di Alessandra Dal Monte

Sposati dal 2006, oggi lavorano insieme nella tenuta di Avio: «Crediamo nell’accoglienza, nel 2027 in cantina si mangeranno i piatti di casa». Tante le prove: dalla malattia della figlia a un mezzo esaurimento. «Le nostre famiglie ci sono sempre state vicine»

Anselmo Guerrieri Gonzaga e Ilaria Tronchetti Provera, coppia nella vita e ora anche nel vino: lavorate insieme a San Leonardo, cantina di Avio con oltre 300 anni di storia.
A.G.G: «Sì, Ilaria è entrata ufficialmente in azienda con Arte a San Leonardo, progetto partito nel 2023 che ogni anno invita un artista a raccontare la tenuta con un’opera e un’etichetta. Ma in realtà discutiamo insieme strategie, numeri e comunicazione, è come se lavorasse con me da sempre: mi confronto molto con lei, è una saggia consigliera».
I.T.P.: «All’inizio ho ascoltato e osservato le dinamiche di una realtà complessa e affascinante, nella quale lavorano persone di grande competenza. La prima cosa che ho capito arrivando a San Leonardo è quanto questa terra sia amata. È stato naturale, nel rapporto con Anselmo, avere uno scambio continuo su qualcosa che è parte integrante della sua vita».

Che sguardo ha portato in azienda?
I.T.P: «Vengo da esperienze fatte in altri contesti, prima come avvocato penalista e poi in Fondazione Pirelli HangarBicocca, dove produciamo grandi mostre di arte contemporanea e lavoriamo sul rapporto con il pubblico e il territorio attraverso talk, concerti, laboratori per bambini e scuole. Pirelli HangarBicocca e San Leonardo hanno in comune l’attenzione alla qualità, alle persone e alla costruzione di progetti pensati per durare nel tempo».



















































Su che iniziative avete lavorato insieme?
I.T.P: «Ci siamo concentrati molto sulla comunicazione. Anselmo è un narratore meraviglioso e durante il Covid abbiamo iniziato a realizzare una serie di video in cui raccontava la vita in vigna e in cantina: oggi sono ancora uno strumento importante per condividere i valori dell’azienda».

Qual è la strategia a lungo termine?
I.T.P: «Custodire il carattere artigianale e l’identità, senza inseguire la crescita a tutti i costi, ma investendo sull’autenticità e su relazioni durature».

Un po’ come la vostra: siete sposati dal 2006.
I.T.P.: «Dirò una banalità, ma noi ci vogliamo proprio bene, siamo prima di tutto amici: per quanto diversi, siamo uniti. E poi trovo che mio marito sia sempre un uomo affascinante (ride)».
A.G.G: «Condividiamo i valori. E ci divertiamo: lavorare insieme era un desiderio profondo che avevamo. Volevamo creare qualcosa e vederlo crescere».

Litigherete, qualche volta…

A.G.G: «Sì, sui modi più che sulle questioni di fondo. Ilaria sa essere molto secca (ride)».
I.T.P.: «E Anselmo molto fumantino!».

Dove e come vi siete conosciuti?

I.T.P.: «A Milano, nel 2003: avevamo lo stesso gruppo di amici. La scintilla non è scoccata subito. Poi siamo andati in vacanza in barca in Grecia…».
A.G.G: «E per conquistarla ho vinto una regata».

Ha funzionato?
I.T.P.: «Non tanto la regata, ma il suo calore umano e la sua gentilezza».

Nel 2009 è arrivata vostra figlia.
A.G.G: «Giulia, che oggi è un’adolescente entusiasta e in gamba. Purtroppo è nata con una complessa condizione di salute, per un mese è rimasta in terapia intensiva neonatale a Bergamo, poi ci sono voluti anni di attenzioni. Ilaria si è concentrata su di lei, mentre io viaggiavo per vendere il vino. Momenti concitati: a me è venuto un mezzo esaurimento».
I.T.P.: «Un periodo complesso: le nostre famiglie ci sono state molto vicine. Ho lasciato il lavoro da avvocato penalista ma, per quanto amassi il diritto, non ho nessun rimpianto. Anzi, averlo potuto fare è stato un privilegio».

Avete entrambi un cognome importante. Lo definireste anche ingombrante?
I.T.P.: «A volte ha attirato antipatie, altre simpatie. Sono cresciuta sapendo di trovarmi in una situazione fortunata: mi è stato insegnato ad avere rispetto e un senso di responsabilità verso gli altri».
A.G.G: «Il tema per me è stato il rapporto con mio papà Carlo, che oggi ha 88 anni: ci vogliamo un bene infinito, ma il confronto non è stato facile».

Che cosa intende?
A.G.G: «Come tutti i visionari del vino della sua generazione ha avuto una presenza molto forte. Oggi lo ringrazio perché, oltre ad essere un maestro, mi ha spinto a tirare fuori il carattere per prendere il suo testimone. Ilaria mi ha aiutato molto in questo».

