontano da casa”, mentre scrive nuova musica e prova a dare forma alla fase successiva.


APPROFONDIMENTI

Alla tappa di Perugia per L’Umbria che Spacca, tra talk e live alla Galleria Nazionale dell’Umbria, arriva con riccioli, sorriso facile e passo tranquillo. Il contesto riporta anche a un pezzo del suo passato: ha frequentato il liceo artistico. «Però ero scarso a disegnare, facevo grafica», mette subito le mani avanti. «Una professoressa, però, mi ha trasmesso la passione per la storia dell’arte. Mi piace molto l’Art Nouveau». Quando gli proponiamo l’idea che la sua musica possa stare dentro una sorta di “impressionismo emotivo”, fatto di immagini quotidiane accavallate per raccontare ciò che si muove dentro, sorride e si riconosce nella definizione.

Sono passati sette mesi dalla finale di X Factor. Chi è oggi Damiano, ancora prima di eroCaddeo?

«Lo stesso di prima, ma con qualche consapevolezza in più. Per ora, e spero per sempre, la musica è diventata il mio lavoro. Dipende anche da come mi comporterò. In televisione porti una parte di te, ma chiaramente non è tutto. Prima di X Factor avevo già fatto tanta gavetta, ma avevo fatto un solo concerto da un’oretta. Lo gestivo in modo simile a come organizzo i live adesso, solo che oggi guardo anche alla scenografia e cerco di costruire delle montagne russe emotive. Le mie sono quasi tutte ballad: devi evitare che la gente se ne vada o che stia troppo male».

Ti pesa già l’etichetta di essere “quello di X Factor”?

«Per ora è naturale che ci sia, ma bisogna lavorare per andare avanti. Se lo fai bene, non resti solo quello. Se tra due anni la situazione sarà ancora la stessa, allora potrei preoccuparmi».

Uscire da un talent significa avere molta visibilità, ma anche rischiare di finire nel dimenticatoio. Come si resiste con lucidità a questa paura?

«Dipende dal tuo percorso e dalla tua identità artistica. Il rischio di essere ricordato solo per X Factor c’è sempre, soprattutto se non hai chiaro quello che vuoi fare. Noi siamo arrivati abbastanza settati: abbiamo portato sul palco quello che siamo tutti i giorni, senza inventarci qualcosa di diverso. Forse è anche una questione caratteriale. Io sono testardo su alcune cose. Se ho un’idea e sento che funziona, in qualche modo qualcosa mi torna. Se invece mi viene proposta una cosa molto lontana da me, riesco a essere lucido nel valutare i compromessi.

Se arrivi in tv ma non sei centrato, è più facile che tu finisca a fare qualcosa lontano da te. La tv può dare tanto, ma se ti fai ingolosire dall’avere tutto subito, finisce che ti perdi».

Lasci intendere di volerti prendere il tuo tempo, ma sei entrato in un’industria discografica che spesso accelera i giovani. Come si tengono insieme le due cose?

«Molti ragazzi entrano nell’industria a vent’anni, o anche a diciotto o diciannove. Io ci sono entrato a 27 e quest’anno ne compio 28. Non puoi più avere quella fretta: ti fa fare errori. Io l’ho avuta quando ero più piccolo, fino ai 22 o 23 anni, poi ho capito che non mi serviva a niente. A volte ti porta anche a non fare scelte, perché annebbia i pensieri. E nella scrittura è una follia. Bisogna trovare qualche compromesso, ma senza snaturare il proprio approccio alla musica».

Abbiamo visto stream, concerti sold out, un pubblico che canta le tue canzoni. Cosa non sappiamo di questo periodo?

«Ho trovato più tempo per dedicarmi alla musica, ed è quello che volevo fare da tanto. Ci sono stato dietro per anni e, da quando ho raggiunto questo obiettivo, sono più sereno. Poi, quando realizzi che X Factor è finito da sette mesi, capisci anche che devi lavorare tanto».

I provini, invece, erano un anno fa. Qual è la prima immagine che ti viene in mente se pensi a quel periodo?

«La stanchezza. Lavoravo ancora come commesso e avevo dovuto chiedere dei giorni liberi per andare. Dovevo prendere un taxi per arrivare alla stazione di Torino, da cui partiva il treno, ma ero uscito in ritardo da casa. Con il mio amico Michele, che mi aveva accompagnato, abbiamo preso un monopattino alle sei di mattina. Era scarico e ci ha lasciati a metà strada, quindi abbiamo dovuto fare un pezzo a piedi».

