L’addio all’Olimpia: “Con la scomparsa del patron ho cominciato ad avvertire a livello personale che il mio compito si era esaurito. E gli eventi dei mesi successivi hanno confermato la convinzione…”
Giornalista
1 luglio – 07:25 – MILANO
Sensibile come nelle migliori tradizioni al tabù del settimo anno, il legame tra l’allenatore italiano più vincente, Ettore Messina, e la società italiana più vincente, l’Olimpia Milano, si è chiuso ieri, alla scadenza del contratto anche per la parte da presidente delle Basketball Operations. Un settennato, col culmine nella fase centrale, che resta negli annali, a fronte di un importante apporto di risorse, con dieci trofei: otto con Messina in panchina, dalla Supercoppa 2020 a quella 2025, la doppietta Coppa Italia-scudetto 2022 e il titolo della terza stella nel 2023, la continuità mancata prima nell’era Armani con i tre tricolori di fila e il ritorno alla Final Four di Eurolega nel 2021 dopo 29 anni.
Ma il tecnico guarda oltre i risultati del campo, rivendicando nel comunicato di saluto “la soddisfazione di chi sa di aver dato tutto e di aver contribuito a costruire qualcosa che durerà nel tempo”. Ripensando con la Gazzetta a “quando nell’estate 2019 sono stato invitato dal Signor Armani a casa sua, mi sono seduto con lui, Leo Dell’Orco e la dottoressa Tadini e dopo una giornata di conversazione mi ha invitato ad allenare e dirigere la società con la richiesta di organizzarla per cambiare un po’ la cultura del lavoro, perché tornasse a essere un esempio vincente con le caratteristiche del Gruppo Armani, a partire da cura dei dettagli e ricerca di persone in gamba. Abbiamo creato uno spogliatoio, una sala video, un punto dove mangiare insieme, ampliato lo staff di supporto e questo ci ha reso un club di riferimento attrattivo per giocatori di alto livello. A livello di risultati avremmo potuto fare sicuramente meglio in Eurolega negli ultimi anni però ci siamo stabilizzati come un club importante in Europa, assolvendo alla richiesta del Signor Armani che ci è stato sempre vicino con Leo Dell’Orco, una presenza discreta ma molto forte per sette anni. Con la sua scomparsa ho cominciato ad avvertire a livello personale che il mio compito si era esaurito e gli eventi dei mesi successivi hanno confermato la convinzione. Da qui la decisione di lasciarsi con un abbraccio e buona fortuna reciproca”.
Dopo il secondo scudetto, avrei fatto meglio a lasciare la posizione dirigenziale a qualcun altro
Oggetto di curiosità e di voci da mesi, a partire dalla possibilità di sposare il progetto nella Capitale di Paul Matiasic con la Maxima Roma, il prossimo passo della carriera di Ettore Messina attende una definizione nei prossimi giorni. Da una parte l’eventualità di tornare negli Stati Uniti dopo l’esperienza in Nba, stavolta con vista sul college basketball. Dall’altra parte si parla da tempo di un possibile ruolo importante in Eurolega. Finora sullo sfondo, ma pronta a scalare posizioni, resta l’ipotesi Roma, di cui ancora non sono definiti i contorni: panchina, scrivania o entrambe come a Milano.
Messina, come sono stati questi mesi da dirigente?
“Il campo mi è mancato a livello di allenamenti e preparazione delle partite. Però ho fatto un’esperienza importante anche in vista del futuro, rappresentando l’Olimpia nei colloqui con Tatum, Bueno e i rappresentanti dei più importanti club di Eurolega, e interessante è stato partecipare alle attività della Lega con i dirigenti dei club italiani, Gherardini, Bargnani”.
Quanto è stato difficile essere un uomo Olimpia in un modo diverso da quello in cui lo era stato per sei anni e mezzo, senza affacciarsi neanche per gli allenamenti?
“Le scelte sulla squadra con la collaborazione dello staff alla fine sono state mie, e vedere che ha ottenuto il triplete italiano mi ha molto confortato. Mi sono preoccupato di non interferire anche quando, come era normale che potesse accadere, avrei pensato di fare cose diverse”.
Anche per questo non era a festeggiare lo scudetto a Venezia? Alla Final Eight c’era.
“Ormai sia io che la proprietà sapevamo che avremmo concluso il nostro rapporto. Mi è sembrato più gentile lasciare festeggiare chi continuerà qui e non fare una passerella inutile”.
Riavvolgiamo il nastro: 24 novembre. Lascia la panchina. Cosa è successo?
