Desolazione, inquinamento, abbandono. Prima degli anni Novanta, sulle sponde del Nervión, non si respirava che questo. Cantieri fatiscenti, magazzini in rovina, gru mangiate dalla ruggine che si specchiavano in una città ingrigita.
Bilbao era stata la città simbolo dell’industria pesante spagnola, della rinascita economica e l’orgoglio del popolo basco: le sue rive erano dominate da altiforni, acciaierie e cantieri navali, mentre il porto commerciale rappresentava il cuore della florida economia locale, alimentata dalle grandi miniere di ferro dell’entroterra.
All’alba degli anni 80 cambiò tutto. La crisi spazzò via il vecchio mondo in un attimo, come sarebbe successo alle altre “città dell’acciaio” d’Occidente, da Detroit a Pittsburgh, da Sheffield a Manchester fino a Torino e Taranto: annichilite dalla concorrenza asiatica, le fabbriche chiusero una dopo l’altra, il tasso di disoccupazione aumentò vertiginosamente e superò il 30%, vaste aree lungo il fiume furono abbandonate. L’inquinamento era oltre i livelli di guardia e il centro urbano, degradato, era animato solo dalle vibranti proteste della popolazione, che concentrava nelle piazze rabbia e frustrazione.

La città reinventata dopo la crisi: il patto tra istituzioni e imprenditori

La svolta arrivò negli anni Novanta, quando le istituzioni locali (e le grandi famiglie dell’aristocrazia industriale e finanziaria) avviarono un ambizioso piano, unico al mondo, di “rigenerazione urbana”. L’obiettivo non era soltanto sostituire le industrie in declino, ma reinventare completamente l’identità della città, puntando su cultura, architettura, turismo, tecnologia e qualità della vita. 
Il fiume Nervión fu bonificato, le vecchie aree industriali vennero recuperate e furono realizzate nuove infrastrutture, tra cui una moderna metropolitana progettata dall’architetto Norman Foster. Una prima “iniezione di fiducia”: un investimento da un miliardo di dollari per dare il segnale.

Bilbao, la quercia di Guernica e la rinascita (nel segno delle archistar): la città dove l’acciaio è diventato arte

La svolta del Guggenheim: così è nato l’Effetto Bilbao

Il punto di svolta fu però l’inaugurazione, nel 1997, del Museo Guggenheim Bilbao (qui il sito web) – “clone” europeo del celebrato capostipite di New York – progettato dall’archistar canadese Frank Gehry. Costato cento milioni di dollari e costruito a tempo di record (la gara per i progetti fu bandita nel 1992, la prima pietra fu posta nel 1994, mentre l’inaugurazione risale al 1997), con le sue spettacolari forme in titanio, cristallo e pietra calcarea, l’edificio divenne il simbolo mondiale dell’architettura contemporanea: dalla sua inaugurazione, quasi tre decenni fa, continua a ospitare una marea di visitatori (1,3 milioni solo nel 2025), attratti non solo dalle installazioni – come le otto spettacolari sculture in acciaio di “The Matter of Time”, il labirinto esistenziale di Richard Serra – ma anche e soprattutto per ammirare il contenitore-museo, diventato esso stesso opera d’arte.

Bilbao, la quercia di Guernica e la rinascita (nel segno delle archistar): la città dove l’acciaio è diventato arte

Peraltro, il vanto dei baschi, notoriamente meticolosi e scrupolosi, è anche un altro, come testimonia Begoña Martínez Goyenaga, responsabile della comunicazione e del marketing del museo: «L’opera è stata consegnata nei tempi attesi e non è costata un centesimo in più del previsto. Sì, rappresenta una straordinaria storia di successo, ma all’inizio non tutti erano d’accordo. Negli anni 90 in città mancava tutto, a cominciare dal lavoro. Convincere i cittadini che un museo d’arte contemporanea avrebbe potuto rilanciare l’economia non fu semplice». Eppure, è stato fatto. E il cosiddetto «Effetto Bilbao» nasce proprio dal trionfo di quest’opera, capace di rilanciare l’immagine internazionale della città quando (quasi) tutti si aspettavano un inesorabile declino. 

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Le archistar ridisegnano la città

Il Guggenheim fu soltanto l’inizio. Negli anni successivi Bilbao si trasformò in un laboratorio di architettura contemporanea. Santiago Calatrava progettò il ponte pedonale Zubizuri, il “ponte bianco”, caratterizzato dal grande arco inclinato e dal pavimento (originariamente) in vetro. 
Arata Isozaki firmò invece le due torri residenziali Isozaki Atea, nuovo ingresso monumentale al centro cittadino, mentre Philippe Starck trasformò un’ex centrale vinicola nell’attuale Azkuna Zentroa, originale spazio culturale caratterizzato da quarantatré colonne tutte diverse e dalla spettacolare piscina sospesa con il fondo trasparente.