Il giorno dopo la finale avevi detto che avresti voluto scrivere altre “Punto”. Come va con le nuove canzoni?

«Molto bene. Di “Punto” ne ho tante. Mi diverte molto la ricerca melodica. Nella scrittura parlo di cose molto personali, quindi devi essere nelle condizioni giuste se vuoi scavarti dentro. Mi capita di scrivere qualcosa e poi di scoprire, attraverso la musica, che avevo qualcosa da dire alla mia psicologa. Recentemente mi sono accorto di avere dei dubbi nel momento in cui ho scritto una strofa. Dopo due giorni ho capito che mi aveva aperto una porticina: stavo bussando lì e dovevo mettere a posto un po’ di cose. Siamo sempre a livello di ballad. Anche quello che sto sperimentando, magari più mid-up, resta malinconico. Se improvvisamente dovessi fare una hit estiva, per essere nel mio mondo dovrebbe comunque esserci un po’ di malinconia».

In “luglio” canti: “Farei per te la fila a un concerto”. Chi è che oggi la fa per te? Che pubblico hai scoperto di avere?

«Arrivando dalla tv, il pubblico è molto variegato per età. Ho notato che i genitori non accompagnano semplicemente i figli, ma conoscono anche le canzoni. Con alcuni ho parlato e mi hanno detto che apprezzano i testi. Per me è molto importante che arrivino anche agli adulti. Per quanto riguarda il genere, su Instagram il 75% dei follower sono donne, ma nei live la distinzione è meno netta».

Tra i tanti compromessi che dovrai accettare, c’è una parte di te precedente a X Factor che non vuoi perdere?

«Sono molto selettivo con le persone, e questo mi porta a essere poco lungimirante, quindi forse poco furbo. Sto vivendo un momento in cui mi sono cambiate tantissime cose e penso di dovermi mettere in dubbio, tenendo però la mia parte caratteriale. Voglio rimanere come sono, ma migliorando alcuni aspetti. Non cambierò mai la gestione delle mie amicizie strette e la differenza di spazio tra i conoscenti e i rapporti più importanti. Il mio gruppo di sempre avrà sempre uno spazio nella mia vita».

Sei stato l’ultimo finalista di Achille Lauro a X Factor. Ti aspettavi che potesse lasciare il programma?

«Abbiamo chiuso un bel cerchio. Mi sembra che sia andata molto bene. Ho condiviso un’esperienza totalizzante con un artista che stimo e, per la mia parte selettiva, questo è fondamentale: non sono bravo a mascherarlo. Per quello che faccio io, è stato sicuramente il miglior giudice che potessi avere. Ci siamo risentiti da poco. Dovevamo vederci a Milano, ma era impegnato. Mi ha detto di scrivergli quando volevo».

Hai lasciato la Sardegna per provare a costruire la tua carriera musicale. Che significato ha tornare lì con diverse date del tour?

«Sono le persone che mi hanno supportato in questo percorso, ancora prima di X Factor, quando iniziava a succedere qualcosa con la mia musica. Noi sardi, appena qualcuno di noi fa qualcosa a livello nazionale, siamo pronti ad accoglierlo».

Hai ancora l’età per Sanremo Giovani e poi c’è il palco grande del Festival. Ci pensi?

«Ho dei brani e ne scriverò altri. Sanremo al momento è il palco più importante, può darti tantissimo. Non si esclude niente, ma per me l’importante è fare un percorso artistico sensato. Voglio arrivare come sono arrivato a X Factor: con un’identità che funziona e una carriera in divenire, in cui si capisce dove andrà a parare».

L’album si chiama “scrivimi quando arrivi (punto)”. Dove vuoi arrivare oggi?

«Voglio vivere di musica serenamente, senza farmi prendere dalla fretta di cui parlavamo. Voglio poter mangiare e pagarmi un affitto con la mia musica. Se lavori dieci anni, cambi città e non hai mai soldi, a un certo punto ti serve una base per stare tranquillo. L’obiettivo è fare altri tour, scrivere altre canzoni e costruire un pubblico che ti riconosca. Mi interessa più avere un pubblico che i numeri. A volte ci sono artisti che hanno numeri enormi, ma non riempiono i concerti. Io preferisco il contrario».


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