di
Francesco Verderami

Le Politiche come banco di prova per puntare a un presidente «non di sinistra»

È come se Giorgia Meloni avesse aperto le quinte teatrali prima dell’inizio dello spettacolo, mostrando anzitempo i protagonisti intenti a ripassare il copione. Così ha reso noto il silenzioso tramestio dei candidati al Colle e dei loro supporter, che si preparano alla Grande corsa già da quattro anni. Perché tutti sanno che la sfida è iniziata subito dopo la rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale, come tradizione vuole. E la premier ha detto in pubblico ciò che alleati e avversari sussurrano in privato: cioè che il vero obiettivo delle prossime elezioni non sarà la guida del governo ma la presidenza della Repubblica.

Se Meloni ha politicizzato il tema è perché lo ritiene la «questione dirimente» che sta influenzando ogni mossa della legislatura, comprese le alleanze. E alla sfida per il Colle ha legato anche la sua volontà di modificare il sistema di voto: potrà vincere o perdere, ma non intende consegnare la scelta del prossimo capo dello Stato ai pareggisti. Che a suo giudizio sono gli interpreti in Parlamento di quell’«establishment» citato l’altro ieri in tv e usato giorni fa anche da Elly Schlein. Non è casuale il comune riferimento a quei pezzi di potere che siedono nei gangli vitali delle istituzioni. Così com’è chiaro l’interesse reciproco a cambiare il Rosatellum, al di là delle apparenze. L’ex ministro Cesare Salvi ne ha avuto la prova, parlandone con un compagno del Pd: «Mi ha detto che la linea dell’opposizione sulla legge elettorale è il “chiagni e fotti”».



















































Insomma, la premier e la segretaria dem vogliono ballare da sole, e Meloni confida di vedere al Colle un rappresentante «non di centrosinistra». Non lei. Almeno così ha risposto quando in un colloquio riservato si è sentita chiedere se mirasse alla presidenza della Repubblica: «A cinquant’anni mi volete imbalsamare?». Se fosse sincera o stesse celando i suoi desideri, si vedrà. Di certo conosce le asperità: non è mai successo che un presidente del Consiglio sia diventato capo dello Stato. Ma non c’è dubbio che la leader di FdI si voglia intestare un (altro) obiettivo storico: dall’avvento del bipolarismo, infatti, il centrosinistra ha detenuto il monopolio del Quirinale.
Questo dato non è figlio della casualità. Lo sanno tutti nel Palazzo. 

Nel 2001 l’allora premier Giuliano Amato arrivò a scegliere la data delle urne facendo in modo che la corsa al Colle non avvenisse durante la legislatura che sarebbe stata guidata di lì a poco da Silvio Berlusconi. L’ex leader dello Sdi Enrico Boselli ricorda che Amato «se ne compiacque con Carlo Azeglio Ciampi, che allora sedeva al Quirinale». Per questo non regge l’accusa che una parte delle opposizioni rivolge al centrodestra di voler «occupare le istituzioni». Così come cade l’accusa sollevata da Massimo D’Alema un mese fa durante un convegno: «Meloni vuole i pieni poteri». Frase che ha fatto ricordare ad alcuni vecchi riformisti del Pd il suo tentativo di salire al Colle nel 2006: «Pur di riuscirci costrinse addirittura Piero Fassino, che era segretario dei Ds, a scrivere una lettera al Foglio con la quale anticipava quale sarebbe stato il programma presidenziale di D’Alema, se fosse stato eletto». Fatto senza precedenti.

Come senza precedenti è la mossa della premier. Che alzando il sipario sul Quirinale punta a polarizzare il voto in vista del 2027. L’operazione ha inevitabilmente acceso i riflettori mediatici sui «quirinabili». Nel centrodestra è già partito il casting, e mentre si sono aperte le scommesse su «Meloni si candida» e «Meloni non si candida», sono apparsi sui quotidiani i primi nomi: dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, al ministro degli Esteri Antonio Tajani, fino al titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Nel centrosinistra c’è una lista lunga così tra quanti sono potenziali candidati e quanti si sentono candidati in pectore: è un elenco di nomi e di ambizioni che va dalla A alla W.

Tra post missini, post comunisti, post democristiani, post laici, sarà una lotteria. Tutto è ovviamente prematuro. E non solo perché bisognerà vedere come andranno le elezioni nel 2027. Ma soprattutto perché nessuno può calcolare oggi la «variabile Mattarella», cioè quando il presidente della Repubblica deciderà di terminare il suo mandato.


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1 luglio 2026