“E’ già passato, lasciamo stare. Ne abbiamo già parlato tanto, farlo ancora non ha senso”.
Riavvolgiamolo ancora: in estate viene scelto Peppe Poeta per il futuro dell’Olimpia. Situazione difficile? Mai pensato di lasciare subito?
“No, perché l’ho proposto io a Dell’Orco, e se avessero voluto il cambio subito me l’avrebbero detto. Negli Stati Uniti è una cosa abbastanza normale, penso a Duke dove Coach K ha designato come successore Jon Scheyer, che poi gli ha fatto per un anno da assistente. L’idea era aiutare Poeta ad assumere il suo ruolo e prepararsi con calma, poi gli eventi sul piano personale mi hanno portato a fare quella scelta perché ero stanco di una situazione che per me era diventata complessa sul piano del mancato sostegno di una parte del pubblico, ritenendo fosse il caso di anticipare il cambio. Peccato, perché avevamo iniziato anche bene”.
L’assenza a Venezia? Io e la proprietà sapevamo che il rapporto era concluso. Sarebbe stata una passerella inutile
Ha introdotto in Italia il doppio incarico presidente-allenatore e attraverso questa lente è stato valutato. Come giudica questa esperienza?
“Sul piano del cambio di mentalità, sono contento di quello che abbiamo fatto rispetto agli obiettivi affidati dal Signor Armani. Tornassi indietro, a metà più o meno, dopo il secondo scudetto, avrei fatto meglio a lasciare la posizione dirigenziale a qualcun altro. Anche per mettere fine a tutte le polemiche che frequentemente si aprivano. E che, parlando di un uomo solo al comando che non ascolta nessuno, sono sempre state irrispettose per i collaboratori che il club ha avuto e continua ad avere”.
Ha visto cambiare il Gruppo Armani in questi anni?
“No. C’è sempre stata la presenza e passione di Leo Dell’Orco, una costante attenzione da parte del gruppo e anche un coinvolgimento sempre maggiore, testimoniato dall’appassionarsi sempre più chiaro di importanti dirigenti come Laura Tadini e Michele Tacchella”.
E’ andato alla Final Four di Eurolega in quattro decadi diverse: nei giorni del ritorno di Obradovic, cosa ha trovato difficile nel fare il coach ad alto livello così a lungo? In cosa pensa di essersi adattato e cosa no?
“Dalla Benetton con Gherardini al Cska, ho lavorato in società che mi hanno aiutato ad adattarmi ad ambienti e aspettative diverse. Dal punto di vista tecnico, anche grazie all’esperienza in Nba, mi ha aiutato provare sempre cose nuove. Ho avuto squadre che correvano, dalla Benetton di Edney e la Virtus di Ginobili, e altre meno, fino a tornare a correre con l’Olimpia del Chacho. Non faccio fatica a dire che la parte più difficile è stata l’aumento del gap generazionale, perché mentre tu invecchi i giocatori ringiovaniscono, se prima avevano 15 anni meno di te, adesso ne hanno 30 o più di meno. Ma una delle più grandi soddisfazioni dell’ultimo anno è stata relazionarmi con giocatori come Ellis o Bolmaro che hanno dimostrato disponibilità a quello che gli stava proponendo un vecchio allenatore come me”.
La nuova generazione è Poeta: cosa si sente di dirgli dopo avergli passato la torcia?
“Mi dispiace che la torcia sia stata passata in anticipo. E’ stato sicuramente un momento non semplice per entrambi, ma sono contento per lui e per l’Olimpia che abbia colto l’occasione. Aver vinto al primo anno alla Virtus la Coppa Italia e la Coppa delle Coppe mi aiutò a costruirmi la credibilità per rafforzare le scelte e l’impatto sulla squadra e sul club”.
Nuovi Messina crescono: suo figlio Filippo, ora in Nazionale, continuerà a lavorare a Duke. Per il futuro l’idea di tornare negli Usa è anche un’idea di famiglia?
“Non nego che può esserlo. Nello stesso tempo spesso con mia moglie ci diciamo che è importante che Filippo cresca da solo e sia sempre meno mio figlio. Il fatto che abbia l’obiettivo di carriera da front office e non da allenatore è importante perché potrà farlo con più indipendenza”.
Cosa manca a questo punto alla carriera di Ettore Messina?
“Non lo so, vediamo. Un’opportunità, in campo o fuori. Nello sport dipendi dall’opportunità che ti danno: io a 29 anni ho avuto la panchina della Virtus, a 33 quella della Nazionale. Trent’anni dopo sono ancora qui che mi auguro che arrivi quell’opportunità, in campo o in ufficio”.
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