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Anche Norman Foster, come detto, ha lasciato un segno profondo con la metropolitana di Bilbao: i suoi tentacoli emergono dalle profondità del sottosuolo con le caratteristiche «fosteritos», dalla forma di un tubo trasparente in vetro e acciaio, curvate per incanalare la luce naturale all’interno.

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Tra gli interventi più significativi figura anche il nuovo stadio San Mamés, inaugurato nel 2013 al posto del leggendario impianto che per un secolo aveva ospitato le partite dell’Athletic Club. Progettato dagli studi ACXT e IDOM, è oggi uno degli stadi più moderni d’Europa. La facciata illuminata da migliaia di led cambia colore durante eventi e partite, mentre all’interno trovano posto un museo immersivo dedicato alla storia del club e numerosi concerti internazionali. Il club è uno dei più amati di Spagna ed è un unicum sotto diversi aspetti, a cominciare dal fatto che possono vestire la camiseta biancorossa solo giocatori nati nei Paesi Baschi o cresciuti nelle sue giovanili. Come la stella del momento, Nico Williams, i cui genitori, di origine ghanese, arrivarono in Europa dopo un viaggio quasi senza speranza attraverso il Sahara. 
L’Athletic è uno dei pochi grandi club europei a essere ancora di proprietà dei propri soci (al momento sono 43.816), insieme a Real Madrid, Barcelona e Osasuna. I soci eleggono il presidente e approvano le principali decisioni del club, mantenendo il modello associativo tradizionale invece della proprietà privata o di fondi d’investimento. La lezione è sempre la stessa: collettività e non individualismo, anche nel calcio.

La trasformazione di Bilbao interessò anche le infrastrutture di trasporto. Il nuovo aeroporto di Bilbao, progettato da Santiago Calatrava e soprannominato “La Paloma” per la forma che ricorda un uccello in volo, divenne la nuova porta d’ingresso della città, a soli 15 minuti di auto dal centro.

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Il mare restituito alla città del mare

Nello stesso periodo il vecchio porto industriale lasciò spazio al terminal crocieristico e nell’area degli antichi cantieri navali, Federico Soriano e Dolores Palacios realizzarono il Palacio Euskalduna, moderno centro congressi che sorge a poca distanza dal Museo Marittimo di Bilbao. L’Itsasmuseum (qui il sito web) fu inaugurato nel 2003 nell’area che per oltre un secolo fu il cuore dell’industria navale basca e racconta la storia della città attraverso il mare, la navigazione, la pesca, il commercio e la costruzione navale e ha conservato intatto l’antico bacino di carenaggio, le strutture originali del cantiere e la gru «Carola»: gigantesca, con i suoi 60 metri di altezza e dipinta di rosso fiammante, è il simbolo di una memoria industriale che non è stata cancellata, ma valorizzata e trasformata in patrimonio culturale.

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Oggi Bilbao non vive più del mare, come accadeva nell’epoca dell’acciaio e dei cantieri – e ancora prima all’epoca dei romani, che fondarono la città in questo profondo e protetto estuario – ma vive nuovamente con il mare. Anche grazie alla riqualificazione delle banchine del Nervión, il grande fratello blu è tornato a essere uno spazio di incontro, cultura, sport e turismo. Chilometri di passeggiate e piste ciclabili portano fino al mare, alle cittadine di Getxo e Portugaleta. Qui è ancora in funzione il Ponte di Biscaglia, uno dei simboli dell’ingegneria industriale europea e della storia portuale di Bilbao. Inaugurato nel 1893 su progetto dell’ingegnere basco Alberto de Palacio, allievo di Gustave Eiffel, è il primo ponte trasportatore al mondo realizzato con una struttura metallica. Una navicella sospesa a grandi cavi d’acciaio continua a trasportare passeggeri e veicoli da una sponda all’altra dell’estuario senza ostacolare il traffico navale. Dal 2006 il ponte è inserito nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco.

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Un nuovo modello economico e di partecipazione

La città oggi vive di turismo (il 70% dei visitatori viene dall’estero, con Stati Uniti e Francia in testa), finanza, nuove tecnologie e ben quattro università, pubbliche e private, che attirano i talenti creativi dal mondo ispanico e non solo. Le case costano come a Milano o altre capitali europee, le vie della moda pullulano di folle cosmopolite così come i teatri e i centri convegni. 
Eppure, se oggi Bilbao è considerata l’esempio migliore di «rigenerazione urbana», studiato e imitato in tutto il mondo, non si è trattato di un «miracolo». C’entra invece il coraggio delle istituzioni politiche, il senso di responsabilità delle famiglie di industriali e banchieri che si erano arricchiti negli anni delle vacche grasse e che nel momento del bisogno (invece di portare i soldi in Svizzera, come è successo e succede a tante famiglie protagoniste della nostra storia industriale) hanno deciso di sostenere i progetti visionari e decisamente onerosi della rigenerazione.