A proposito, Ilaria: suo padre Marco Tronchetti Provera dopo il divorzio da sua madre è stato sotto i riflettori per la sua vita sentimentale. Lei come ha vissuto questa esposizione?
I.T.P.: «Noi fratelli siamo cresciuti con il pudore e la discrezione come valori assoluti. A un certo punto la vita ha fatto sì che questa discrezione diventasse utopica. Ma poi ti accorgi che cambia veramente poco… e che non si possono fare delle scelte solo per non finire sotto un riflettore».

Che rapporto ha con i suoi genitori?
I.T.P.: «Mio padre è un uomo estremamente presente: per quanto impegnato, non ricordo una volta in cui abbia mancato una telefonata. Sapere che, ovunque fosse, mi avrebbe risposto è stata una grande sicurezza. Abbiamo un rapporto di dialogo e confronto naturale. Anche mia madre (Cecilia Pirelli, ndr) è sempre stata una presenza fondamentale, soprattutto nei momenti più complessi. È la donna per cui nutro il più profondo rispetto».

Torniamo a San Leonardo. Un po’ di storia?
A.G.G: «La mia famiglia possiede la tenuta di Avio dal 1724. Mio padre Carlo ha inventato il nostro vino di punta: un assemblaggio di Cabernet Sauvignon, Carmenère — questo lo scoprì nel 1989, prima pensava fosse Franc — e Merlot. L’idea nacque dopo l’esperienza in Toscana da Mario Incisa della Rocchetta, ideatore del Sassicaia. Fu lui ad accogliere papà quando il nonno assunse un altro enologo al posto suo. Prima annata di San Leonardo: 1982».

Lei che carriera aveva immaginato per sé?
A.G.G: «Mi è sempre piaciuta la terra, se tornassi indietro studierei Agraria. Ma da ragazzo non avevo le idee chiare: al classico ero una capra, perciò a 15 anni papà mi spedì in collegio in Svizzera. Poi mi sono laureato in business alla John Cabot di Roma».

È entrato in azienda nel 2001.
A.G.G: «Sì. Dopo l’università avrei voluto vivere di avventure, per esempio fare il groucho in Argentina. Papà non gradì e mi mandò in una cantina in Sudafrica. Lì iniziai a costruire pollai per un ranger del parco Kruger in cambio della possibilità di lavorare con i leoni. Quando portavo i turisti a vederli mi ripeteva: “Cento metri in tre secondi, è la velocità a cui attaccano”. Andò sempre tutto bene, così chiamarono un esemplare Anselmo in mio onore».

Poi che cosa successe?
A.G.G: «Papà si ammalò e mi chiese di rientrare».

Che situazione trovò?
A.G.G: «Scricchiolante, perché improvvisamente il mercato chiedeva vini rossi potenti, concentrati. Il nostro è sempre stato fine ed elegante, in quel momento non lo voleva nessuno. Poi andavano di moda i vitigni autoctoni: io, allora, proposi di aggiungere all’assemblaggio il Teroldego, varietà trentina. Mio padre mi disse: “Cretino, vai in ufficio”. Aveva ragione: mai tradire la propria identità».

Di cosa è soddisfatto dei suoi 25 anni in tenuta?
A.G.G: «Nel 2007 ebbi l’idea di produrre un Carmenère in purezza. Ne parlai con Luigino Tinelli, l’allora direttore della cantina, che mi disse: “ok, ma te lo nascondo”. Facemmo 1724 magnum. Ne portai una a papà fingendo fosse di Bordeaux, lui capì subito che era il nostro Carmenère: gli piacque. Nacque così una bottiglia molto rappresentativa. Sono anche contento di aver raccontato il lavoro che papà ha fatto con questo vitigno: dall’annata 2010 di San Leonardo il Carmenère compare in etichetta».

Un errore che invece non rifarebbe?
A.G.G: «Lasciare che un direttore commerciale avviasse un programma di San Leonardo al calice: gli agenti lo intesero come una promozione e il vino fu svenduto. Ci misi anni a riprendere i clienti persi e mi indebitai per ricomprare le bottiglie».

Oggi come sta l’azienda?
A.G.G: «Bene: produciamo 50-65mila bottiglie di San Leonardo, poi oltre al Villa Gresti, che faceva già papà e che io ho un po’ cambiato, oggi abbiamo sei referenze, tra cui i bianchi e le bollicine Trentodoc, per le quali abbiamo creato una nuova società. Il fatturato è cresciuto di 5-6 volte. A settembre usciamo con un Cabernet Franc 100% in 1.300 bottiglie».

Altre novità per il 2027?
A.G.G e I.T.P.: «Crediamo molto nell’accoglienza: un vino si comprende davvero conoscendo il territorio in cui nasce. Per questo a febbraio inaugureremo una nuova area con enoteca e ristorante, accessibili a chi farà la visita, in cui degustare, oltre ai vini, i piatti di casa Guerrieri Gonzaga: sarà un’esperienza completa e autentica». 

30 giugno 2026 ( modifica il 30 giugno 2026 | 11:13)