Le grandi banche nate qui durante l’epoca industriale continuano a svolgere un ruolo decisivo nello sviluppo della città. Bbva, le cui origini risalgono al Banco de Bilbao fondato nel 1857 per finanziare miniere, siderurgia e commerci, sostiene ancora oggi numerosi progetti culturali e di sviluppo economico. Kutxabank, erede delle storiche casse di risparmio basche, continua invece a finanziare attività sociali attraverso le proprie fondazioni.
La rinascita di Bilbao dimostra che il successo non nasce da un singolo edificio, per quanto universalmente ammirato, ma dalla capacità di costruire una visione condivisa. Politica, imprenditoria, istituzioni finanziarie e cittadini hanno remato nella stessa direzione, proprio come gli equipaggi delle tradizionali traineras, le lunghe imbarcazioni a remi che un tempo gareggiavano per riportare in porto il pescato migliore e che ancora oggi rappresentano uno dei simboli dell’identità basca (oltre che uno sport dove i circoli velici e di canottaggio della provincia si cimentano, in mare aperto, in sfide all’ultimo colpo di remo).

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Guernica, il simbolo di una comunità

Per capire davvero Bilbao, però, bisogna spingersi fino a Guernica, poco più di trenta chilometri a est. Per tutti è la città del bombardamento del 26 aprile 1937, quando gli aerei della Legione Condor tedesca e dell’aviazione fascista italiana, alleate di Francisco Franco, rasero al suolo il centro abitato causando quasi duemila vittime tra la popolazione inerme. L’episodio ispirò il celebre dipinto di Pablo Picasso, diventato una delle più potenti denunce della guerra nella storia dell’arte. Ma Guernica racconta anche un’altra storia, meno conosciuta e forse ancora più importante per comprendere il carattere dei baschi. Accanto alla Casa de Juntas cresce infatti il discendente della storica Quercia di Guernica, sotto la quale per secoli i rappresentanti delle province basche si riunivano per discutere e giurare il rispetto dei diritti e delle libertà della comunità.

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Quel simbolo della democrazia locale sopravvive ancora oggi. Più che un monumento è un modo di intendere la politica, perché ricorda che le scelte si prendono assieme, ricchi e poveri, capitani d’industria e lavoratori, sedendosi, parlando, discutendo e trovando una sintesi. Intorno a un albero, insieme, tutti uguali.

Un po’ come la storia di Bilbao: l’acciaio cinese e quello indiano costano la metà. Chiude tutto, la crisi deflagra, metà città non lavora, il fiume ribolle di sporcizia e l’aria è irrespirabile. I politici e i proprietari di fabbriche e i detentori delle ricchezze – armatori, industriali dell’acciaio e del carbone – si radunano attorno all’albero e prendono una decisione: invertiamo la rotta. Si cambia tutto. Arte, trasporti, servizi, tecnologia, università. A sentire raccontare la storia, viene da commuoversi, perché è successo veramente (e uno si domanda ma perché da noi no?).
Il risultato è la nuova Bilbao: una città organizzata, con sistemi di trasporto funzionanti e funzionali: tram, metro che conduce fino al mare, piste ciclabili, funicolari. E ancora, quattro università, musei come il Guggenheim che è un po’ come se Rockefeller eleggesse La Spezia come città prediletta.
Insomma, Bilbao era un brutto anatroccolo nero di carbone e fatica e oggi è un cigno elegante e raffinato con sotto un cuore basco che pulsa e si fa sentire, soprattutto ai semafori se non ingrani la marcia e parti subito, che qui perdere tempo non piace a nessuno.

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La città dei pintxos

Anche la gastronomia racconta l’identità basca. Bilbao è una delle capitali europee della cucina e vanta numerosi ristoranti stellati, ma il vero rito cittadino si consuma nei piccoli bar del Casco Viejo, il cuore medievale della città, e del quartiere di Abando. Qui si gustano i pintxos, la versione basca delle tapas (“tx” in basco si pronuncia come la “c” dolce): piccole preparazioni realizzate con ingredienti di altissima qualità, spesso servite su una fetta di pane e fissate con uno stecchino, da cui deriva il nome. Possono essere semplici, come la tradizionale Gilda con oliva, acciuga e peperoncino, oppure vere creazioni di alta cucina.

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La tradizione è quella del txikiteo: si entra in un locale, si ordina uno o due pintxos accompagnati da un bicchiere di Txakoli o di Rioja, poi si cambia bar e si ricomincia. Più che un aperitivo è un rito sociale che scandisce le serate dei bilbaini.

Rioja Alavesa, dove il vino incontra l’architettura

Come la gastronomia, anche il vino qui è cultura. E se Bilbao è diventata il simbolo della rinascita urbana grazie al Guggenheim, la vicina Rioja Alavesa ha saputo trasformare il vino in un’esperienza culturale e architettonica. Tra le colline che si estendono tra il fiume Ebro e la Sierra Cantabria – un territorio noto come Sonsierra – sorgono alcune delle cantine di design più spettacolari della Spagna, anche queste firmate da grandi architetti internazionali. 
In pochi chilometri si concentrano edifici firmati da Frank Gehry, Santiago Calatrava e Iñaki Aspiazu. È il trionfo dell’enoturismo: il vino non è più soltanto un prodotto agricolo, ma un’esperienza che unisce paesaggio, design, gastronomia e ospitalità.

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L’esempio più celebre è l’Hotel Marqués de Riscal, a Elciego, accanto alla omonima cantina storica, progettato da Frank Gehry e inaugurato nel 2006. L’edificio richiama immediatamente il Guggenheim di Bilbao: grandi nastri di titanio rosa, argento e oro avvolgono la struttura. Il rosa richiama il vino, l’argento la capsula delle bottiglie e l’oro la tradizionale retina metallica che un tempo proteggeva il tappo del Marqués de Riscal. La base in pietra arenaria dialoga invece con la vicina chiesa di San Andrés.

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L’albergo, gestito da Marriot, dispone di 61 camere e suite, una spa, tre ristoranti e degli interni anch’essi progettati da Gehry. A guidare la proposta gastronomica è lo chef Francis Paniego, insignito di tre stelle Michelin. L’intero complesso è pensato secondo criteri di sostenibilità, con pannelli fotovoltaici che contribuiscono all’autosufficienza energetica.

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La cantina, fondata nel 1858, è ancora oggi controllata dagli eredi delle cinque famiglie storiche, discendenti dei fondatori e di antichi soci della cantina. La famiglia che oggi detiene la quota di maggioranza è quella degli Aznar, entrata nel capitale nel 1945. Le altre famiglie storiche presenti nell’azionariato sono gli Hurtado de Amézaga, i Muguiro e i Salamero. Fu la prima della Rioja ad adottare il metodo bordolese di affinamento in barrique grazie ai buoni rapporti con la Francia. 
Oggi produce circa quattro milioni di bottiglie l’anno e custodisce una collezione unica di tutte le annate dal 1862, mai spostate dalle storiche cantine. Che di tanto in tanto vengono aperte, con risultati eccellenti, per celebrare anniversari e ricorrenze, come è accaduto nel 2025, di fronte al re di Spagna Felipe. Il vino simbolo è il Marqués de Riscal Reserva, che rappresenta circa l’80% della produzione dei vini rossi della cantina nella Rioja e porta ancora sull’etichetta il Diploma d’Onore conquistato all’Esposizione Universale di Bordeaux del 1895, primo riconoscimento assegnato a una cantina non francese.

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L’arrivo di Gehry è legato a un aneddoto ormai entrato nella leggenda. L’architetto, restio ad accettare incarichi da privati, fu conquistato durante una cena quando gli venne offerta una bottiglia del suo anno di nascita, il 1929. Un’ottima annata, a quanto pare. Da quell’incontro nacque un progetto destinato a cambiare il destino dell’azienda e ad aprire la strada all’enoturismo nella Rioja. Oggi Marqués de Riscal accoglie circa centomila visitatori l’anno.

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Pochi chilometri più a est sorge invece la Bodega Baigorri, progettata dall’architetto basco Iñaki Aspiazu. Qui il principio è opposto: l’architettura non vuole stupire, ma mettersi al servizio del vino, immergendosi nella natura fino a diventare invisibile. All’esterno si vede soltanto un padiglione di vetro immerso tra i vigneti; tutta la cantina si sviluppa invece nel sottosuolo, seguendo la tradizione locale.

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L’intero processo produttivo sfrutta esclusivamente la forza di gravità. L’uva scende naturalmente da un livello all’altro senza essere pompata, preservando gli acini e limitando gli interventi meccanici. Anche l’efficienza energetica è parte integrante del progetto: pannelli solari, terrazze in pietra e isolamento naturale consentono di ridurre i consumi mantenendo costante la temperatura.

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Con circa mezzo milione di bottiglie prodotte ogni anno, metà delle quali esportate, Baigorri dimostra come innovazione e tradizione possano convivere. In fondo è la stessa lezione che arriva da Bilbao: quando architettura, cultura, impresa e territorio lavorano nella stessa direzione, anche una crisi può trasformarsi in un’opportunità di rinascita.